ORHAN PAMUK.
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IL MIO NOME E' ROSSO.
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Parte 4.
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Titolo originale: Benim Adim Kirmizi. 2001.
Traduzione di: Semsa Gezgin e Marta Bertolini.
2001. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo cinquantesimo. Noi, due poveri dervisci.
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Visto che, probabilmente grazie al nano Cezmi Agh, le voci
sulla nostra esistenza sono giunte fino alla squadra dei miniaturisti,
mentre noi ci trovavamo in un album nascosto nel pi segreto
angolo del Tesoro accumulato dagli antenati del Nostro Sultano
in centinaia di anni, conquistando e saccheggiando centinaia di
Paesi, tra le pagine provenienti dalla Cina, da Samarcanda e da
Herat, possiamo ormai raccontare la nostra storia con il nostro stile,
sperando che, nella folla distinta che riempie questo bel caff,
non ci sia nessuno che possa offendersi.
Sono passati centodieci anni da quando siamo morti, e una quarantina
dalla chiusura dei nostri conventi - luoghi di atei, tane del
demonio - perch si pensava che non fosse possibile che ci ravvedessimo
e che fossimo sostenitori della Persia, eppure guardateci,
siamo di nuovo qui davanti a voi. Perch? Perch siamo stati disegnati
secondo lo stile europeo! Come si vede in questo disegno,
un giorno, noi due poveri dervisci andavamo in giro di citt in
citt, nelle terre del Nostro Sultano.
A piedi scalzi, a capo scoperto, mezzi nudi, col panciotto e una
pelle di cervo, una cintura in vita, in mano un bastone con l'estremit
ricurva, al collo le scodelle da mendicante legate alla catena,
uno con l'ascia per tagliare la legna, l'altro con il cucchiaio
per mangiare quel che Allah faceva entrare nelle nostre scodelle.
Allora, io e il mio bell'amico, il mio amore, mio fratello, ci eravamo
dedicati alla solita discussione: chi avrebbe preso per primo
il cucchiaio e avrebbe mangiato dalla scodella? Stavamo dicendo,
no prima tu, no prima tu, quando, accanto a una fontana, fummo
fermati da uno strano tipo, era un viaggiatore europeo che ci diede
una moneta d'oro veneziana ciascuno e cominci a fare il nostro
ritratto.
Era europeo, era strano. Ci sistem proprio in mezzo al foglio
come se fossimo la tenda del Nostro Sultano e ci ritrasse cos come
eravamo, mezzi nudi; pensai subito di fare lo sguardo del cieco,
facendo apparire solo il bianco degli occhi per sembrare entrambi
due veri poverelli, due dervisci erranti dell'ordine dei kalenderi,
cos lo dissi al mio compagno e rovesciammo gli occhi. In
questa condizione, naturalmente, il derviscio non contempla il
mondo esteriore, ma il mondo che ha nella testa, e dato che noi
avevamo la testa piena d'oppio, il panorama interno era molto
piacevole.
Nel frattempo il panorama esterno si era guastato ancor di pi.
Perch udimmo un maestro effendi gridare.
Che non ci siano malintesi. Abbiamo detto maestro effendi,
ma, una settimana fa hanno frainteso in questo bel caff, questo
maestro effendi non  assolutamente il predicatore di Erzurum,
Maestro Nusret, non  neanche Maestro Husret, che non si sa di
chi sia figlio, e neanche quel maestro di Sivas che si accoppi con
Satana sull'albero. Perch coloro che pensano sempre male hanno
detto che se il cantastorie sparla di Maestro Effendi, gli taglieranno
la lingua e gli verseranno il caff in testa.
Centoventi anni fa, il caff non c'era, ma quel maestro effendi
di cui parliamo nella nostra storia era comunque fumante di rabbia.
Cosa disegni a fare questi due, infedele europeo! - diceva. -
Questi vergognosi dervisci kalenderi che girano mendicando,
fumano oppio, bevono vino, scopano tra di loro e, come si vede dal
fatto che girano mezzi nudi, non sanno cosa siano preghiera, casa,
famiglia, patria, sono la vergogna del mondo. Perch disegni il
male mentre in questo nostro Paese ci sono tante bellezze? Per farci
del male?
Affatto, ma disegnare le cose brutte porta pi denaro,
rispose l'infedele e noi due dervisci ci meravigliammo della forza
dell'intelligenza di questo miniaturista.
Se ti rendesse di pi, faresti pi bello anche Satana?,
chiese il maestro effendi cercando di trascinarlo in un'astuta discussione,
ma come si capisce da questo disegno, il miniaturista europeo
era un vero artista, non pensava alle parole vane ma ai fatti
concreti, ai soldi, e non gli diede retta.
Cos ci disegn, sistem il disegno nella cartella dietro la sella
del cavallo e ritorn al suo paese infedele, ma il vittorioso esercito
degli Ottomani conquist e saccheggi quella citt sulla sponda
del fiume Danubio, e noi ritornammo a Istanbul e giungemmo
fino alla stanza del Tesoro. E da l, dopo essere stati osservati e
copiati, finimmo in un quaderno segreto, poi in un altro libro e alla
fine in questa felice sala dove il caff si beve come un elisir che
d vita alla vita. Adesso:

UNA BREVE SPIEGAZIONE RIGUARDO AL DISEGNO, ALLA MORTE E
AL NOSTRO POSTO NEL MONDO.

Il maestro effendi di Konya di cui parlavamo poco fa, in una
parte del voluminoso libro in cui aveva raccolto le sue prediche facendole
scrivere, diceva: i kalenderi sono persone di troppo nel
mondo. Perch le persone nel mondo sono divise in quattro classi:
1. Signori, 2. Mercanti, 3. Agricoltori, 4. Artisti. Se non si rientra
in nessuna di queste classi, allora vuol dire che si  di troppo.
Diceva inoltre: Questi girano sempre in due e discutono sempre
su chi manger per primo con in mano un solo cucchiaio, ma
 solo un'allusione alla vera questione, e cio chi scoper per primo
l'altro, e chi non lo sa ride senza capire. Ci raccomandiamo,
che il maestro non venga male interpretato, dato che segue la nostra
stessa via, e come tutti i bei ragazzi, gli apprendisti e la squadra
dei miniaturisti, aveva capito il nostro segreto.
Ma il vero segreto  questo: mentre ci ritraeva, l'infedele europeo
ci guardava in un modo cos dolce ed attento che noi amavamo
lui e il fatto che ci ritraesse. Sbagliava a guardare il mondo a
occhi nudi e disegnando quello che vedeva, cos disegnava noi, che
in realt vedevamo, come dei ciechi, ma non ci facemmo caso.
Adesso siamo molto contenti. Secondo il maestro effendi siamo
all'Inferno, secondo alcuni miscredenti siamo solo cadaveri putrefatti
e invece per voi miniaturisti intelligenti qui riuniti siamo
un disegno e, in quanto disegno, siamo - che bello - davanti a voi
come fossimo vivi. Perch dopo aver incontrato il solito maestro
effendi, andammo da Konya a Sivas passando per tre locande e
sette villaggi e mendicando, poi una notte fece molto freddo e nevic,
cos noi due poveri dervisci ci abbracciammo, ci addormentammo
e morimmo congelati. Prima di morire sognai di essere disegnato
e che il mio disegno, dopo aver vissuto migliaia di anni,
andava in Paradiso.
...
Capitolo cinquantunesimo. Io, Maestro Osman.

C' una storia che si racconta a Bukhara, risale ai tempi lontani
di Abdullah Khan. Il khan uzbeco era un sovrano molto sospettoso,
e bench non fosse contrario al fatto che un disegno venisse
toccato dalla penna di pi di un miniaturista, non gli piaceva assolutamente
che i maestri confrontassero i disegni tra loro e si imitassero
a vicenda. Perch se disegnando veniva commesso un errore,
diventava impossibile trovare il colpevole tra i miniaturisti che
si imitavano spudoratamente. E, peggio ancora, i miniaturisti che
rubavano uno dall'altro, dopo un po', invece di sforzarsi e cercare
i ricordi di Allah nel buio, riproducevano pigramente ci che vedevano
guardando sopra la spalla di chi avevano accanto. Per questo
motivo, il khan uzbeco accolse i due grandi maestri che,
fuggendo da guerre e sci crudeli, si rifugiarono presso di lui - uno veniva
da Sud, da Shiraz, e l'altro da Oriente, da Samarcanda - ma
proib a questi due famosi talenti di guardare l'uno i disegni dell'altro
e li confin in due studioli ai due angoli opposti del suo palazzo.
Cos, i due grandi maestri, per esattamente trentasette anni
e quattro mesi, come se ascoltassero una leggenda, sentirono da Abdullah
Khan quanto fossero meravigliose le pagine dell'altro, pagine
che non potevano vedere, in quali punti e per quali motivi stranamente
si assomigliavano, con reciproca e tremenda curiosit.
Quando, dopo una vita lunga quanto quella di una tartaruga, il khan
uzbeco mor, i due anziani maestri corsero uno nello studio dell'altro
per vedere i disegni. Seduti assieme sui due angoli di uno
stesso cuscino, uno con i libri dell'altro in grembo, guardarono l'uno
i disegni dell'altro, disegni che conoscevano solo grazie ai racconti
di Abdullah Khan, ed entrambi rimasero delusi. Perch i disegni
che guardavano non sembrarono loro leggendari come quelli
di cui parlava il khan, erano normali e privi di luce, confusi come
tutti i disegni che avevano visto negli ultimi anni. I due grandi maestri
non capirono che il motivo di questa confusione era la cecit
che stava per colpirli, e quando poi divennero completamente ciechi,
pensando di essere stati ingannati per tutta la vita, morirono
con la convinzione che i sogni fossero pi belli dei disegni.
A mezzanotte, nella gelida stanza del Tesoro, mentre, con le
dita ghiacciate dal freddo, sfogliavo le pagine dei libri che per quarant'anni
avevo sognato di vedere e le ammiravo, ero molto pi
felice dei protagonisti di questa crudele storia di Bukhara. Il fatto
di prendere in mano libri di cui per tutta la vita avevo sentito
le leggende, prima di diventare cieco e morire, mi entusiasmava
talmente che a volte, vedendo che una pagina era ancora pi bella
di quanto si diceva, mormoravo Grazie, grazie Allah.
Ad esempio, ottant'anni fa, quando Sci Ismail attravers il fiume
e si riprese Herat e tutto il Khorasan con la forza della spada
lasciando al governo di Herat suo fratello Sam Mirza, il fratello,
per festeggiare questa gioia, fece preparare un libro intitolato L'incontro
delle stelle che narrava una leggenda simile a quella nota nel
Palazzo di Emir Hsrev di Delhi. Un disegno di questo libro, come
avevo sentito raccontare, mostrava due sovrani che festeggiavano
il loro incontro e la loro vittoria sulla sponda di un fiume, i
volti di questi due sovrani somigliavano sia a quelli del sultano di
Delhi Keykubat e di suo padre Bugra Khan, il sovrano del Bengala
di cui il libro parlava, che a quelli di Sci Ismail e di suo fratello
Sam Mirza, coloro che commissionarono il libro. Quando, guardando
il disegno, fui sicuro di riconoscere nella tenda del sultano i
volti degli eroi appartenenti alla storia che avevo in mente, ringraziai
Allah per avermi dato l'occasione di vedere questo miracolo.
In un disegno di Maestro Muhammed, uno dei grandi maestri
della stessa epoca leggendaria, un povero servo in cui l'ammirazione
e l'affetto per il suo sultano avevano raggiunto il livello di
amore, era stato disegnato mentre attendeva a lungo e con pazienza
che la palla con cui il suo sultano giocava a polo giungesse a lui per
afferrarla e porgergliela; poi, quando la palla gli giungeva veramente,
lui la raccoglieva da terra e la porgeva al sultano. Come
avevo sentito migliaia di volte, l'amore, l'ammirazione e la sottomissione
che giustamente proverebbe un povero servo per un sommo
sovrano od un bell'apprendista giovane per un grande maestro,
erano stati disegnati con tale sensibilit e con un'intuizione cos
profonda, a cominciare dall'estensione delle dita del servo che tenevano
la palla fino al suo timore di guardare in faccia il sultano,
che chi guardava questa pagina, come sentivo anch'io profondamente,
capiva che la felicit pi grande del mondo era essere maestro
di apprendisti giovani, belli e comprensivi, cos come essere
apprendista di un grande maestro con una sottomissione che arriva
alla schiavit, ed ero triste per chi non l'avrebbe mai provata.
Mentre sfogliavo le pagine e guardavo attento e veloce le migliaia
di uccelli, cavalli, soldati, innamorati, giganti, alberi, nuvole,
il compiaciuto nano del Tesoro, come uno sci dei tempi andati
che coglie l'occasione per esibire le proprie ricchezze, tirava fuori
dalle casse nuovi volumi e me li metteva davanti vantandosene
in maniera sfrontata. Le pagine di questi magnifici volumi, uno di
colore purpureo rilegato col metodo di Shiraz, l'altro con la copertina
di lacca scura, fatta a Herat in stile cinese, usciti da due
diversi angoli di una cassa di ferro piena di libri meravigliosi,
volumi ordinari e album di calligrafia completamente mescolati, si
assomigliavano talmente che all'inizio pensai che fossero uno la
copia dell'altro. Cercando di indovinare quale fosse l'originale e
quale l'imitazione, seguii i nomi dei calligrafi nella pagina delle firme,
cercai le firme segrete, e alla fine capii con un brivido che questi
due volumi dell'Hamse di Nizami erano i leggendari libri che
Maestro Al di Tabriz aveva fatto per Sci Cihan, khan del Montone
Nero e per Uzun Hasan, khan del Montone Bianco.
Quando venne accecato dallo sci del Montone Nero, il grande
maestro, rifugiatosi presso Uzun Hasan, khan del Montone
Bianco, ne aveva disegnato a memoria un altro ancora migliore del
primo. Vedere che i disegni del secondo dei leggendari volumi fatti
ormai da cieco erano pi semplici e genuini, mentre i colori del
primo erano pi vivaci e pieni di vita, mi ramment che i ricordi
dei ciechi mettono in evidenza la spietata semplicit della vita, ma
ne uccidono la vivacit.
So di essere un grande maestro e Allah che tutto vede e tutto
sa vede anche questo, e un giorno anch'io diventer cieco, ma adesso
lo voglio? Come un condannato a morte che vuole guardare per
un'ultima volta il panorama prima del colpo in testa, dissi al sommo
Allah: Che io veda tutti questi disegni, che mi sazi gli occhi,
perch nel buio magnifico e terribile della stanza del Tesoro cos
piena di oggetti, l'esistenza di Allah si sentiva da molto vicino.
Nelle pagine che sfogliavo, spesso incontravo leggende e proverbi
sulla cecit, un mistero di Allah. Maestro Al Reza di Shiraz,
che nella sua famosa rappresentazione di come Sirin, durante
una passeggiata in campagna si innamora di Cosroe guardando un
suo ritratto appeso al ramo di un platano, aveva disegnato tutte le
foglie del platano una ad una, in modo da coprire il cielo, come in
risposta ad uno stupido che guardando il disegno avrebbe potuto
dire che il vero tema non era il platano, e aveva tentato di disegnare
di nuovo lo stesso platano con tutte le sue foglie su un chicco di
riso, per dimostrare orgogliosamente che il vero tema della miniatura
non era la passione della giovane e bella fanciulla, ma la passione
del miniaturista. Naturalmente non vidi questo albero sul
chicco di riso - riusc a farne solo met perch divenne cieco dopo
sette anni e tre mesi dall'inizio del lavoro - ma il meraviglioso
albero del maestro disegnato sul foglio, se la firma apposta con orgoglio
sotto i bei piedi delle graziose damigelle di Sirin non mi ingannava.
In un'altra pagina, invece, aveva disegnato l'accecamento
di Alessandro causato dalla freccia con la punta a tridente di Rstem,
e l'aveva fatto in maniera cos vivace e multicolore, come
fanno i miniaturisti consci dei metodi indiani, che a chi guardava
il disegno sembrava che la cecit - eterno problema e segreto desiderio
del vero miniaturista - fosse l'inizio di una gioia felice.
Contemplavo tutti questi disegni e volumi con l'entusiasmo di
chi vuole vedere con i propri occhi le leggende di cui ha sentito
parlare per anni, ma, nello stesso tempo, con l'agitazione di un anziano
che intuisce che tra poco non li vedr pi. Nella gelida stanza
del Tesoro avvolta in un rosso cupo che non avevo mai visto e
che era dovuto al colore delle stoffe, alla polvere ed alla strana luce
delle candele nei candelabri, a un mio grido di ammirazione,
Nero e il nano mi venivano accanto, ammiravano da dietro le mie
spalle le meravigliose pagine che stavo guardando e io non potevo
fare a meno di descriverle.
Questo rosso  del grande maestro di Tabriz, Mirza Bab Imami,
il rosso  il suo segreto, un segreto che ha portato con s nella
tomba. Guardate, qui ha colorato il bordo del tappeto, qui il segno
della setta dei kizilbas, sul turbante dello sci dei saffavidi, in
questa pagina la pancia di un leone, e qui il caftano di questo bel
ragazzo. Questo bellissimo rosso che Allah non fa vedere direttamente
alle sue creature, a parte quando fa versare il loro sangue,
lo nasconde negli insetti rari, tra le pietre, per farlo poi cercare e
trovare; nell'universo lo possiamo vedere a occhio nudo solo sulle
stoffe fatte dall'uomo e nei disegni dei grandi maestri, - dicevo e
aggiungevo - ringrazio chi ce lo fa vedere adesso.
Guardate questo, ripresi dopo un bel po' continuando a non
trattenermi e mostrai loro un meraviglioso disegno che sarebbe potuto
entrare in ogni libro di poesia che parli di amore, amicizia, primavera,
felicit. Guardando gli alberi della primavera in fiore con
tutti i loro colori, i cipressi del giardino del Paradiso e la felicit degli
innamorati seduti in questo giardino che, bevendo vino, leggevano
poesie, nella stanza gelida del Tesoro che puzzava di muffa e
polvere, ci parve quasi di sentire il dolce profumo dei fiori della primavera
e della pelle degli innamorati felici. Guardate la grossolanit
della fattura del cipresso l dietro, e in un miniaturista che 
riuscito a cogliere con il cuore le braccia degli innamorati, i loro bei
piedi nudi, la finezza della loro posizione, la gioia degli uccelli che
gli volano attorno! - esclamai. - Questo  un disegno di Ltfi di
Bukhara che lasciava sempre i suoi disegni a met perch era capriccioso
e attaccabrighe e non si fermava in nessuna citt e litigava
con tutti i khan e gli sci, ritenendo che non capissero nulla di
pittura. Questo grande maestro che litig continuamente e gir di
citt in citt, dal palazzo di uno sci all'altro e non trov un sovrano
per i cui libri valesse la pena di lavorare, alla fine si leg al
laboratorio di miniatura di un signore che dominava le nude montagne
e dicendo "Il suo paese  piccolo ma ama la miniatura",
trascorse l gli ultimi suoi venticinque anni. Ancora oggi si discute e
si scherza sul fatto se sapesse o meno che il suo khan era cieco.
Vedete queste pgine? - chiesi molto dopo mezzanotte e questa
volta, con i candelabri in mano, accorsero entrambi. - Questo
libro, da Herat fino a qui, dai tempi del nipote di Tamerlano fino
a oggi, in centocinquant'anni ha cambiato dieci proprietari.
Tutti e tre leggemmo, ingrandendole con la mia lente, le firme che
riempivano ogni angolo della pagina a loro dedicata, le dediche, i
cronogrammi, i nomi dei sultani uno sopra l'altro incastrati tra loro,
che nella vita reale si erano strangolati a vicenda. Questo libro
 stato finito a Herat con l'aiuto di Allah dal calligrafo Sultan
Veli, figlio di Muzaffer di Herat, nell'anno ottocentoquarantanove
dall'Egira, per Ismet-d Dnya, moglie di Muhammed Cki,
fratello del vittorioso Baysungur, il grande sovrano. Poi leggemmo
che pass nelle mani del Sultano Halil del Montone Bianco e
poi al figlio Yakup Bey, e da lui ai sultani uzbechi del Nord, e da
questi sultani uzbechi - ognuno di loro si divert felicemente per
un po' con il libro, tolse un paio di disegni e ne fece mettere di
nuovi, invidioso del precedente proprietario aggiunse ai disegni il
viso della sua bella moglie e scrisse orgogliosamente il proprio nome
sul frontespizio - il libro pass poi a Sam Mirza, fratello minore
di Sci Ismail che conquist Herat e che lo don al fratello
maggiore con una dedica a parte, e Sci Ismail lo port a Tabriz,
lo fece preparare come dono e ci fece scrivere una dedica, il beato
Sultano Yavuz Selim Khan lo vinse a Saldiran e saccheggi il
Palazzo del Settimo Cielo a Tabriz, e il libro giunse a Istanbul, in
questa stanza del Tesoro, assieme ai soldati del sultano vittorioso,
dopo aver attraversato deserti, montagne e fiumi.
Ma quanto condividevano Nero e il nano la mia attenzione ed il
mio entusiasmo da anziano miniaturista? Aprendo nuovi volumi e
sfogliandone le pagine, sentivo dentro di me la profonda tristezza
di migliaia di miniaturisti diventati ciechi disegnando abilmente in
centinaia di citt, piccole e grandi, al servizio di sci, khan, signori
diversi, uno pi crudele dell'altro. Mentre sfogliavo con vergogna
le pagine di un libro primitivo che mostrava i metodi e gli strumenti
di tortura, invece, sentii il dolore delle botte prese da tutti
noi da apprendisti, degli schiaffoni ricevuti con i righelli fino ad
avere le guance paonazze, dei colpi dati sulle nostre teste rasate con
l'attrezzo di marmo per lucidare le pagine. Non so cosa ci facesse
nel Tesoro degli ottomani quel misero libro commissionato a miniaturisti
disonesti che accettavano di buttare gi frettolosamente
questi disegni per due o tre monete d'oro da viaggiatori infedeli che
poi lo utilizzavano per dimostrare ai loro correligionari quanto siamo
tirannici e cattivi, e il nostro uso della tortura come mezzo per
raggiungere la giustizia di Allah nel mondo. Ma io mi vergognai del
vile piacere evidente nel miniaturista che disegnava bastonature
sulle piante dei piedi, botte, crocifissioni, impiccagioni, gente appesa
per i piedi, appesa a ganci, impalata, fatta volare al posto di
una palla di cannone, inchiodata, strangolata, sgozzata, data in pasto
ai cani affamati, frustata, messa in un sacco, torchiata, immersa
nell'acqua gelida, con i capelli strappati, le dita spezzate, spellata
finemente, con il naso tagliato e gli occhi cavati. Solo i veri miniaturisti
come noi che sono stati spietatamente bastonati sulle
piante dei piedi da apprendisti, picchiati alla cieca, presi a pugni
perch il maestro nervoso che aveva sbagliato a tracciare una linea
si rilassasse, picchiati per ore ed ore con bastoni e righelli perch il
demone dentro di noi morisse e si trasformasse in spirito di miniatura,
possono godere cos profondamente facendo disegni di bastonatura
sulle piante dei piedi e torture e colorare questi strumenti
allegramente come un bambino che colora il suo aquilone.
Forse coloro che contemplano il mondo di noi miniaturisti da
lontano, senza capirci molto ma con il desiderio di avvicinarsi e
comprendere ed alla fine non riescono ad avere questa pazienza,
proprio come coloro che, dopo tanti secoli, contempleranno i disegni
nei libri che abbiamo illustrato, possono intuire la vergogna e la felicit,
il profondo dolore ed il piacere di vedere che provavo mentre
guardavo i disegni in questa gelida stanza del Tesoro, ma non lo
possono capire del tutto. Le mie vecchie dita che avevano perso la
sensibilit per il freddo girando le pagine, la mia vecchia lente col
manico di madreperla e il mio occhio sinistro passavano sopra i disegni
come un'esperta cicogna nomade che ha attraversato tutto il
mondo, passavano senza meravigliarsi del panorama sottostante,
ma guardando comunque sempre con ammirazione e leggendo qualcosa
di nuovo. Dalle pagine che non ci avevano mai mostrato - alcune
di esse leggendarie - venivo a sapere da chi aveva imparato
una certa cosa un certo miniaturista, in quali laboratori e sotto la
protezione di quale sci avesse preso forma per la prima volta quello
che adesso si chiama stile, al servizio di chi avesse lavorato un
certo leggendario maestro, oppure, per esempio, che le nuvole ricciute
di stile cinese che da Herat si erano diffuse in tutte le terre
di Persia con l'influenza cinese, vennero usate anche a Kazvin e di
tanto in tanto mi dicevo: Ma pensa! Eppure, il dolore che sentivo
nel profondo, la tristezza e la vergogna che non potrei condividere
con voi riguardava la sofferenza, l'umiliazione subita per la
loro arte dai miniaturisti dal viso rotondo, dagli occhi di gazzella,
alti e belli, di cui la maggior parte venne maltrattata dai maestri, il
loro entusiasmo e la loro speranza, gli amori che vivevano con i loro
maestri e l'amore comune per la miniatura, la speranza e la cecit
che raggiungevano alla fine dei loro anni.
Entrai con questa tristezza e questa vergogna in quel mondo
di sentimenti delicati e raffinati che la mia anima silenziosamente
stava dimenticando, perch da anni disegnavo per il Nostro Sultano
disegni di guerre e di feste. In un album di calligrafia vidi un
ragazzo persiano dalle labbra rosse e dalla vita sottile che, proprio
come facevo io in quel momento, teneva un libro in grembo, e ricordai
quel che gli sci ricchi e potenti avevano dimenticato: che
tutte le cose belle sono di Allah. Nella pagina di un altro album
contemplai con le lacrime agli occhi due giovani innamorati
meravigliosamente belli disegnati da un giovane maestro di Isfahan,
e mi ricordai dell'amore dei miei begli apprendisti per la miniatura.
La bella ragazza dai piedi minuti e delicati, labbra di ciliegia,
occhi a mandorla, naso all'insu, alta e snella, aveva scoperto l'esile
braccio del giovane - la cui pelle suscitava il desiderio di baciarla
e poi morire - e fissando quella pelle quasi trasparente aveva scoperto,
quasi fossero tre fiori vellutati, i piccoli e profondi segni
d'amore che il giovane si era procurato nella parte interna dell'avanbraccio,
bruciandosi col fuoco per dimostrare la forza del suo
amore e la sua fedelt.
Stranamente, il cuore cominci a battermi forte. Come accadeva
quando, sessant'anni fa, da apprendista guardavo i disegni a penna
un po' audaci che mostravano bei ragazzi dalla pelle di marmo
e belle ragazze sottili dai seni piccoli, la mia fronte si imperl di sudore.
Mi ricordai della profondit dell'amore per la pittura che provavo
guardando un bel giovane dal volto angelico, dagli occhi a
mandorla, dalla pelle rosa, portato nel laboratorio come candidato
apprendista, nei primi anni in cui ero diventato maestro e mi ero
appena sposato. Per un attimo sentii cos fortemente che la miniatura
non aveva niente a che fare con la vergogna e la tristezza, ma
con questo desiderio che provavo e che il talento del maestro miniaturista
trasforma prima in amore per Allah e poi nell'amore per
il mondo che Lui vede, mi sembr di rivivere tutti gli anni che avevo
passato seduto e gobbo con l'asse da scrittura in grembo, tutte
le botte prese per imparare la mia arte, la decisione di diventare
cieco dipingendo, tutti i dolori della miniatura che avevo subto e
avevo fatto subire come la vittoria di un felice piacere. Come se
guardassi una cosa proibita, ammirai a lungo questo meraviglioso
disegno, in silenzio e con lo stesso piacere. Poi, continuando a guardarlo,
mi scese una lacrima dall'occhio, mi rig la guancia e si perse
nella mia barba.
Quando vidi che uno dei candelabri che giravano lentamente
per la stanza del Tesoro stava per avvicinarsi, misi via l'album e
aprii a casaccio uno dei volumi che poco fa mi aveva lasciato accanto
il nano. Anche questo era un album speciale preparato per
gli sci. Vicini a un prato vidi due cervi innamorati e degli sciacalli
ostilmente gelosi di loro. Girai pagina. Vidi cavalli sauri e bai che
avrebbero potuto fare solo gli antichi maestri di Herat, come erano
belli! Girai pagina. Vidi il disegno di un funzionario di stato,
seduto in un modo sicuro, era un disegno di settant'anni fa, non
potevo individuarlo dal viso, perch poteva somigliare a chiunque.
Stavo pensando che l'atmosfera del disegno mi faceva venire in
mente qualcosa, il fatto che la barba dell'uomo seduto fosse dipinta
con diversi colori. Il cuore cominci a battermi forte, riconobbi
la meravigliosa mano del disegno, il mio cuore l'aveva intuito
prima di me, solo Lui poteva disegnare una mano cos bella.
Il disegno era del grande Maestro Behzat. Mi parve che il disegno
irradiasse una luce sul mio viso.
Prima di allora avevo gi visto un paio di volte i disegni del
grande Maestro Behzat, ma, forse perch li avevo guardati anni
fa, con i vecchi maestri e non da solo, forse perch non riuscivamo
a essere sicuri che fossero del grande Behzat, non mi avevano
mai abbagliato tanto come ora.
Sembrava che il buio pesante ed impregnato di muffa della stanza
del Tesoro fosse illuminato. Questa mano ben disegnata e quel
meraviglioso sottilissimo braccio marchiato dai segni d'amore che
avevo visto poco fa, si unirono nella mia mente. Ringraziai Allah
per avermi fatto vedere queste bellezze prima di diventare cieco.
Come faccio a sapere che tra poco diventer cieco? Non lo so!
All'improvviso sentii che avrei potuto comunicare questa mia intuizione
a Nero che mi era venuto accanto e guardava con il candelabro
in mano le pagine che guardavo io, ma dalla bocca mi uscrono
altre parole.
Guarda la bellezza della mano, - dissi. -  di Behzat.
La mia mano spontaneamente prese quella di Nero, come fosse
la mano di uno di quei bei giovani apprendisti dalla morbida
pelle di velluto che avevo amato nella mia giovinezza. La sua mano
era regolare e solida, pi calda della mia, la parte del polso che
si univa al braccio, l dove si vedevano le vene, era fine e larga come
piaceva a me. Durante la mia giovinezza, prima di prendere la
mano di un apprendista e dirgli come tenere il pennello, fissavo
affettuosamente i suoi occhi spaventati e dolci. Cos guardai Nero.
Nelle sue pupille vidi la fiamma della candela del candelabro
che teneva in mano. Noi miniaturisti siamo tutti fratelli, - dissi.
- Ma adesso tutto finir.
Come?
Avevo detto questa frase come un grande maestro che consacra
i suoi anni a un khan, a un principe, crea nel laboratorio meraviglie
nello stile degli antichi maestri, anzi, fa in modo che il laboratorio
abbia un suo stile, pur sapendo che quando il suo protettore
il khan avr perso tutte le guerre, il nuovo signore che
arriver dopo il saccheggio dei soldati nemici che entrano in citt,
demolir il suo laboratorio, distrugger le rilegature dei suoi libri,
sfoglier le sue pagine disprezzando tutto, distrugger le piccole e
grandi cose in cui ha creduto, che ha scoperto e amato come figli.
Allora dir: Adesso finir tutto e desiderer diventare cieco. Ma
bisognava che raccontassi queste cose a Nero in un altro modo.
Questo  il disegno del grande poeta Abdullah Hatifi, - dissi.
- Hatifi era un poeta cos interessante che quando Sci Ismail
entr a Herat, mentre tutti erano andati ad adularlo, lui non si
mosse dal suo posto e fu Sci Ismail ad andare da lui, a casa sua,
fuori citt. Si capisce che questo  il disegno di Hatifi dalla scritta
sotto il disegno e non dal viso di Hatifi disegnato dal Maestro
Behzat, non  vero?
Nero mi guard annuendo con i suoi begli occhi. Se si guarda
il viso del poeta nel disegno, vediamo che  un viso come altri,
- dissi. - Se adesso Abdullah Hatifi buonanima fosse qui, non lo
potremmo assolutamente riconoscere dal viso in questo disegno.
Ma avremmo potuto riconoscerlo dall'intero disegno. Dall'atmosfera
del disegno, dalla posizione di Hatifi, dai colori, dalla doratura
e da quella bellissima mano disegnata da Maestro Behzat,
qualcosa fa venire subito in mente che si tratta del disegno di un
poeta. Perch nella nostra pittura il significato viene prima della
forma. Adesso che si inizia a disegnare imitando i maestri europei
e italiani, come nel libro che il Nostro Sultano aveva ordinato alla
buonanima di tuo zio, tutto questo mondo di significati avr fine
ed inizier il mondo delle figure che con lo stile europeo...
Mio zio buonanima  stato ucciso, mi interruppe Nero
bruscamente.
Accarezzai la mano di Nero con la mia come se accarezzassi la
piccola mano di un apprendista destinata a disegnare meraviglie
in futuro. Per un po' ammirammo in rispettoso silenzio la meraviglia
di Behzat. Poi Nero tolse la mano dalla mia.
Abbiamo guardato troppo in fretta i cavalli sauri della pagina
precedente, non abbiamo osservato i nasi, disse.
L non c' nulla, dissi e aprii la pagina precedente perch la
vedesse: le narici dei cavalli non avevano nulla di straordinario.
Quando troveremo i cavalli con i nasi strani?, mi chiese Nero
come un bambino.
Ma ad un'ora tra la mezzanotte ed il mattino, quando io e il nano
tirammo fuori il leggendario Libro dei Re di Sci Tahmasp da
una cassa di ferro, sotto stoffe di seta e raso verde, Nero dormiva
rannicchiato su un tappeto rosso di Usak con la graziosa testa appoggiata
su un cuscino di velluto ricamato di perle. Avevo capito
subito, appena avevo visto il libro leggendario dopo tanti anni, che
per me la giornata cominciava solo allora.
Il libro era cos grande e pesante che io e Cezmi Agh lo sollevammo
e lo trasportammo con qualche difficolt. Quando toccai
quella rilegatura che venticinque anni fa avevo guardato da lontano,
capii che sotto la pelle c'era il legno. Venticinque anni fa, quando
mor il Sultano Solimano il Magnifico, Sci Tahmasp era cos
contento di essersi liberato di questo sultano che aveva occupato
Tabriz tre volte, che, oltre a mandare al Sultano Selim che gli succedeva
molti cammelli carichi di doni, gli aveva anche fatto avere
un meraviglioso Corano e questo libro, il pi bello del suo tesoro.
Il libro era prima stato inviato con una delegazione di trecento ambasciatori
persiani a Edirne dove, allora, il nuovo sultano passava
l'inverno a cacciare, e quando arriv a Istanbul assieme ad altri doni
su cammelli e muli, prima che venisse chiuso a chiave nel Tesoro,
il capo miniaturista Memi il Nero e noi tre suoi giovani maestri
eravamo andati a contemplarlo. Quel giorno eravamo andati di corsa
a Palazzo, proprio come gli abitanti di Istanbul che vanno a vedere
un elefante portato dall'India, o una giraffa arrivata dall'Africa,
e avevo sentito raccontare dal Maestro Memi il Nero che durante
la sua vecchiaia il grande Maestro Behzat era andato da Herat
a Tabriz, ma essendo cieco non aveva toccato questo libro.
Per noi miniaturisti ottomani che allora ammiravano dei libri
ordinari con sette, otto disegni, guardare questo volume con
duecentocinquanta enormi disegni era come visitare un palazzo
meraviglioso mentre tutti dormono. Avevamo contemplato le pagine
incredibilmente ricche del libro senza fiatare con un sentimento
di pia e silenziosa devozione, come se ammirassimo i giardini del
Paradiso miracolosamente apparsi davanti a noi per un attimo.
Per i vent'anni successivi parlammo di questo libro chiuso a
chiave nel Tesoro.
Dopo venticinque anni, alzai silenziosamente la spessa copertina
del leggendario Libro dei Re, come se aprissi l'enorme porta
di un palazzo; mentre sfogliavo le pagine, ognuna frusciava con un
suono piacevole, ed io, pi che ammirazione, provai una sensazione
di tristezza.
1) Non riuscivo a concentrarmi molto sui disegni per via di certe
storie che sostenevano che tutti i maestri miniaturisti di
Istanbul avevano rubato qualcosa alle pagine di questo libro
per poi usarlo.
2) Pensavo di incontrare in qualche angolo una mano disegnata
da Behzat e facevo attenzione solo a questo non riuscendo
a dedicarmi alle meraviglie del libro che venivano fuori
ogni cinque, sei disegni (con che decisione e delicatezza Tahmuras
batteva la sua mazza ferrata sulla testa dei demoni e
dei giganti che poi in tempo di pace gli insegneranno l'alfabeto,
il greco e tante altre lingue!)
3) Le narici dei cavalli e la presenza di Nero e del nano non mi
permisero di dedicarmi completamente a ci che vedevo.
Poter guardare questo libro a saziet, grazie a un'occasione che
di certo Allah aveva generosamente creato prima che il sipario di
velluto del buio che, come un favore di Allah, si avvicina a tutti i
grandi miniaturisti, calasse davanti ai miei occhi, era una grande
fortuna, ma, allo stesso tempo, guardarlo pi con la mente che col
cuore era, ovviamente, anche motivo di tristezza. Prima che la luce
del mattino raggiungesse la stanza del Tesoro che man mano cominciava
ad assomigliare a una gelida tomba, vidi tutte le duecentoquarantanove
(non duecentocinquanta) illustrazioni di questo
straordinario libro. Lo guardai con la mente, quindi, per punti, come
fanno i sapienti arabi appassionati di ragionamenti, dico che:
1) Non incontrai un cavallo dalle narici simili a quelle disegnate
dal vile assassino tra i cavalli multicolori che Rstem incontrava
nel Turan inseguendo i ladri di cavalli; non tra i meravigliosi
cavalli di Sci Feridun che attraversarono il fiume Tigri nonostante
il sultano arabo non avesse dato il permesso di attraversarlo; non
fra i tristi cavalli grigi che da lontano contemplano Tur, il perfido
e disonesto fratello maggiore che taglia la testa al fratello minore
Ires perch il padre ha lasciato a lui l'Asia Minore, al secondogenito
le lontane terre di Cina, e Tur  geloso perch il paese pi bello,
la Persia,  toccato a Ires; non tra i cavalli dell'esercito di Alessandro,
un esercito di khazari, egiziani, berberi e arabi, tra corazze,
scudi di ferro, spade che non si rompevano mai ed elmi
scintillanti; non sul leggendario cavallo che, grazie alla giustizia di
Allah, uccise Sci Yazdgird sulla sponda del lago verde - lo sci
perdeva continuamente sangue dal naso perch si era ribellato al
destino che gli aveva dato Allah -; non tra le centinaia di cavalli
leggendari e di cavalli reali disegnati da sei o sette miniaturisti.
Eppure, avevo davanti a me ancora pi di un giorno per guardare
gli altri libri custoditi nel Tesoro.
2) C' una voce che gira tra i maestri miniaturisti ormai da venticinque
anni e che  sempre argomento di pettegolezzo: si dice che
un miniaturista sia entrato in questa irraggiungibile stanza del Tesoro
con il permesso speciale del sultano, abbia trovato questo magnifico
libro, e alla luce delle candele abbia copiato nei suoi quaderni
esempi di molti cavalli, alberi, nuvole, fiori, uccelli, giardini, guerre,
scene d'amore per poi usarli... Ogni volta che un miniaturista disegnava
qualcosa di meraviglioso e straordinario, i maestri gelosi dicevano
cos. Anche per disprezzarlo un po', perch erano lavorazioni
di Tabriz, persiane. Allora Tabriz non era tra le terre del Nostro Sultano.
Quando era riferita ad altri, anch'io credevo a questa calunnia,
ma quando era riferita a me provavo una rabbia legittima e un orgoglio
segreto. In quel momento, con tristezza, vidi che noi, i quattro
miniaturisti che avevamo guardato questo libro una sola volta venticinque
anni fa, quel giorno lo avevamo dipinto nelle nostre menti in
modo strano, e per tutti questi venticinque anni, lo avevamo ricordato
trasformandolo nella nostra memoria e riproducendolo nei libri
dei sultani. Non sono triste per la spietatezza dei sultani diffidenti
che non avevano tirato fuori dai loro tesori questo libro e gli altri per
metterceli davanti, ma per la limitatezza del mondo della nostra miniatura.
I miniaturisti persiani, sia i grandi maestri di Herat sia i nuovi
maestri di Tabriz, hanno prodotto disegni e meraviglie ben pi
perfetti rispetto a noi miniaturisti ottomani.
Per un attimo pensai che sarebbe stato meglio se, tra due giorni,
tutti i miniaturisti fossero stati torturati assieme a me e, con la
punta del temperino che avevo in mano, raschiai senza piet gli
occhi del primo viso che mi trovai sottomano sul disegno che avevo
davanti. Era la storia di un sapiente persiano che vinceva il maestro
di scacchi indiano subito dopo avere imparato il gioco guardando
la scacchiera e i pezzi portati dall'ambasciatore indiano!
Menzogna persiana! Raschiai uno a uno anche gli occhi dei giocatori
di scacchi, dello sci e dei suoi uomini che li guardavano.
Sfogliando le pagine all'indietro, raschiai senza piet uno a uno anche
gli occhi degli sci che combattevano, quelli dei soldati degli eserciti
scintillanti con corazze meravigliose e quelli delle teste mozzate
l a terra. Dopo aver fatto questo lavoro su tre pagine, mi infilai
il temperino sotto la cintura.
Mi tremavano le mani, ma non mi sentivo troppo male. Adesso
capivo forse cosa provavano tutti quei pazzi che facevano questa
strana operazione che mi era capitato di incontrare molto spesso
durante i cinquant'anni della mia carriera di miniaturista.
Volevo che dagli occhi che avevo raschiato nelle pagine del libro
stillasse sangue.
3) E questo mi conduce al dolore ed alla consolazione della fine
della mia vita. In questo bellissimo libro che Sci Tahmasp aveva
commissionato ai migliori maestri miniaturisti facendoli lavorare
per dieci anni, la penna del grande Behzat non aveva toccato
niente, in nessuna parte erano disegnate quelle bellissime mani
che solo lui sapeva fare. Questa era la prova che Behzat era
diventato cieco quando da Herat, che aveva perso importanza,
era andato a Tabriz. Cos, ancora una volta, capii con gioia che il
grande maestro, una volta raggiunta la perfezione degli antichi
maestri lavorando per tutta la vita, per non confondere la sua arte
con le richieste di un altro laboratorio e di un altro sci, si era
accecato da solo.
In quel momento, Nero e il nano aprirono un grosso volume
che avevano in mano e me lo misero davanti.
No, non  questo, - dissi senza per contrariarli. - Questo 
un Libro dei Re mongolo, i cavalli di ferro dei cavalieri di ferro di
Alessandro Magno vengono riempiti di fuoco greco, poi vengono
accesi e bruciano come una lampada e assalgono i nemici emettendo
fiamme dalle narici.
Guardammo questo fiammante esercito di ferro copiato dai disegni
cinesi.
Cezmi Agh, - dissi. - Venticinque anni fa, nel Selmname, il
libro che parla della vita del Sultano Selim I, avevamo disegnato
i doni degli ambasciatori persiani che portarono questo libro di
Sci Tahmasp...
Trov e port subito il volume del Selimname e me lo mise davanti.
Nella pagina di fronte a quella lucente che mostrava la presentazione
del Libro dei Re al Sultano Selim, insieme ad altri doni
da parte degli ambasciatori, tra i nomi dei doni scritti uno a uno
che una volta avevo letto e dimenticato, i miei occhi attoniti trovarono
quasi d'istinto quella cosa:
Lo spillone da turbante d'oro e turchese con la decorazione di
madreperla che usarono per accecarsi gli antichi maestri di Herat
e il maestro dei maestri Behzat.
Chiesi al nano dove avesse trovato il volume del Selmname.
Camminammo nel buio polveroso della stanza del Tesoro girando
tra casse, mucchi di stoffe e tappeti, armadi e sottoscala. Vidi le
nostre ombre ingrandirsi e rimpicciolirsi, passare sopra scudi, avori,
pelli di tigre. In una delle altre stanze immersa nella stessa strana
stoffa rossa e nel velluto, accanto alla cassa di ferro dove avevamo
trovato il volume del Libro dei Re, tra altri libri, coperte ricamate
con fili d'oro e d'argento, granati grezzi, pugnali intarsiati
di rubini, notai alcuni doni mandati da Sci Tahmasp, tappeti di
seta di Isfahan, una scacchiera d'avorio e un portapenne che con
i suoi draghi, i suoi rami e il suo ombrello intarsiato di madreperla,
dimostrava di risalire ai tempi di Tamerlano. Aprii il portapenne,
assieme a un leggero odore di carta bruciata e di rosa, c'era
lo spillone da turbante d'oro e turchese con la decorazione di
madreperla. Presi lo spillone e tornai al mio posto come un'ombra.
Quando rimasi solo, misi lo spillone con cui Maestro Behzat si
era accecato sulla pagina aperta del Libro dei Re e lo contemplai.
Mi avrebbe fatto rabbrividire nello stesso modo una qualsiasi altra
cosa che lui avesse preso tra le sue mani miracolose, e non solo
vedere lo spillone con cui si era accecato, ma perch mai Sci
Tahmasp aveva mandato in dono al Sultano Selim questo terribile
spillone con il libro? Forse perch lo sci, che durante la sua infanzia
aveva preso lezioni di miniatura da Behzat e in giovinezza
aveva portato i miniaturisti in palmo di mano, in vecchiaia, allontanando
da s poeti e pittori, si era dedicato al culto? Era per questo
motivo che aveva accettato di liberarsi di questo libro meraviglioso
su cui avevano lavorato i pi grandi maestri per dieci anni?
Questo spillone era stato mandato assieme al libro per far sapere
a tutti che la fine del miniaturista era la cecit volontaria, o per
dire che chi guardava una volta le pagine di questo libro leggendario,
come si raccontava una volta, non desiderava pi vedere altro
al mondo? Ma per lo sci pentito del suo amore giovanile per
la pittura e timoroso di aver peccato, come fanno molti sultani invecchiando,
questo libro non era pi una meraviglia.
Ricordai le storie che raccontavano i miniaturisti infelici che
invecchiavano pieni di delusioni. Mentre gli eserciti del sovrano
del Montone Nero Cihan Sci stavano per entrare a Shiraz, Ibni
Hsam, il leggendario capo miniaturista della citt, dicendo, Io
non potrei disegnare in un altro modo, si era fatto marchiare a
fuoco gli occhi dal suo apprendista. Si diceva che un anziano maestro
persiano che si trovava tra i miniaturisti portati a Istanbul dopo
che gli eserciti di Sultano Selim I, vincendo Sci Ismail, entrarono
a Tabriz e saccheggiarono il Palazzo del Settimo Cielo, non
volendo disegnare con lo stile ottomano, si era accecato con dei
farmaci. Nei momenti di rabbia raccontavo di Behzat che si era
accecato perch fosse un esempio per i miei miniaturisti.
Non pu esserci un'alternativa? Se il maestro si appropriasse
un po' dei nuovi stili, non potrebbe salvare almeno in parte un intero
laboratorio e lo stile degli antichi maestri?
Sulla punta acuminata dello spillone da turbante che andava
stringendosi in modo molto raffinato c'era qualcosa di scuro, ma
i miei occhi stanchi non riuscivano a distinguere se fosse sangue.
Avvicinando la lente, contemplai a lungo lo spillone, con la tristezza
che avrei provato contemplando una triste scena d'amore.
Cercai di immaginare come avesse fatto Behzat. Dicevano che non
si diventa subito ciechi, proprio come succede agli anziani che diventano
ciechi naturalmente, il buio vellutato scende piano, a volte
dopo giorni, anche mesi.
L'avevo intravisto passando nella stanza accanto, mi alzai e lo
guardai, era l. Uno specchio d'avorio col manico a spirale e con una
spessa cornice di ebano, ricamata a fiori in stile calligrafico tuli. Mi
sedetti al mio posto e contemplai i miei occhi allo specchio. Come
ondeggiava bene la fiamma del candelabro d'oro in quelle mie pupille
che disegnavano e contemplavano disegni da sessant'anni.
Come ha fatto Maestro Behzat? mi chiesi di nuovo curioso.
Senza assolutamente distogliere le pupille dallo specchio, la mia
mano trov da sola lo spillone, con l'abitudine della mano di una donna
che si mette il kajal negli occhi. Proprio come se bucassi l'estremit
di un uovo di struzzo da decorare, senza esitare, coraggioso, calmo
e forte infilai lo spillone nella pupilla del mio occhio destro. Non
sentivo male per il dolore, ma perch vedevo quello che facevo.
Infilai lo spillone nell'occhio per un quarto di dito e lo sfilai.
Nel distico che decorava la cornice dello specchio, il poeta augurava
infinita bellezza e infinita luminosit a coloro che lo guardavano,
e vita eterna allo specchio.
Sorridendo, feci la stessa cosa nell'altro occhio.
Rimasi a lungo assolutamente immobile. Contemplai il mondo.
Tutto.
I colori del mondo non divennero bui come pensavo, sembrava
che si fossero solo leggermente mescolati. Ma vedevo quasi tutto.
Dopo un po', la fioca luce del sole scese tra le stoffe rosso cupo,
color del sangue, nella stanza del Tesoro. Il Tesoriere ed i suoi
uomini, sempre con lo stesso rito, ruppero il sigillo e aprirono la
serratura e la porta. Cezmi Agh cambi i vasi da notte, le lampade
ed il braciere, prese del pane fresco e delle more di gelso secche
e disse che avremmo continuato a cercare i cavalli dai nasi strani
tra i libri del Nostro Sultano. Cosa c' di pi bello che cercare
di ricordare il mondo che vede Allah guardando i disegni pi belli
dell'universo?
...
Capitolo cinquantaduesimo. Il mio nome  Nero.

Al mattino, quando il Tesoriere e gli agh aprirono le porte con
la solita cerimonia, i miei occhi erano talmente abituati al rosso vellutato
della stanza del Tesoro che la luce invernale del mattino che
filtrava dal cortile del Palazzo Interno mi parve spaventosa, fatta
per ingannare chi la guardava. Proprio come Maestro Osman, non
mi mossi dal mio posto. Era come se, muovendomi, quell'aria di
muffa, polverosa e tangibile delle stanze del Tesoro, sarebbe fuggita
dalla porta insieme agli indizi che stavamo cercando.
Maestro Osman guardava la luce che filtrava all'interno tra le
teste degli agh del Tesoro disposti in due file accanto alle porte
aperte con uno strano stupore, sembrava che contemplasse per la
prima volta una meraviglia.
L'avevo osservato attentamente da lontano, nella notte,
mentre guardava i disegni e sfogliava le pagine del Libro dei Re di Sci
Tahmasp e, di tanto in tanto, avevo visto apparire sul suo volto
quella stessa espressione di stupore. La sua ombra riflessa sul muro
a volte tremava, la testa si avvicinava attentamente alla lente
che teneva in mano, le labbra prendevano un'espressione gentile
come se fosse pronto a rivelare un dolce segreto, e poi, mentre
guardava ammirato un disegno, si richiudevano da sole.
Quando la porta venne chiusa, camminai impaziente su e gi
per le stanze, con un'inquietudine che aumentava di continuo, pensai
con ansia che non avremmo potuto trarre sufficienti informazioni
dai libri del Tesoro, e che il tempo a disposizione non ci sarebbe
bastato. Avevo l'impressione che Maestro Osman non prestava
sufficiente attenzione a questo lavoro, e gli rivelai le mie
preoccupazioni.
Come un vero maestro abituato ad accarezzare i suoi apprendisti,
mi tenne la mano in modo piacevole. Persone come noi non
hanno altra scelta che cercare di vedere il mondo come lo vede Allah
e rifugiarsi nella giustizia di Allah, - disse. - Qui, tra questi
disegni e questi oggetti, dentro di me, in profondit, sento che i
due concetti si incontrano. Mentre ci avviciniamo per vedere il
mondo come lo vede Allah, la sua giustizia si avvicina a noi. Guarda,
 lo spillone con cui Maestro Behzat si  accecato...
Mentre raccontava la storia spietata dello spillone, sotto la lente
che avvicin perch vedessi meglio, guardai la punta aguzza di
quella cosa sgradevole e notai qualcosa di roseo e umido.
Per gli antichi maestri, cambiare la loro abilit, i loro colori e
lo stile a cui avevano dedicato tutta la vita, era una grande questione
di coscienza, - disse Maestro Osman. - Consideravano una
disonest vedere il mondo un giorno come diceva di vederlo uno
sci in Oriente, un altro come diceva un sovrano in Occidente, come
fanno i miniaturisti di oggi.
I suoi occhi non guardavano i miei e neanche la pagina aperta
di fronte a s. Era come se guardassero il candore di un luogo lontano
e irraggiungibile. Nella pagina del Libro dei Re davanti a s,
gli eserciti dell'Iran e del Turan si scontravano con tutte le loro
forze, i cavalli lottavano spalla a spalla e le lance dei cavalieri avevano
perforato le corazze e spezzato i corpi; i busti insanguinati
divisi in due, le teste e le braccia spaccate, erano caduti a terra, e
gli eroici guerrieri impazziti si uccidevano a vicenda estraendo le
spade con l'allegria e i colori di una festa.
I grandi maestri, costretti ad adottare i metodi dei vincitori
e a imitare i loro miniaturisti, per salvare l'onore si accecavano con
uno spillone, anticipando eroicamente ci che il loro lavoro avrebbe
compiuto nel tempo. Prima che il purissimo buio di Allah calasse
sui loro occhi come un premio, guardavano continuamente,
per ore, a volte per giorni, una pagina meravigliosa. Il mondo e il
significato di quel disegno - a volte si macchiava di gocce di sangue
che stillavano dai loro occhi per averlo guardato ore ed ore, senza
alzare la testa - prendevano il posto della malvagit che li circondava
con una dolce morbidezza, perch gli occhi degli eroici
maestri si offuscavano lentamente e andavano verso la cecit! Che
gioia! Sai quale disegno vorrei guardare fino ad abbracciare il buio
della cecit?
Aveva rivolto lontano i suoi occhi (le pupille a volte sembravano
rimpicciolirsi mentre la cornea man mano si ingrandiva), come
fa chi cerca di rievocare un ricordo dell'infanzia, verso un luogo
che pareva essere fuori dalla stanza del Tesoro.
La scena disegnata col metodo degli antichi maestri in cui Cosroe
a cavallo va sotto la dimora di Sirin e aspetta ardendo d'amore!
Forse avrebbe raccontato quel disegno con l'aria di una triste
poesia, in lode alla cecit degli antichi maestri. Mio grande maestro,
mio signore, - lo interruppi in preda ad uno strano impulso, -
quello che vorrei guardare sempre  il viso delicato della mia amata.
Sono passati tre giorni da quando l'ho sposata. Ho pensato a
lei per dodici anni con nostalgia. La scena in cui Sirin s'innamora
di Cosroe vedendo il suo ritratto me la ricorda sempre.
Sul viso di Maestro Osman forse c'era un carico di espressione,
una curiosit che non riusciva a nascondere, ma non erano rivolti
n alla mia storia n alla sanguinosa scena di guerra che aveva davanti.
Sembrava che aspettasse con calma l'arrivo di una buona notizia.
Quando fui sicuro di non essere visto, all'improvviso presi lo
spillone da turbante che aveva davanti a s e mi allontanai.
In una zona buia della terza stanza del Tesoro, quella adiacente
all'hamam, c'era un angolo formato da centinaia di grandi orologi
strani mandati da molti re e sovrani europei e messi da parte
dopo poco tempo perch non pi funzionanti. Andai l e osservai
con maggior attenzione lo spillone con cui, come diceva Maestro
Osman, Behzat si era accecato.
Di tanto in tanto la punta d'oro dello spillone coperta di un liquido
roseo brillava alla luce rossastra del giorno che si rifletteva
nelle cornici, dai vetri di cristallo, dalle cornici d'oro degli orologi
impolverati e guasti. Veramente il leggendario Maestro Behzat si
era accecato con questo strumento? E Maestro Osman aveva fatto
su di s la stessa cosa terribile, come Behzat? Mi parve che un
Saraceno crudele, multicolore e grande come un dito, legato al meccanismo
di uno dei grandi orologi, mi dicesse di s con lo sguardo.
Sicuramente quest'ottomano col turbante, ai tempi in cui funzionava,
divertiva il Nostro Sultano e le donne dell'harem muovendo
la testa tante volte quante erano le ore, uno scherzo del re degli
Asburgo, che l'aveva inviato in dono, e del suo abile orologiaio.
Guardai diversi libri ordinari. Come diceva anche il nano,
provenivano dagli averi confiscati ai pasci mandati a morte. Erano
stati strangolati talmente tanti pasci che i volumi sembravano infiniti.
Il nano, con spietata allegria, dimenticando di essere un servo,
ebbro del suo patrimonio e del suo potere, disse che un pasci
che fa scrivere un libro a suo nome e lo fa illustrare e dorare merita
l'uccisione e la confisca del patrimonio. Anche in questi volumi
- album di calligrafia, libri miniati, raccolte di poesie illustrate -
quando incontravo la scena in cui Sirin s'innamorava di Cosroe
guardandone il ritratto, mi fermavo a contemplarla a lungo.
Il disegno nel disegno, cio il ritratto di Cosroe che Sirin guardava
durante una passeggiata in campagna, non era mai troppo
chiaro. E non era cos perch i miniaturisti non avevano potuto
disegnare sufficientemente bene una cosa piccolissima come questo
disegno nel disegno. Perch la maggiore parte dei miniaturisti
riusciva a lavorare tanto finemente da disegnare su unghie, chicchi
di riso, perfino su un capello. Allora perch non avevano disegnato
in maniera precisa il viso, gli occhi del bel Cosroe di cui
s'innamorava Sirin, cos da farlo riconoscere? Nel pomeriggio, a
una cert'ora, mentre sfogliavo a casaccio, forse per dimenticare la
mia disperazione e pensando di rivolgere queste domande a Maestro
Osman, le pagine di un disordinato volume di calligrafia che
mi ero trovato sotto mano, fui attratto da un cavallo in un disegno
su stoffa che illustrava un corteo nuziale. Improvvisamente il
mio cuore perse il suo ritmo.
L, davanti a me, c'era un cavallo dal naso strano. Portava una
sposa civettuola e guardava me. Sembrava che il magico cavallo mi
volesse svelare un segreto.
Afferrai il libro e corsi da Maestro Osman tra gli oggetti e le
casse, gli aprii la pagina davanti.
Guard il disegno.
Mi spazientii quando non vidi il suo volto illuminarsi. Le narici
del cavallo sono uguali a quelle del cavallo disegnato per il libro
di mio zio, dissi.
Mise la lente che teneva in mano sopra il cavallo. Avvicin i suoi
occhi al disegno e alla lente quasi a toccare la pagina col naso.
Non riuscii a resistere a quel lungo silenzio. Come vedete,
questo non  un cavallo disegnato con il metodo e lo stile del cavallo
disegnato per il libro di mio zio, - dissi. - Ma il naso  uguale.
Il miniaturista ha cercato di vedere il mondo come lo vedevano
i cinesi. Rimasi un po' in silenzio. Un corteo nuziale.
Sembra un disegno cinese, ma i personaggi disegnati non sono cinesi,
sono come noi.
Adesso sembrava che la lente del maestro fosse attaccata al disegno
e il suo naso alla lente. Per vedere non aveva messo in movimento
con tutta la sua forza solo gli occhi, ma la testa, i muscoli
del collo, la sua vecchia schiena, le spalle. Ci fu un lunghissimo
silenzio.
La narice del cavallo  tagliata, disse dopo parecchio
ansimando.
Accostai la testa alla sua. Guancia a guancia, guardammo la narice.
Improvvisamente mi resi conto con tristezza non solo che la
narice del cavallo era tagliata ma anche che Maestro Osman aveva
difficolt a vedere.
Lo vedete, no?
Molto poco, - rispose. - Raccontami tu quello che vedi.
Secondo me questa  una sposa infelice, - dissi tristemente.
- Monta un cavallo grigio dal naso tagliato e procede tra guardie
e compagni di viaggio che le sono estranei. Il viso degli uomini,
quelle espressioni dure, le spaventose barbe nere, le sopracciglia
corrugate, i baffi folti, le ossa grosse, i semplici manti di stoffa, le
scarpe sottili, i cappelli di pelle d'orso, le asce e le spade rivelano
che sono turkmeni del Montone Bianco della Transoxiana. Visto che
viaggia anche di notte con la sua damigella alla luce delle lampade
e delle torce, la bella sposa deve intraprendere un viaggio molto
lungo ed  forse una triste principessa cinese.
Oppure, per sottolineare la perfezione della bellezza della sposa,
il miniaturista, oltre a metterle del bianco sul viso come fanno
i cinesi, ha tracciato gli occhi a mandorla come quelli dei cinesi e
noi pensiamo che lei sia cinese, disse Maestro Osman.
Non  importante chi sia, ma mi fa pena questa bella triste
che va in sposa, di notte, in mezzo a una steppa, accompagnata da
guardie forestiere dagli sguardi duri, in un paese straniero e da un
marito mai visto, - dissi. - Come faremo a capire dalla narice tagliata
del suo cavallo, chi  il nostro miniaturista?, incalzai.
Gira le pagine dell'album e descrivimi ci che vedi, disse
Maestro Osman.
Adesso era con noi anche il nano che poco fa, mentre portavo,
correndo, il volume a Maestro Osman, avevo visto sedersi sul vaso
da notte, e guardavamo tutti e tre le pagine che sfogliavo.
Vedemmo delle belle fanciulle cinesi disegnate con lo stesso stile
del disegno della nostra triste sposa, erano riunite in un giardino
e suonavano uno strano liuto. Vedemmo case cinesi, tristi carovane
che facevano lunghi viaggi, alberi della steppa, panorami di
steppe belli quanto i vecchi ricordi. Vedemmo alberi ricciuti di stile
cinese, fiori primaverili sbocciati con tutto il loro vigore, usignoli
che cantavano allegri sui rami. Vedemmo principi che parlavano di
poesia, di vino e d'amore seduti nelle loro tende di stile khorasanico,
meravigliosi giardini, signori affascinanti che andavano a caccia
con un meraviglioso falcone sul braccio, seduti diritti sui loro
splendidi cavalli. Poi ci sembr che tra le pagine passasse Satana,
e sentimmo che la cattiveria nel disegno  spesso segno di intelligenza.
Non aveva forse aggiunto un che di beffardo il miniaturista
all'atteggiamento dell'eroico principe che uccideva il drago con la
sua gigantesca lancia? Aveva goduto per la miseria dei poveri contadini
che aspettavano la guarigione alla presenza dello sceicco?
Godeva di pi disegnando gli occhi dei poveri cani che sembravano
uniti mentre si accoppiavano, oppure quando colorava di un rosso
diabolico le bocche aperte delle donne che ridevano guardandoli?
Poi vedemmo anche i demoni del miniaturista: queste strane
creature assomigliavano ai ginn e ai giganti che avevano disegnato
tante volte gli antichi maestri di Herat come i miniaturisti dei Libri
dei Re, ma lo scherzoso talento del miniaturista li aveva resi pi
crudeli, pi aggressivi e pi umani. Vedemmo terribili demoni alti
come uomini, ma dal corpo deforme, con corna nodose e code da
gatto e ridemmo. Girando le pagine, i diavoli nudi con sopracciglia
folte, volti paffuti, occhi grandi, denti acuminati, unghie aguzze e
pelle scura e grinzosa come quella dei vecchi, cominciarono a picchiarsi
e a lottare, a rubare un enorme cavallo e a portarlo in sacrificio
ai loro di, a saltellare ed a giocare, a tagliare gli alberi, a rapinare
i bei sultani con le loro portantine, ad afferrare draghi e rapinare
tesori. Quando raccontai che nel volume che avevano toccato
diversi miniaturisti con le loro penne, il miniaturista che aveva disegnato
i diavoli era Siyah Kalem, e che aveva disegnato anche i
dervisci kalenderi con i capelli rasati, gli abiti a brandelli, catene di
ferro e scettri in mano, Maestro Osman mi fece ripetere le somiglianze
una ad una ascoltandomi con attenzione.
Tagliare le narici dei cavalli perch respirassero meglio e corressero
pi a lungo  un'abitudine mongola da tanti secoli, - disse
poi. - Quando gli eserciti di Hulagu Khan, che con i suoi cavalli
conquist tutta l'Arabia, la Persia e la Cina, entrarono a Baghdad
e passarono a fil di spada gli abitanti della citt e la saccheggiarono
gettando nel Tigri tutti i libri, Ibni Sakir, il famoso calligrafo
che poi divenne anche miniaturista, per fuggire dalla citt e dal
massacro, come si sa, non and, come tutti, a Sud, ma a Nord, da
dove venivano i cavalieri mongoli. A quei tempi, non si facevano
disegni nei libri perch il Corano lo proibiva e i miniaturisti non
venivano presi sul serio. Avevo sentito dire che il nostro maestro
spirituale, il nostro Maestro Ibni Sakir a cui dobbiamo il pi grande
segreto del nostro mestiere - la visione del mondo dal minareto,
la presenza continua, palese o segreta, della linea dell'orizzonte
e il disegnare tutto, dalle nuvole agli insetti, con curve, alla maniera
dei cinesi, con colori vivaci e ottimisti - durante il lungo e
leggendario cammino che intraprese per arrivare fino al cuore degli
eserciti mongoli per andare a Nord, guard le narici dei cavalli.
Ma, per quanto ho visto e sentito io, nessuno dei cavalli che
aveva disegnato a Samarcanda, dove giunse dopo un anno di cammino,
incurante delle tempeste e della neve, aveva il naso tagliato.
Perch per lui i cavalli perfetti da sogno, non erano i cavalli
mongoli forti e vittoriosi che aveva incontrato durante la sua maturit,
ma erano quelli arabi delicati della sua giovinezza che si era
lasciato tristemente alle spalle. Per questo motivo, lo strano naso
del cavallo disegnato per il libro di Zio Effendi non mi ha fatto
venire in mente n i cavalli mongoli, n l'abitudine diffusa dai
mongoli del Khorasan e di Samarcanda.
Maestro Osman parlava, a volte guardando il libro, a volte me,
ma sembrava che non vedesse noi ma le cose che immaginava.
Oltre all'abitudine di tagliare le narici dei cavalli e oltre al disegno
cinese, un'altra cosa che arriv in Persia e poi fin qui con gli
eserciti mongoli sono questi demoni del libro. Avete gi sentito
che sono ambasciatori di crudelt inviati da oscure forze sotterranee
che, prendendo la vita di noi uomini e i nostri beni, fuggono
via e ci conducono nel tunnel del buio e della morte. In questo
mondo sotterraneo, tutto ha un'anima - le nuvole, gli alberi, gli
oggetti, i cani, i libri - e parla.
S, - disse l'anziano nano. - Allah  testimone, certe notti in
cui vengo chiuso a chiave qui dentro, le anime di questi orologi, di
questi piatti cinesi, queste ciotole di cristallo che gi tintinnano in
continuazione, cominciano a parlare inquiete assieme alle anime di
tutti i fucili e le spade, gli scudi e gli elmi insanguinati e, nel buio
pesto, la stanza del Tesoro diventa un confuso campo di battaglia.
Portarono questa credenza dal Khorasan in Persia, poi nella
nostra Istanbul i dervisci kalenderi di cui abbiamo visto i disegni,
- disse Maestro Osman. - Mentre il Sultano Selim I, dopo aver
vinto Sci Ismail, saccheggiava Tabriz e il Palazzo del Settimo Cielo,
Bedizzaman Mirza, che discendeva dalla stirpe di Tamerlano,
trad Sci Ismail e si un agli ottomani, insieme ai dervisci kalenderi
che erano con lui. Il Sultano Selim I, sia benedetto, che torn
in pieno inverno da Tabriz a Istanbul, oltre a due delle belle mogli
dalla pelle bianca e dagli occhi a mandorla di Sci Ismail che
vinse a Saldiran, port con s anche tutti questi libri lasciati dai
vecchi padroni di Tabriz, dai mongoli, dagli ilkhanidi, dai jalali,
dal Montone Nero e saccheggiati allo sci sconfitto dagli uzbechi,
dai persiani, dai turkmeni e dai timuridi, nascosti nella biblioteca
del Palazzo del Settimo Cielo a Tabriz. Io li guarder finch il Nostro
Sultano e il Tesoriere non mi faranno uscire di qui.
Ma ormai nei suoi occhi c'era quella mancanza di sguardo tipica
dei ciechi; teneva in mano la lente dal manico di madreperla
non per vedere, ma per abitudine. Rimanemmo un po' in silenzio.
Maestro Osman chiese al nano che aveva ascoltato tutta la storia
come una favola toccante di portargli di nuovo il libro di cui descrisse
attentamente la rilegatura. Quando il nano se ne fu andato,
chiesi innocentemente al mio maestro:
Allora, chi ha fatto il disegno del cavallo nel libro di mio zio?
Sono tagliate le narici di tutti e due i cavalli, - disse. - Ma sia
a Samarcanda che in Transoxiana, questo disegno  stato fatto con
i metodi cinesi. Invece il bel cavallo del libro di tuo zio, come i
meravigliosi cavalli dei maestri di Herat,  stato disegnato con il
metodo persiano. Un cavallo delicato come se ne vedono di rado!
Quello  un cavallo miniato, non un cavallo mongolo.
Ma ha le narici tagliate come un vero cavallo mongolo,
bisbigliai.
Perch, si vede che, uno degli antichi maestri che disegnava
duecento anni fa ad Herat, quando i mongoli si ritirarono e inizi
il regno di Tamerlano e dei suoi figli, lasciandosi influenzare dai
cavalli mongoli che aveva visto e ricordava o dal disegno di un altro
miniaturista che li aveva disegnati con le narici tagliate, aveva
fatto un cavallo meraviglioso con le narici delicatamente tagliate.
Nessuno sa in quale pagina di quale libro fatto per quale sci si trovasse.
Ma sono sicuro che quel libro e quel disegno piacque molto
in un qualche palazzo - chiss, forse alla favorita dell'harem dello
sci - fu molto lodato e divenne leggenda! E sono anche sicuro
che tutti i miniaturisti ordinari erano gelosi di questo cavallo dal
naso tagliato e l'hanno imitato brontolando e ne hanno fatte molte
copie. Cos, insieme a quel meraviglioso cavallo, anche le sue
narici sono divenute un modello e sono state custodite nella memoria
dai miniaturisti che poi le hanno disegnate in quel laboratorio.
Dopo tanti anni, questi miniaturisti, quando i loro signori
vennero sconfitti in guerra, cambiarono citt e paese sotto nuovi
sci e nuovi principi, proprio come le tristi donne che andavano
in altri harem, e portarono con s anche le narici delicatamente tagliate
dei cavalli che avevano in mente. Molti miniaturisti, forse,
alla fine finirono per dimenticare questo naso tagliato che avevano
accantonato in un angolo della memoria in altri laboratori, e
non lo disegnarono pi per via di altri metodi e di altri maestri.
Alcuni, invece, oltre a disegnare cavalli dai nasi delicatamente tagliati
nei nuovi laboratori a cui si unirono, lo insegnarono anche
ai loro begli apprendisti dicendo: gli antichi maestri facevano cos.
Cos, secoli dopo che i mongoli e i loro cavalli dal naso tagliato
avevano lasciato le terre di Persia e d'Arabia, pur all'inizio di
una nuova vita nelle citt bruciate, distrutte e saccheggiate, alcuni
miniaturisti, credendo che fosse un modello, continuarono a disegnare
le narici dei cavalli tagliate. Sono poi sicuro che altri, senza
sapere nulla dei cavalieri mongoli conquistatori e delle narici tagliate
dei loro cavalli, disegnano i cavalli come i nostri miniaturisti,
sostenendo che "sono un modello".
Mio maestro, mio signore, - esclamai ammirato, - il vostro
metodo della dama ha dato veramente un risultato come ci aspettavamo.
Ogni miniaturista ha anche una firma segreta.
Non ogni miniaturista, ma ogni laboratorio, - disse orgogliosamente.
- E nemmeno tutti i laboratori; proprio come accade in
alcune famiglie infelici, dove per anni ognuno dice una cosa diversa
e nessuno capisce che la felicit dipende dall'armonia e che
l'armonia  felicit. Alcuni miniaturisti cercano di disegnare come
i cinesi, alcuni come i turkmeni, alcuni come quelli di Shiraz,
alcuni come i mongoli e non riescono ad avere un metodo comune,
come mariti e mogli infelici che litigano per anni.
Adesso l'orgoglio dominava in maniera evidente il suo volto, e
al posto dell'espressione triste, da vecchio patetico che gli avevo
visto per molto tempo, c'era lo sguardo rabbioso di un uomo
contrariato che vuole avere tutto il potere in mano.
Maestro mio, - dissi. - Voi, qui a Istanbul, in vent'anni avete
unito tanti miniaturisti provenienti da ogni parte del mondo,
con caratteri e nature diversi, con un'armonia tale da creare lo stile
degli ottomani.
Perch, adesso che glielo dicevo in faccia, l'ammirazione che
provavo poco fa con tutto il cuore si era trasformata in ipocrisia?
Quando lodiamo qualcuno apertamente, qualcuno di cui ammiriamo
sinceramente l'abilit e la maestria, per poter essere sinceri,
bisogna forse che questa persona abbia perduto ogni potere e
sia ridotta in miseria?
Ma dov' finito quel nano?, domand.
Non l'aveva detto come chi ama l'adulazione e le lodi, ma come
chi ha il potere e ricorda vagamente che non deve amarle, o
perch voleva cambiare argomento.
Anche se siete un grande leggendario maestro dei metodi persiani,
avete creato un mondo della miniatura diverso e degno della
fama e forza degli ottomani, - bisbigliai. - Avete dato voi alla
miniatura la forza della spada ottomana, i colori positivi delle sue
vittorie, l'attenzione e la passione per gli oggetti e gli strumenti,
la sua libert e tranquillit di vita. Maestro mio, il pi grande onore
della mia vita  guardare qui con voi le meraviglie di antichi
maestri leggendari e...
Continuai a lungo a mormorargli complimenti. Nella confusione
e nel buio gelido della stanza del Tesoro che somigliava a un campo
di battaglia abbandonato, la vicinanza dei nostri corpi trasformava i
miei sussurri in una specie di linguaggio intimo.
Poi, come accade ad alcuni ciechi che non controllano assolutamente
le espressioni del volto, negli occhi di Maestro Osman apparve
lo sguardo di un anziano che si era piacevolmente lasciato
andare. Lodai a lungo l'anziano maestro, a volte sentendolo con
tutto il cuore ed a volte rabbrividendo per la sincera ripugnanza che
provo nei confronti dei ciechi.
Mi tenne la mano con le sue dita fredde, mi accarezz le braccia,
mi tocc il viso. Mi sembr che attraverso le dita mi trasmettesse
la sua forza e la sua vecchiaia. Pensai a Sekre che mi aspettava
a casa.
Rimanemmo fermi per un po', con le pagine aperte davanti.
Sembrava che le mie lodi, l'ammirazione e la pena che provava per
s ci avessero stancati e ci fossimo concessi una pausa di riposo.
Eravamo imbarazzati.
Ma dov' finito il nano?, chiese di nuovo.
Ero sicuro che quel nano infido si fosse nascosto in un angolo
e ci stesse spiando. Girai le spalle a destra e poi a sinistra come se
lo cercassi con lo sguardo, ma avevo gli occhi fissi in quelli di Maestro
Osman. Era cieco, o voleva far credere a tutti, compreso se
stesso, di essere cieco? Alcuni anziani maestri di Shiraz senza talento
n abilit, quando invecchiavano facevano finta di essere ciechi
per venire rispettati di pi e perch non venissero accusati dei
loro cattivi risultati.
Voglio morire qui, disse.
Mio grande maestro, mio signore, - lo adulai ignobilmente. -
Capisco bene ci che dite, in un momento cos brutto in cui non si
d valore alla miniatura ma ai soldi che questa porter, non agli antichi
maestri ma agli imitatori degli europei, e mi vengono le lacrime
agli occhi. Ma il vostro compito  anche quello di proteggere i
vostri maestri dai loro nemici. Ditemi, ve ne prego, che risultato ha
dato il metodo della dama? Chi  che ha disegnato quel cavallo?
Oliva.
Non mi stupii di come lo disse.
Rimase un po' in silenzio.
Ma sono certo che non  stato Oliva a uccidere tuo zio e il povero
Raffinato Effendi, - prosegu con calma. - Traggo la conclusione
che  stato Oliva a disegnare il cavallo dal fatto che lui e
il pi legato agli antichi maestri e conosce meglio, con il cuore, le
leggende ed i metodi di Herat, l'albero genealogico dei suoi maestri
risale fino a Samarcanda. So che non mi chiederai perch non abbiamo
incontrato queste narici negli altri cavalli che Oliva ha disegnato
per anni. Ti avevo gi detto che a volte un dettaglio, l'ala
di un uccello, l'attaccatura di una foglia all'albero, non viene
assolutamente fuori a causa dei capricci e della severit del maestro
miniaturista, del gusto e dell'atmosfera del laboratorio e del sultano,
ma rimane nascosto nella memoria per generazioni, passando
di maestro in apprendista. Vuol dire che il cavallo che il caro
Oliva ha imparato durante l'infanzia direttamente dai maestri persiani
e che non ha mai dimenticato  questo. Che questo cavallo
gli sia venuto fuori per lo stupido libro di tuo zio, per me  parte
dello spietato gioco di Allah. Non abbiamo tratto esempi sufficienti
dagli antichi maestri di Herat? Non abbiamo pensato anche
noi alle meraviglie degli antichi maestri di Herat quando si parlava
di bel disegno, proprio come fa il miniaturista turkmeno che se
immagina una figura di bella donna, riesce a disegnarla solo come
una donna cinese? Tutti ammiriamo gli antichi maestri di Herat.
Dietro a ogni grande miniaturista c' la Herat di Behzat, e dietro
Herat ci sono i cavalieri mongoli e i cinesi. Perch mai Oliva, che
 cos legato alle leggende di Herat, avrebbe dovuto uccidere il povero
Raffinato Effendi che era molto pi legato di lui, anzi ciecamente
legato ai vecchi metodi?
Chi allora? - domandai. - Farfalla?
Cicogna! - rispose. - E me lo dice il cuore. Perch conosco la
sua ambizione, la sua eccessiva laboriosit. Ascolta: il povero Raffinato
Effendi che faceva le dorature, molto probabilmente ha capito
che nel libro di tuo zio fatto imitando i metodi europei c'era
un qualche pericolo. D'altra parte, essendo cos stupido - i maestri
di doratura sono pi vicini ad Allah rispetto ai pittori ma, purtroppo,
sono noiosi e stupidi - da dar ascolto alle parole di quello
stupido predicatore di Erzurum e sapendo che lo stupido libro di
tuo zio era un grande lavoro segreto per il sultano, le sue paure ed i
suoi dubbi si sono contraddetti a vicenda: doveva credere al suo
sultano od al predicatore di Erzurum? Questo mio povero figliolo,
che conosco come il palmo della mia mano, in un altro momento
sarebbe certamente venuto da me, dal suo maestro, e mi avrebbe
raccontato il problema che lo rodeva come un tarlo. Ma perfino lui
aveva capito molto bene, con il suo cervello di gallina, che fare le
dorature per il libro di Zio Effendi, imitare gli europei, significava
tradire me ed il nostro laboratorio, e cos ha cercato qualcun altro
e ha confessato il suo problema a quel furbo ambizioso di Cicogna,
ammirandone il talento, facendo l'errore di ammirarne anche
l'intelligenza e il moralismo. Ho visto tante volte Cicogna
sfruttare l'ammirazione di Raffinato Effendi. Ci dev'essere stata
una discussione e Cicogna l'ha ucciso. Avendo Raffinato Effendi
confessato le sue paure anche ai seguaci del predicatore di Erzurum,
questi, per dimostrare la loro forza, per vendetta hanno ucciso
tuo zio, l'ammiratore degli europei, che ritenevano responsabile
della morte del loro amico. Non posso dire che mi dispiaccia troppo.
Tanti anni fa, tuo zio, convincendo il Nostro Sultano, aveva
fatto fare un suo ritratto a un pittore veneziano - si chiamava Sebastiano -
con il metodo europeo, come se fosse un re miscredente,
e poi mi aveva messo davanti questo vergognoso disegno come
esempio costringendomi a fare una cosa brutta e umiliante, a copiarlo.
E io, per timore del Nostro Sultano, avevo disonestamente
imitato quel disegno fatto con i metodi dei miscredenti. Se non l'avessi
imitato, forse oggi mi sarebbe dispiaciuto per la morte di tuo
zio e avrei fatto di tutto per trovare il vile assassino. Ma il mio problema
non  tuo zio, ma il mio laboratorio. Per colpa di tuo zio,
anche i maestri che ho amato pi dei miei figli, che ho allevato per
venticinque anni curandoli attentamente, hanno tradito me e tutte
le tradizioni della nostra miniatura e hanno cominciato a imitare
i maestri europei, perch cos ormai voleva il Nostro Sultano.
Tutti questi disonesti meritano la tortura! Noi miniaturisti possiamo
meritare il Paradiso se diventiamo servi non del Nostro Sultano,
ma del nostro talento e della nostra arte. Adesso per vorrei
guardare questo libro da solo.
Aveva pronunciato queste parole tristemente, come le direbbe
un pasci stanco che esprime il suo ultimo desiderio prima della
condanna a morte, perch responsabile di una sconfitta. Apr le
pagine del libro che il nano gli mise davanti e cominci a impartirgli
ordini con un tono di rimprovero perch trovasse la pagina
che voleva vedere. Con questi suoi modi burberi era tornato subito
il capo miniaturista che tutto il laboratorio conosceva e a cui
era abituato.
Mi allontanai e, ritiratomi in un angolo, tra cuscini ricamati di
perle, fucili con la canna arrugginita e il calcio ornato di pietre preziose
ed armadi, contemplai da lontano Maestro Osman. Il dubbio
che mi rodeva mentre lo ascoltavo, adesso mi aveva preso completamente.
Mi sembrava cos ovvio che fosse stato lui a uccidere
il povero Raffinato Effendi e poi mio zio per fermare il libro del
Nostro Sultano, imitazione europea, che, per un attimo, mi sentii
in colpa per l'ammirazione provata poco fa nei suoi confronti. D'altra
parte, volente o nolente, provavo anche un profondo rispetto
nei confronti di questo grande maestro che si era completamente
dedicato al disegno che aveva davanti e che sembrava, con occhi
ciechi o quasi, contemplarlo con la pelle rugosa del suo volto anziano.
Quando si fece strada nella mia mente che avrebbe facilmente
potuto consegnare uno qualsiasi dei suoi maestri alla tortura
del Comandante delle guardie imperiali, ma anche me, per liberarsi
del libro di mio zio, per tornare a essere l'unico prediletto
del sultano, per sciogliermi dalle catene dell'amore che in questi
due giorni mi avevano legato a lui, misi in moto l'immaginazione.
Era passato molto tempo e avevo la mente completamente confusa.
Per placare i demoni dentro di me, per distrarre i ginn dell'indecisione,
guardai a lungo, a casaccio, le pagine illustrate dei
volumi che tirai fuori dalle casse.
Quante persone, quanti uomini e donne a bocca aperta! Come
espressione di stupore negli ultimi duecento anni si era usata questa,
in tutti i laboratori di miniatura, da Samarcanda a Baghdad. L'eroe
Keyhsrev schiacciato dai nemici mentre supera sano e salvo la corrente
del fiume Ceyhun con l'aiuto del suo cavallo nero e di Allah, il
vile traghettatore che non lo prese sulla zattera e il rematore rimangono
a bocca aperta per lo stupore. Cosroe rimane a bocca aperta,
stupito, vedendo per la prima volta la bellezza di Sirin dalla pelle di
luna che si bagna nel lago argentato, brillante come un tempo. Invece
le bocche che guardai pi attentamente e pi a lungo erano quelle
delle bellezze dell'harem che si vedevano alle porte socchiuse dei
palazzi, alle irraggiungibili finestre delle torri delle fortezze, dietro
le tende. Tejav che perse la corona, sconfitto dagli eserciti persiani,
fuggendo dal campo di battaglia, mentre la sua favorita, la bellissima
Espinuy, lo contempla alla finestra dell'harem del Palazzo con
tristezza e meraviglia, a bocca aperta e con gli occhi che lo supplicano
di non abbandonarla ai nemici. Giuseppe viene catturato con l'accusa
di avere violentato Zuleykha e condotto in cella mentre la diabolica
calunniatrice Zuleykha sta alla finestra, con la bella bocca aperta
pi per la lussuria che per la meraviglia. I poetici innamorati sono
felici ma tristi e fuori di s per la forza dell'amore e del vino in un
giardino paradisiaco, mentre la damigella maligna, con la bocca rossa
aperta pi per gelosia che per meraviglia, li contempla.
In quest'espressione, anche se  un modello che tutti i miniaturisti
hanno sia nei loro manuali di esempi sia nelle loro menti, la bocca
della bella ogni volta  spalancata con una delicatezza diversa.
Quanto mi ha consolato vedere questi disegni? Verso sera,
mentre il buio calava, andai da Maestro Osman e gli dissi:
Mio maestro, mio signore, quando verr aperta la porta, con
il vostro permesso, io abbandoner il Tesoro.
Come mai? - chiese. - Abbiamo ancora una notte ed una mattina
davanti. I tuoi occhi sono gi sazi di guardare i disegni pi
belli del mondo?
Mentre parlava, non aveva alzato il viso dalla pagina che aveva
davanti, ma il pallore che appariva nelle sue pupille era la conferma
che stava pian piano diventando cieco.
Abbiamo scoperto il segreto delle narici del cavallo, dissi
coraggiosamente.
Ah! - disse. - S! Ormai il resto appartiene al Nostro Sultano
e al Tesoriere. Forse ci perdoneranno tutti.
Avrebbe incolpato Cicogna? Non riuscii nemmeno a chiederglielo
per paura. Temevo che non mi lasciasse pi uscire. Peggio
ancora, pensavo addirittura che mi avrebbe accusato.
Non trovo pi lo spillone da turbante con cui Behzat si  accecato,
disse.
Probabilmente l'ha preso il nano e l'ha rimesso al suo posto,
- dissi. - Quant' bella la pagina che state guardando!
Il suo viso s'illumin come quello di un bambino, sorrise. Cosroe
che va con il suo cavallo sotto la dimora di Sirin e la aspetta
ardendo d'amore, - disse. - Disegnato con il metodo degli antichi
maestri di Herat.
Adesso guardava il disegno come se lo vedesse, ma non aveva
nemmeno preso la lente in mano.
Vedi la bellezza delle foglie e dei fiori di primavera che sembrano
illuminati come stelle e si vedono uno a uno, la modesta pazienza
degli ornamenti dei muri, la delicatezza nell'uso della doratura,
il fine equilibrio che c' nella composizione dell'intero disegno?
Il cavallo del fascinoso Cosroe  fine e delicato come una
donna. La sua amata Sirin lass alla finestra  triste ma orgogliosa.
Sembra che gli innamorati possano restare qui, cos, in eterno,
in mezzo alle luci che filtrano dai colori delicatamente ricamati dal
miniaturista con amore, dalla trama del tessuto, dalla pelle del disegno.
Vedi, hanno la testa girata leggermente l'uno verso l'altra,
ma i corpi sono girati verso di noi. Perch sanno di essere in un
disegno e che noi li vediamo. Perci non cercano di assomigliare
completamente alle cose che vediamo noi. Al contrario, ci dimostrano
di essere venuti fuori dai ricordi di Allah. Perci, l, in quel
disegno, il tempo si  fermato. Anche se la storia che raccontano
con il disegno andr di fretta, loro, senza fare gesti esagerati con
le mani e le braccia, con i loro corpi delicati o anche con gli occhi,
come giovani fanciulle timide, gentili e ben educate, staranno cos
per l'eternit. Insieme aloro, nella notte blu tutto si geler. L'uccello
in cielo vola agitato come i frettolosi cuori dei giovani al buio,
tra le stelle e, allo stesso tempo, rimane fermo, in questo momento
straordinario, inchiodato al cielo per l'eternit. Gli antichi maestri
di Herat che sapevano che il buio vellutato di Allah stava per
calare davanti ai loro occhi come un sipario, sapevano anche molto
bene che se diventavano ciechi guardando un disegno per giorni
e settimane, senza muoversi assolutamente, alla fine, la loro anima
si sarebbe mescolata al tempo eterno del disegno.
All'ora della preghiera serale, quando la porta del Tesoro si apr
con la stessa cerimonia e la stessa folla di persone, Maestro Osman
continuava a guardare attentamente quella pagina, dove l'uccello
stava in cielo senza muoversi. Ma chi si accorgeva del colore pallido
delle sue pupille, proprio come ci accorgiamo di alcuni ciechi
che s'avvicinano al piatto che hanno davanti dalla parte sbagliata,
capiva che stava guardando in modo strano la pagina meravigliosa
che aveva davanti a s.
I custodi del Tesoro, una volta saputo che Maestro Osman sarebbe
rimasto dentro e che Cezmi Agh era alla porta, non mi perquisirono
a fondo e non riuscirono a scovare lo spillone da turbante
che avevo nascosto nelle mutande. Quando uscii dal cortile del
Palazzo per le strade di Istanbul, entrai in un vicolo, tirai fuori il
terribile oggetto che aveva accecato il leggendario Behzat e lo infilai
sotto la cintura. Camminai per le strade come se corressi.
II freddo della stanza del Tesoro mi era penetrato talmente nelle
ossa che mi sembrava che nelle strade della citt fosse arrivata
una dolce e precoce aria primaverile. Passando davanti ai negozi
di drogheria, di legname, ai barbieri, agli erboristi, ai fruttivendoli
del mercato vecchio che stavano per chiudere uno dopo l'altro,
rallentavo e guardavo le botti, le coperte, le carote, i barattoli
nei negozi riscaldati dalle lampade.
La via di mio zio - non riuscivo ancora a dire la mia via, ma
neanche la via di Sekre - dopo due giorni di assenza, mi parve
un luogo ancora pi estraneo e lontano. Ma la gioia di abbracciare,
sano e salvo, Sekre e la logica secondo la quale da stanotte
sarei potuto entrare nel letto della mia amata, dato che l'assassino
si poteva considerare trovato, mi fecero sentire talmente vicino a
tutto il mondo che, quando vidi il melograno e la persiana ormai
riparata e chiusa, mi venne da urlare come un contadino che grida
verso l'altra parte della valle, ma mi trattenni. Quando avrei
visto Sekre volevo cominciare il mio discorso con la frase: Il vi-
le assassino  stato scoperto.
Aprii la porta del cortile. Non so se fu per il cigolio della porta,
o per la tranquillit del passero che beveva acqua dal secchio
del pozzo, o per il buio che c'era in casa ma, con l'intito da lupo
di un uomo che vive completamente solo da dodici anni, capii subito
che la casa era vuota. Come avrebbe fatto un uomo che comprende
dolorosamente di essere rimasto solo, aprii ogni porta, armadio,
addirittura sollevai i coperchi delle pentole. Aprii e guardai
anche nelle casse.
L'unica cosa che sentii nel silenzio era il rumore del mio cuore
che batteva forte. Quando tirai fuori la spada che avevo nascosto in
fondo alla cassa pi lontana e la indossai, come un vecchio che nella
vita ormai ha fatto tutto, per un attimo mi tranquillizzai. Nei lunghi
anni in cui avevo lavorato con la penna,  sempre stata la mia
spada dal manico di avorio a darmi la serenit interiore e l'equilibrio
(anche l'equilibrio per camminare). I libri aggiungono all'infelicit
dell'uomo una profondit che scambiamo per consolazione.
Scesi in cortile. Il passero se n'era andato. Uscii lasciando la
casa nel silenzio del buio che calava, come se stessi abbandonando
una nave che affonda.
Corri, diceva il mio cuore ora pi fiducioso, vai e trovali. Corsi.
Comunque, rallentavo nei luoghi affollati e quando, nei cortili
delle moschee che prendevo come scorciatoie, aumentava il numero
di cani che m'inseguivano allegri e divertiti.
...
Capitolo cinquantatreesimo. Il mio nome  Esther.

Stavo cucinando una zuppa di lenticchie quando Nesim disse:
C' qualcuno alla porta. Gli misi in mano il cucchiaio dicendogli:
Non far attaccare la zuppa, presi la sua vecchia mano nella
mia e girai il cucchiaio un paio di volte nella zuppa. Perch se non
gli fai vedere le cose, sarebbe capace di tenere il cucchiaio fermo
nella zuppa per ore.
Quando vidi Nero alla porta, ebbi pena di lui. Aveva un'espressione
cos avvilita che temevo di chiedergli cosa fosse accaduto.
Non entrare, - dissi. - Mi cambio e vengo subito.
Mi misi il vestito rosa e giallo che indosso quando vengo invitata
alle feste del Ramadan, alle tavole dei ricchi, ai matrimoni che
durano molto e presi il mio fagotto da festa. Poi torno e mangio
la zuppa, cos salutai il povero Nesim.
Eravamo appena passati per una strada del nostro piccolo quartiere
ebreo dove anche i camini, come le povere pentole, fumavano
con qualche difficolt: Dicono che l'ex marito di Sekre sia
tornato dalla guerra, dissi.
Nero rimase in silenzio finch non uscimmo dal quartiere. Il
suo volto era terreo come il colore della sera che calava.
Dove sono?, chiese dopo un bel po'.
Dalla sua domanda capii che Sekre ed i bambini non erano a
casa. Saranno a casa loro, gli risposi. Accorgendomi subito che
le mie parole l'avrebbero ferito, dato che intendevo la precedente
casa di Sekre, con la frase successiva gli aprii uno spiraglio di
speranza. Probabilmente.
Tu hai visto il marito tornato dalla guerra?, domand Nero
guardandomi negli occhi.
Io non ho visto n lui, n Sekre che abbandonava la casa.
Come hai fatto a capire che hanno abbandonato la casa?
Dalla tua faccia.
Raccontami tutto, mi ordin deciso.
Era tanto afflitto da non capire che Esther - per poter essere una
Esther che trova mariti a cos tante ragazze sognatrici con l'occhio
alla finestra e l'orecchio alla porta, e che suona tranquillamente alla
porta di cos tante case infelici - non deve mai raccontare tutto.
Ho saputo che il fratello dell'ex marito di Sekre, Hasan, si
 avvicinato a casa vostra, - vidi che era contento perch avevo
detto casa vostra, - dicendo a Sevket che suo padre stava per tornare
dalla guerra, che sarebbe stato a casa nel pomeriggio e se non
avesse trovato i figli e la madre si sarebbe rattristato molto.
Anche se Sevket ha portato subito la notizia a sua madre, Sekre si
 comportata in maniera prudente e non  riuscita a prendere una
decisione. Nel pomeriggio Sevket  scappato di casa e si  rifugiato
dallo zio Hasan e dal nonno.
Tu come fai a saperlo?
Sekre non ti ha detto che Hasan briga da due anni per farla
tornare nella sua vecchia casa? Per un certo periodo Hasan ha mandato
lettere a Sekre per mio tramite.
Sekre gli ha mai risposto?
Conosco ogni tipo di donna di Istanbul, - affermai orgogliosa.
- Non c' nessuna cos legata alla sua casa, a suo marito, alla
sua dignit come Sekre.
Adesso per suo marito sono io.
Nella sua voce c'era quella sfiducia maschile che mi mette sempre
tristezza. Quando Sekre passava da una parte, dall'altra cominciava
la distruzione.
Hasan ha scritto su un foglio, perch lo portassi a Sekre, che
Sevket era andato a casa per aspettare il padre, e che era molto infelice
a causa di quel falso marito che lei aveva sposato con un matrimonio
fasullo, di quel nuovo padre, e che non sarebbe tornato.
E Sekre cosa ha fatto?
Ti ha aspettato tutta la notte, sola con il povero Orhan.
E Hayriye?
Sono anni che Hayriye non vede l'ora di trovare un'occasione
per affogarla in un bicchier d'acqua. Per questo andava a letto
con la buonanima di tuo zio. Quando Hasan ha visto che Sekre
ha passato la notte terrorizzata dall'assassino e dai fantasmi, le ha
mandato un'altra lettera.
Cosa le ha scritto?
Grazie a Dio, questa povera Esther non sa leggere e scrivere,
cos quando i signori arrabbiati o i padri nervosi le fanno questa
domanda, lei risponde: io non posso leggere la lettera ma solo la
faccia della bella figliola che la legge.
Cosa ci hai letto?
Disperazione.
Per un bel po' non parlammo. Vidi il gufo che aspettava la notte
appollaiato sul tetto di una chiesetta greca. Vidi i mocciosi del
quartiere che ridevano guardando il mio fagotto e il vestito. Vidi
il cane rognoso che, al calar della notte, scendeva grattandosi allegramente
per la strada del cimitero affiancata dai cipressi.
Piano, - gridai a Nero poco dopo. - Io non riesco a fare queste
salite come te. Dove mi porti con questo fagotto in mano?
Prima di andare a casa di questo Hasan, io ti porter da uomini
giovani e generosi che ti faranno aprire il fagotto e compreranno
per le loro amate fazzoletti a fiori, cinture di seta, borsellini
ricamati con fili d'argento.
Era un bene che Nero, in questo stato penoso, riuscisse ancora
a scherzare, ma vidi subito il lato serio del suo scherzo: Se ti
raccogli attorno un esercito, non ti porto affatto a casa di Hasan,
- dissi. - Ho molta paura delle liti, delle risse.
Se tu sarai la Esther intelligente di sempre, non ci saranno n
liti n risse, mi tranquillizz.
Passammo da Aksaray e prendemmo la strada che va verso gli
orti di Langa. Nero entr da un barbiere ancora aperto che si trovava
in un quartiere decadente, in fondo a una strada fangosa. Lo
vidi parlare con il barbiere che, alla luce delle lampade, si stava facendo
radere da un ragazzino dal viso buono e dalle mani belle.
Dopo un po' ad Aksaray, il barbiere, il suo bel garzone ed altri due uomini
si unirono a noi. In mano avevano spade ed asce. A SehzadebaSi,
in una stradina buia, si uni a noi anche uno studentello di scuola
coranica con la spada in mano che sembrava solo un attaccabrighe.
Ma assalirete una casa, in citt, in pieno giorno?, domandai.
Non  giorno,  notte, rispose Nero con l'aria di voler
scherzare.
Non sentirti cos sicuro solo per aver raccolto tanti uomini, -
lo avvertii. - Speriamo che i giannizzeri non vi vedano girare armati
di tutto punto come un esercito.
Non ci vede nessuno.
Ieri gli uomini del predicatore di Erzurum hanno assalito una taverna
e poi il convento dei dervisci cerrahi a Sagirkapi e hanno picchiato
tutti. Un anziano che ha ricevuto un colpo di bastone in testa
 morto. Nel buio pesto potrebbero anche pensare che siate dei loro.
Ho saputo che sei andata a casa della buonanima di Raffinato
Effendi e - Allah ti benedica - sua moglie ti ha mostrato quei cavalli
a inchiostro e l'hai raccontato a Sekre. Raffinato Effendi era
molto coinvolto dagli uomini di questo predicatore di Erzurum?
Se ho cercato di sapere qualcosa in quella casa  perch pensavo
di essere d'aiuto alla mia povera Sekre, - dissi. - Ero andata
l per mostrare le stoffe appena uscite dalla nave fiamminga.
Non per immischiarmi nei vostri affari religiosi e politici che la
mia povera mente ebrea non comprenderebbe.
Esther Hanim, tu sei molto intelligente.
Siccome lo sono, ti dico anche che gli uomini di questo predicatore
di Erzurum impazziranno ancora di pi, faranno ancora
molto male, c' da avere paura di loro.
Quando entrammo nella strada dietro a Sarsikapi, il cuore cominci
a battermi forte per la paura. I rami nudi e bagnati dei castagni
e dei gelsi luccicavano nella pallida luce della mezza luna.
Un vento soffiato dai ginn e dagli spettri che faceva svolazzare i
merletti dal mio fagotto e fischiare gli alberi, port l'odore di tutti
noi ai cani del quartiere in agguato. Quando cominciarono ad
abbaiare, uno dopo l'altro, indicai la casa a Nero. Per un attimo
guardammo silenziosamente il tetto buio, le persiane. Nero sistem
i suoi uomini attorno alla casa, nell'orto deserto, ai due lati della
porta del cortile e l, dietro i fichi.
In quella strada c' uno svergognato mendicante tartaro, -
dissi. -  cieco, ma sa meglio del capo del quartiere chi entra ed
esce dalla strada. Si masturba di continuo come le schifose scimmie
del Nostro Sultano. Non toccatelo, ma dategli otto, dieci ake,
e vi dir qualsiasi cosa.
Guardai da lontano Nero dargli i soldi e poi incalzarlo, appoggiandogli
la spada al collo. Poi, non so come, il garzone del barbiere
che pensavo stesse spiando la casa, cominci a picchiare il
tartaro con il manico dell'ascia. Li guardai pensando che la lite sarebbe
finita subito, ma il tartaro piangeva. Corsi e glielo tolsi di
mano prima che lo uccidesse.
Ha bestemmiato contro mia madre, grid il garzone del
barbiere.
Dice che Hasan non  in casa, - intervenne Nero. - Dir la
verit questo cieco? Mi allung la lettera che aveva scritto l per
l. Prendi questa e portala a casa, ad Hasan, e se lui non c', dalla
a suo padre, ordin.
Non hai scritto qualcosa a Sekre?, gli chiesi mentre prendevo
la lettera.
Se le mando una lettera a parte, sar un'ulteriore provocazione
per gli uomini della casa, - rispose Nero. - Dille che ho trovato
il vigliacco che ha ucciso suo padre.
 vero?
Tu dille cos.
Feci zittire il tartaro che piangeva e si lamentava ancora, rimproverandolo.
Non dimenticare quello che ho fatto per te, gli
dissi, ma stavo prendendo tempo per non andare via da l.
Perch mi ero immischiata in queste faccende? Due anni fa, a
Edirnekapi avevano ucciso una venditrice di corredi e le avevano
tagliato le orecchie, quando la ragazza che aveva promesso si era
sposata con un altro. Mia nonna diceva che i turchi uccidono spesso
senza motivo. Mi venne nostalgia della zuppa di lenticchie che
adesso il mio caro Nesim stava mangiando a casa. Anche se non
volevo andare, camminai verso la casa, pensando che ci fosse Sekre.
Ero molto curiosa.
 arrivato il corredo! Ecco le stoffe di seta dalla Cina per abiti
da festa.
Notai che la luce arancione che filtrava dalle persiane ebbe un
fremito. La porta si apr. Il gentile padre di Hasan mi fece accomodare.
La casa era caldissima, come le case dei ricchi. Quando
Sekre mi vide - era seduta con i figli intorno a un tavolo illuminato -
si alz in piedi.
Sekre, - dissi. -  arrivato tuo marito.
Quale?
Quello nuovo. Hanno circondato la casa di uomini armati.
Sono pronti a lottare con Hasan.
Hasan non  in casa, disse il suocero gentile.
Meno male. Tu prendi questa lettera e leggila, dissi e gli consegnai
la lettera di Nero come un fiero ambasciatore che presenta
il perentorio ordine del sultano.
Mentre il suocero gentile leggeva la lettera, Sekre mi chiam.
Esther, vieni a prendere un po' di zuppa di lenticchie, cos ti
riscaldi.
Non mi piace, risposi in un primo momento. Mi infastidiva
che parlasse come se fosse a casa sua. Ma quando capii che voleva
rimanere sola con me, afferrai un cucchiaio e le andai dietro.
Di' a Nero che  tutta colpa di Sevket, - bisbigli. - Ieri, per
paura dell'assassino ho aspettato tutta la notte da sola con Orhan.
Orhan ha tremato tutta la notte. I miei figli erano separati! Quale
madre pu separarsi dai propri figli! Nero non  tornato a casa, e mi
hanno portato la notizia che gli aguzzini del Nostro Sultano l'avevano
fatto parlare e che era coinvolto nell'assassinio di mio padre.
Ma Nero non era accanto a te mentre tuo padre veniva ucciso?
Esther, - implor spalancando i suoi bellissimi occhi neri. -
Ti prego, aiutami.
Dimmi perch sei tornata qui, cos posso capire ed aiutarti.
Credi che sappia perch sono tornata? - disse. Era sul punto
di piangere. - Nero ha maltrattato il mio Sevket. E quando Hasan
ha detto che il vero padre dei bambini era tornato, gli ho creduto.
Ma capivo dai suoi occhi che mentiva, e a sua volta lei sapeva
che lo capivo.
Mi sono lasciata ingannare da Hasan!, mormor, e sentii che
con questo voleva farmi capire che amava Hasan. Ma si rendeva
conto di aver cominciato a pensare di pi ad Hasan perch si era
sposata con Nero?
Si apr la porta, entr Hayriye con in mano un pane profumato
appena uscito dal forno. Dalla sua faccia vidi subito che non
sembrava affatto contenta di vedermi; con la morte di Zio Effendi,
per sua disgrazia, la poveretta era rimasta attaccata a Sekre
come un'eredit che non si pu n gettare n vendere. Quando
Sekre torn dai figli, davanti al pane nella stanza, capii la vera
realt. Quel che lei cercava senza trovarlo non era un marito che
la amasse, non lo era n il vero padre dei suoi figli, n Hasan, n
Nero. Cercava un padre che questi suoi figli con gli occhi spalancati
dalla paura potessero amare. Sekre era pronta ad amare con
buona volont qualsiasi buon marito.
Cerchi ci che desderi con il cuore, - dissi senza assolutamente
pensarci. - Invece dovresti decidere con la testa.
Sarei disposta a tornare da Nero con i bambini, subito, adesso.
Ma a certe condizioni! - Rimase un po' in silenzio. - Dovr
trattare bene Sevket e Orhan. Non dovr chiedermi conto del fatto
che mi sono rifugiata qui. E rispetter le condizioni del nostro
matrimonio, lui le conosce. Stanotte mi ha lasciato da sola a casa,
in balia dell'assassino, dei ladri, degli sciagurati e di Hasan.
Non ha ancora trovato l'assassino di tuo padre, ma mi ha detto
di dirti che l'ha trovato.
Torno da lui o no?
Prima che le potessi rispondere, l'ex suocero, che aveva finito
da un bel po' la lettera, ci interruppe: Dite a Messer Nero che io
non posso assumermi la responsabilit di ridargli mia nuora in assenza
di mio figlio.
Quale figlio?, domandai malevola ma con un tono dolce.
Hasan, - rispose. Dato che era un vero signore, si era sentito
in imbarazzo. - Mio figlio maggiore sta per tornare dalle terre di
Persia, ci sono testimoni.
Dov' Hasan?, chiesi. Assaggiai due cucchiaiate della zuppa
che mi aveva offerto Sekre.
 andato a raccogliere gli scrivani, i facchini, i suoi uomini alla
Dogana, - rispose con l'atteggiamento infantile tipico degli uomini
buoni e stupidi che non riescono assolutamente a inventare
bugie. - Dopo quello che hanno fatto ieri gli uomini del predicatore
di Erzurum, stanotte anche i giannizzeri sono in strada.
Noi non li abbiamo visti, - dissi avviandomi verso la porta. -
 la tua ultima parola?
L'avevo chiesto al suocero per spaventarlo, ma ovviamente
Sekre aveva capito che in realt parlavo con lei. Era veramente
cos confusa, o nascondeva qualcosa, o aspettava che Hasan tornasse
con i suoi uomini? Mi rallegrai di constatare che in realt
l'indecisione di Sekre mi piaceva.
Noi non vogliamo Nero, - disse Sevket coraggiosamente. - E
tu, cicciona, non venire pi qui.
E allora chi porter alla tua bella mamma quelle coperte con
i merletti, quei fazzoletti con fiori e uccelli, quelle stoffe rosse per
le camicie che ti piacciono tanto? - domandai lasciando il mio fagotto
in mezzo alla stanza. - Apritelo e guardatelo, vestitevi e mettete
quello che vi pare, tagliate e cucite quello che volete fino alla
mia prossima visita.
Uscendo mi sentii triste. Non avevo mai visto gli occhi di Sekre
cos pieni di lacrime. Stavo per abituarmi al freddo di fuori quando
Nero mi ferm con la spada in mano sulla strada piena di fango.
Hasan non  in casa, - dissi. - Forse  andato a prendere il
vino al mercato per festeggiare il ritorno di Sekre. Forse, come
hanno detto, torner con i suoi uomini. Allora vi batterete,
perch lui  matto. E poi impugna quella sua terribile spada.
Cosa ha detto Sekre?
Suo suocero ha detto no, non gli do mia nuora, ma tu non devi
avere paura di lui, devi avere paura di Sekre. Secondo me, tua
moglie  confusa,  tornata l perch ha capito che non poteva passare
un'altra notte terrorizzata nella stessa casa, sia per paura dell'assassino
sia per le minacce di Hasan, e poi perch tu sei scomparso
senza avvertirla dopo appena due giorni dalla morte di suo
padre. Inoltre le hanno detto che sei coinvolto nell'assassinio di suo
padre... Ma non  vero che il suo ex marito sta tornando. Sembra
che suo padre e Sevket abbiano creduto alla bugia di Hasan... Sekre
ha intenzione di tornare da te, ma a certe condizioni.
Elencai le condizioni guardando Nero negli occhi. Le accett
con aria grave, come se parlasse con un vero ambasciatore.
Anch'io ho una condizione, - dissi. - Adesso vado di nuovo
in casa loro. Mostrai le imposte della finestra dietro la quale c'ra
il suocero. Tra poco attaccate da l e dalla porta. Quando grido,
smettete. Se viene Hasan, battetevi senza esitare.
Tutte queste cose, ovviamente, non erano cose che direbbe un
ambasciatore che non porta pena, ma questa Esther si era fatta
coinvolgere. Quando urlai E arrivato il corredo, la porta si apr
subito. Andai direttamente dal suocero.
Tutto il quartiere, anche il cad di questa sponda di Istanbul,
chiunque sa che Sekre  divorziata e si  risposata in modo conforme
al Corano, - dissi. - Tuo figlio  gi morto da tanto tempo,
anche se rinasce e torna a voi dal Paradiso dove  accanto al Profeta
Mos, Sekre ormai  divorziata, non ci si pu far nulla. Avete rapito
una donna sposata e la trattenete qui. Nero mi ha detto di farvi
sapere che ve la far pagare con i suoi uomini, prima del cad.
Commetterebbe un errore, - disse il suocero con delicatezza.
- Non abbiamo rapito noi Sekre! Io, grazie a Dio, sono il nonno
di questi bambini. Hasan  loro zio. Quando Sekre  rimasta sola,
che cosa poteva fare, si  rifugiata da noi. Se vuole pu tornare
subito con i suoi figli. Ma non dimenticare che questa  la casa
dove ha felicemente partorito e cresciuto i suoi figli.
Sekre, - ripresi in modo avventato. - Vuoi tornare a casa di
tuo padre?
Alle parole casa e felicemente aveva cominciato a piangere.
Mio padre non c' pi, disse. O mi era solo sembrato di sentirlo?
I bambini le si attaccarono alla gonna, la fecero sedere e la
abbracciarono; abbracciandosi tutti formarono un unico corpo
piangente. Questa Esther non  assolutamente stupida. Capivo bene
che Sekre, piangendo, voleva accontentare tutte e due le parti
prima di fare la sua scelta, ma sapevo anche che piangeva sinceramente.
Perch anch'io avevo cominciato a piangere, e Hayriye,
la serpe, si era unita al pianto.
Ma l'assalto di Nero e dei suoi uomini cominci in quel momento,
e mise a posto il gentile suocero dagli occhi verdi, l'unica
persona in casa a non piangere. Cominciarono a battere contro le
imposte della finestra e a forzare la porta. C'erano due persone davanti
alla porta che la spingevano con una specie di mazza, ogni
colpo sembrava il colpo di un cannone.
Tu sei un uomo gentile e con una certa esperienza, - dissi al
suocero prendendo coraggio anche dalle lacrime. - Apri la porta e
di' loro che Sekre sta per venire, cos quei cani rabbiosi li fuori
si fermeranno.
Se fossi nei miei panni, getteresti in strada e lasceresti a questi
cani una donna sola, per di pi tua nuora?
 lei che vuole andare, gli risposi. Mi asciugai il naso tappato
dal pianto con il mio fazzoletto viola.
Allora pu aprire la porta e uscire, disse.
Mi sedetti accanto a Sekre ed ai figli. Per via del rumore terribile
di quelli che forzavano la porta, qualsiasi cosa diventava una
scusa per piangere. I bambini cominciarono a piangere pi forte,
e cos Sekre ed io. Ma tutte e due in realt stavamo contando i
colpi che cadevano come se dovessero demolire la casa e le urla minacciose,
e piangevamo solo per guadagnare tempo.
Mia bella Sekre, - dissi. - Tuo suocero ti d il permesso, tuo
marito Nero ha accettato le tue condizioni, ti aspetta con amore,
tu non hai niente da fare ormai qui dentro. Mettiti il mantello e il
velo, prendi il tuo fagotto e i bambini, apri la porta e andiamocene
buoni buoni a casa tua.
Le mie parole provocarono ancora pi le lacrime nei bambini.
E aprirono gli occhi di Sekre.
Ho paura di Hasan, - disse. - La sua vendetta sarebbe terribile.
Lui  spietato. Perch, in fondo, qui sono venuta da sola.
Questo non significa assolutamente la fine del tuo nuovo matrimonio.
Eri disperata, certo che dovevi rifugiarti da qualche parte.
Tuo marito ti ha gi perdonata per quello che  successo, ti accetta.
E Hasan lo terremo a freno come abbiamo fatto per anni.
Le sorrisi.
Ma non sar io ad aprire la porta, - disse. - Sarebbe come
tornare di mia volont.
Mia cara Sekre, nemmeno io posso aprire la porta, - le spiegai.
- Sai anche tu che se lo facessi, sarebbe come ficcare il naso
nelle vostre faccende. Per questo si vendicherebbero con me nel
modo pi crudele.
Vidi dai suoi occhi che mi dava ragione. Allora nessuno pu
aprire la porta, - disse. - Lasciamo che la rompano ed entrino e ci
portino via con la forza.
Capii subito che questa era la soluzione migliore per Sekre ed
i suoi figli ed ebbi paura. Ma potrebbe essere versato del sangue,
- dissi. - Se nella faccenda non interviene il cad, interviene il sangue,
e la faida durer anni. Nessun uomo che voglia vivere con dignit
resterebbe fermo a guardare se gli sfondano la porta, gli assalgono
la casa e rapiscono una donna.
Quando, invece di darmi una risposta ragionevole, abbracci i
figli e cominci a piangere con tutta se stessa, capii per l'ennesima
volta, pentita, quanto fosse infida e astuta questa Sekre. Una
voce dentro di me diceva di lasciar perdere tutto e di andarmene,
ma ormai neppure io potevo avvicinarmi alla porta squassata dai
colpi. In realt avevo paura che entrassero dentro rompendola cos
come che non riuscissero a romperla. Perch pensavo che Nero, che
aveva fiducia in me e paura di superare certi limiti, da un momento
all'altro poteva ritirare i suoi uomini, incoraggiando il suocero.
Quando mi avvicinai a Sekre, vidi non solo che fingeva di piangere,
ma addirittura tremava in un modo impossibile da imitare.
Mi avvicinai alla porta e urlai con tutta la mia forza: - Basta,
ora fermatevi!
All'improvviso si fermarono sia il trambusto di fuori che i pianti
nella casa.
Orhan potrebbe aprire la porta alla sua mammina, - dissi con
un'ispirazione improvvisa e con voce dolce, come se parlassi direttamente
al bambino. - Vuole tornare a casa, nessuno si arrabbierebbe
con lui.
Avevo appena finito di parlare che Orhan sfugg all'abbraccio
ormai allentato della madre, e come uno che ha vissuto in questa
casa per anni apr prima il chiavistello, poi il batacchio e il saliscendi
e arretr di due passi dalla porta. Dalla porta socchiusa che si apr
da sola, entr il freddo di fuori. Ci fu un tale silenzio che sentimmo
abbaiare lontano un cane pigro. Quando Sekre baci Orhan,
tornato tra le sue braccia, Sevket disse: Lo dir a mio zio Hasan.
Vidi Sekre alzarsi, prendere il mantello e preparare il suo fagotto,
e mi rilassai talmente che ebbi paura di ridere. Mi sedetti e
presi due cucchiaiate di zuppa di lenticchie.
Nero ebbe l'intelligenza di non avvicinarsi alla porta di casa.
Sevket a un certo punto si chiuse a chiave nella stanza della buonanima
di suo padre ma, nonostante lo chiamassimo in aiuto,
Nero non mise piede in casa e non lasci entrare neanche i suoi uomini.
Quando la madre gli permise di prendere il pugnale col manico
intarsiato di rubini dello zio Hasan, anche Sevket accett di
uscire di casa.
State attenti ad Hasan e alla sua spada rossa, disse il suocero
con un'aria di vera preoccupazione pi che di sconfitta e vendetta.
Baci i nipoti, uno a uno, annusandoli sulla testa. Bisbigli qualcosa
anche all'orecchio di Sekre.
Quando vidi che guardava frettolosamente la porta, il muro, il
focolare della casa per un'ultima volta, ricordai che questo era il luogo
dove, con il primo marito, Sekre aveva passato gli anni pi belli
della sua vita. Ma si rendeva conto che adesso quella stessa casa
era il rifugio di due uomini infelici e soli, che puzzava di morte?
Dato che mi ero offesa, sulla via del ritorno non le restai vicina.
Quello che avvicin tre donne - una serva, un'ebrea e una vedova -
con due bambini sulla via del ritorno, non furono il freddo
e il buio della notte, ma gli angusti quartieri sconosciuti, le strade
difficili da passare e la paura di Hasan. Il nostro affollato convoglio
protetto dagli uomini di Nero, una carovana che porta un tesoro,
pass per vie trasversali, per strade secondarie, per quartieri remoti
e deserti in modo da non incontrare guardie, giannizzeri, attaccabrighe,
curiosi del quartiere, briganti e Hasan. A volte, nel buio
pesto trovammo la strada scontrandoci tra noi e con i muri. Ci abbracciammo
strette credendo che gli spettri, i ginn e i demoni che
sarebbero usciti da sottoterra ci avrebbero rapinato e portato via nel
buio. Sentimmo russare e tossire le persone che dormivano nel freddo
della notte dietro le imposte chiuse ed i muri che toccavamo e il
lamento degli animali nelle stalle.
Io, Esther, che sono passata per tutte le strade di Istanbul,
esclusi i quartieri pi poveri e brutti, quei quartieri che ospitavano
popolazioni di ogni genere ed immigrati da qualche sfortunata
nazione, anche se di tanto in tanto pensavo di svanire per le strade
nel buio pesto e senza fondo, non riuscivo a riconoscere alcuni
angoli dove passavo con pazienza, di giorno, con il mio fagotto in
mano, i muri di via dei Sarti, l'intenso odore di letame che chiss
perch sapeva di cannella, della stalla adiacente al giardino di Maestro
Nurullah, le rovine di via dei Giocolieri, il passaggio dei Falconieri
e la Fontana del Pellegrino Cieco nella piazza dove terminava
il passaggio, e capii che non stavamo andando a casa della
buonanima del padre di Sekre, ma in una qualche direzione a me
ignota.
Evidentemente Nero voleva nascondere la sua famiglia ad Hasan
che quando si arrabbiava poteva farne di tutti i colori - e da
quel demonio dell'assassino - e aveva trovato un posto dove rifugiarsi.
Se avessi saputo quale, adesso lo direi a voi, e domani mattina
ad Hasan. Non per cattiveria, ma perch ero sicura che Sekre
avrebbe di nuovo voluto le attenzioni di Hasan. Nero, intelligente
e giusto, non si fidava pi di me, affatto.
Eravamo in una strada buia, dietro il Mercato degli Schiavi,
quando udimmo urla, grida, lamenti a gran voce provenire dall'estremit
della strada. Sentimmo un gruppo di gente che si faceva
largo a spintoni e riconobbi con paura il tipico rumore di asce, spade,
bastoni degli scontri e delle risse, insieme alle urla di chi soffre.
Nero pass la sua grande spada ad un uomo di fiducia, prese con
forza il pugnale dalla mano di Sevket - facendolo piangere - e allontan
Sekre, Hayriye e i bambini insieme al garzone del barbiere
ed altri due uomini. Mi disse che lo studente di scuola coranica
mi avrebbe portata a casa per una scorciatoia; non mi lasci
andare con loro. Era una coincidenza, o il furbacchione voleva tenermi
nascosto il luogo dove si sarebbero rifugiati?
In fondo alla stradina dove fummo costretti a passare c'era un
negozio, avevo capito che si trattava di un caff. Forse la rissa con
le spade era finita ancor prima di iniziare. Una folla entr urlando
- dapprima credetti che lo saccheggiassero - e distruggendo il caff.
Prima portarono fuori le tazzine, i bricchi, i bicchieri, i tavolini perch,
alla luce delle fiaccole, noi curiosi vedessimo e ci servisse da lezione,
poi li ruppero davanti agli occhi di tutti. Picchiarono un po'
un uomo che cerc di fermarli, e che poi riusc a liberarsi. All'inizio
pensai che ce l'avessero solo con il caff, come dicevano. Raccontavano
dei danni del caff, di quanto facesse male agli occhi, allo stomaco,
di come annebbiasse il cervello e facesse deviare l'uomo dalla
retta via, dicevano che era un veleno europeo, e che il Profeta
Maometto si era rifiutato di berlo anche se Satana travestito da bella
donna gliel'aveva offerto. Sembrava una divertente lezione nel
pieno della notte e, una volta a casa, pensavo di rimproverare Nesim
dicendogli: Non bere quel veleno.
L attorno c'erano molte locande e caravanserragli economici, e
presto si radunarono parecchi fannulloni distratti entrati in citt
clandestinamente senza essere registrati, incoraggiando i nemici del
caff. In quel momento, capii che si trattava degli uomini del famoso
predicatore di Erzurum, Maestro Nusret. Voleva ripulire i
nidi del vino e della prostituzione, i caff, e punire coloro che erano
usciti dalla via del Profeta Maometto, che coltivavano la danza
del ventre e la musica, sostenendo che fossero riti da convento derviscio.
Bestemmiarono contro i nemici della religione, contro chi
lavora per Satana, gli idolatri, gli atei e coloro che disegnano. Solo
allora ricordai che in questo caff si appendevano disegni alle pareti
e si malignava in modo impertinente sul Maestro di Erzurum.
Usc un servo con il volto coperto di sangue, pensai che stesse
per crollare a terra, ma con la manica della camicia si pul il sangue
dalla fronte e dalle guance, si un a noi e cominci a contemplare
l'assalto. La folla spaventata indietreggi leggermente. Mi
accorsi che Nero aveva riconosciuto qualcuno in mezzo alla folla
e che si era bloccato in un attimo di esitazione. Gli uomini del predicatore
di Erzurum si stavano raggruppando, pensai che stessero
per arrivare i giannizzeri o qualche altro gruppo armato di bastoni.
Le fiaccole si spensero, la folla si mescol.
Nero mi prese per un braccio e mi port dallo studente. Passate
per le strade secondarie, - disse. - Ti accompagna a casa.
Anche lo studente voleva svignarsela al pi presto, ci allontanammo
di corsa. Pensavo a Nero, ma se questa Esther rimane fuori
dalla mischia, come potr raccontare il resto della storia?
...
Capitolo cinquantaquattresimo. Io, la donna.

Dicono: cantastorie effendi, tu puoi imitare qualsiasi cosa, ma
non puoi essere una donna! Io sostengo esattamente il contrario.
S, non mi  toccato in sorte il matrimonio, perch giravo di citt
in citt a raccontare storie ed a imitare tutto fino a perdere la voce,
a notte fonda, nei caff, ai matrimoni, alle feste. Ma questo assolutamente
non significa che io non conosca il genere femminile.
Conosco molto bene le donne, anzi ne ho incontrate personalmente
quattro, ne ho visti i volti e ho parlato con loro. Nell'ordine
sono:
1. Mia madre buonanima; 2. La mia cara zia; 3. La moglie di
mio fratello (lui mi picchiava sempre); una volta, mentre la stavo
guardando, mi disse: esci dalla stanza! ( stato il mio primo amore);
4. La donna che ho visto per un attimo a una finestra aperta,
a Konya, durante un viaggio. Anche se non le ho mai parlato, per
anni ho provato e continuo a provare sentimenti lussuriosi nei suoi
confronti. Forse adesso  morta.
Siccome vedere una donna con il viso scoperto, parlarle, essere
testimone dei suoi atteggiamenti crea in noi uomini profondi
turbamenti dei sensi e turbamenti morali, prima di sposarsi  meglio
non vedere affatto le donne, specialmente quelle belle. L'unica
soluzione per soddisfare i sensi  cercare l'amicizia dei bei ragazzi
che non fanno rimpiangere le donne e, alla fine, possono diventare
una dolce abitudine. Pare che nelle citt europee le donne
vadano in giro in modo da lasciare scoperti non solo il viso, ma anche
i capelli lucenti - la loro parte pi attraente - il collo, le braccia;
e se  vero quello che si racconta, lasciano addirittura scoperta
una parte delle gambe;  proprio a causa di ci che gli uomini
camminano con difficolt, perennemente eccitati, vergognandosi
e provando dolore, un fatto che, ovviamente, ha paralizzato la societ.
Ed  questo il motivo per cui l'infedele europeo ogni giorno
perde una fortezza di fronte all'Ottomano.
Cos, dopo aver capito presto, nella mia prima giovinezza, che
vivere lontano dalle belle donne era la via migliore per ottenere la
felicit e la serenit dell'anima, la mia curiosit nei confronti delle
donne  aumentata. Dato che a quei tempi non avevo visto altre donne,
escluse mia madre e mia zia, la mia curiosit prese una piega misteriosa,
mi sentivo formicolare il cervello e capivo che era possibile
sentire come loro solo facendo quello che facevano loro,
mangiando quello che mangiavano loro, ripetendo le loro parole,
imitando i loro atteggiamenti, indossando i loro abiti. Cos, un venerd
in cui mia madre, mio padre, mio fratello e mia zia erano andati
al roseto di mio nonno al lido Fahreng, dissi loro di essere molto
malato e rimasi a casa.
Dai, vieni sui prati, ci sono i cani, gli alberi, i cavalli, cos li
imiti e ci fai ridere. Che cosa farai da solo in casa?, mi chiese la
buonanima di mia madre.
Non potevo risponderle: Mi metter i tuoi vestiti e diventer
donna, cara mamma. Cos le dissi: Resto qui.
Non essere noioso, - riprese mio padre. - Vieni che facciamo
la lotta.
Adesso, a voi fratelli miniaturisti e calligrafi racconter cosa
provai quando se ne furono andati, mentre indossavo, uno a uno,
i capi di biancheria intima e gli abiti, e i segreti dell'essere donna
che capii quel giorno. Posso dirvi subito questo: diversamente da
quanto abbiamo letto spesso sui libri, da quanto abbiamo sentito
dai predicatori, quando si diventa donna, in realt, non ci si sente
come Satana.
Anzi,  esattamente il contrario. Quando mi misi le mutande
di lana ricamate con motivi di rose della buonanima di mia madre,
dentro di me si diffuse una dolce benevolenza, provai la sua stessa
sensibilit. Quando la camicia di seta verde pistacchio che mia
zia non indossava mai per non sciuparla fu a contatto con la mia
pelle nuda, dentro di me nacque l'amore nei confronti di tutti i
bambini, me compreso. Volevo cucinare per tutto il mondo e allattare
tutti. Cos, dopo aver pi o meno intuito cosa si prova ad
avere i seni, per capire la cosa di cui ero pi curioso, essere una
donna con grandi seni, mi infilai tante cose - calze, tovaglioli - e
quando vidi l'enorme sporgenza, s, va bene, allora mi sentii orgoglioso
come Satana. Sapevo che gli uomini, anche solo vedendo
l'ombra dei seni, mi sarebbero corsi dietro, mi avrebbero supplicato
e si sarebbero fatti a pezzi pur di prenderli in bocca, e mi sentii
molto forte, ma volevo davvero essere forte? La mia mente era
confusa. Volevo essere forte e volevo anche che provassero pena
per me, da una parte volevo che un uomo ricco, forte ed intelligente,
assolutamente sconosciuto, mi amasse follemente, e dall'altra
ne avevo paura. Mi misi i braccialetti d'oro che mia madre nascondeva
nelle calze di lana profumate di muschio che stavano accanto
alle lenzuola ricamate a foglie in fondo alla cassa del corredo,
mi spalmai sulle guance la cipria che lei metteva di ritorno dall'hamam
per rendere le guance pi rosee, indossai il mantello color
verde pino di mia zia e il velo sottile dello stesso colore, mi tirai
su i capelli, e quando mi guardai allo specchio con la cornice di madreperla,
rabbrividii. Anche se non li avevo assolutamente toccati,
i miei occhi e le mie ciglia adesso erano diventati occhi e ciglia
di donna. Si vedevano solo gli occhi e le guance, ma ero una donna
molto bella e ne fui felice. Il mio pene, che se n'era reso conto
prima di me, era eretto. Questo mi rese infelice.
Nello specchio che tenevo in mano, osservai scorrere una lacrima
che scese dal mio bell'occhio e in quel momento, dentro di
me, torn il doloroso ricordo di una poesia che non ho mai dimenticato.
Perch con un'ispirazione che mi venne dal Supremo
Allah, la cantai come se fosse una canzone e la ballai cercando di
dimenticare le mie pene:

Dice il mio cuore indeciso, quando sono in Oriente in Occidente esser
io voglio
e quando sono in Occidente in Oriente esser io voglio.
Altre mie parti dicono se sono uomo esser donna io voglio, se sono donna
esser uomo io voglio.
Come  difficile essere un essere umano, pi difficile ancora vivere una
vita umana.
Provar piacere col davanti come col didietro, con l'Oriente come con
l'Occidente io voglio.

Stavo per dire, mi raccomando, che i nostri fratelli seguaci del
predicatore di Erzurum non sentano questa canzone che mi venne
spontaneo cantare, si arrabbierebbero. Ma perch dovrei temerli?

Forse non si arrabbieranno, perch, non lo dico per fare
pettegolezzi, per esempio quel famoso predicatore, il venerabile
Quellochenonneanchehusret Effendi, che  sposato, anche lui,
proprio come voi miniaturisti sensibili, ama i bei ragazzi pi di noi
donne, cos mi hanno riferito. Io me ne frego, perch lo trovo brutto,
e poi  molto vecchio. Ha perso i denti e, come dicono i bei ragazzi
che gli si sono avvicinati, ha l'alito che puzza, scusatemi,
come il culo di un orso.

Va bene. Chiudo il discorso e torno al mio vero problema. Appena
capii di essere molto bello, non volli pi lavare la biancheria,
i piatti e uscire a fare le commissioni come le serve. La povert, le
lacrime e l'infelicit, piangere disperate davanti allo specchio e la
tristezza sono cose per donne brutte. Devo trovare un marito che
mi porti in palmo di mano, ma chi?
Cos cominciai a guardare dallo spioncino i figli dei pasci e dei
nobili che la buonanima di mio padre chiamava a casa con scuse
di ogni genere. Volevo trovarmi in una condizione simile a quella
della famosa bella dalla bocca piccola e con due figli di cui tutti i
miniaturisti sono innamorati.  meglio che vi racconti la storia
della povera Sekre. Ma, aspettate, avevo promesso che mercoled
sera vi avrei raccontato:

LA STORIA D'AMORE CHE SATANA FA RACCONTARE ALLA DONNA.

A dire il vero  molto semplice.  accaduto a Kemerst, un
quartiere povero della nostra Istanbul. Messer Ahmet, noto nel quartiere,
era lo scrivano di Vasif Pasci, un tipo tranquillo, sposato,
con due figli, garbato. Un giorno vide a una finestra aperta una
bella bosniaca dai capelli e dagli occhi neri, altissima, sottile, con
la pelle d'argento, e perse la testa. Ma la donna era sposata, e non
voleva assolutamente il messere, amava il suo bel marito. Cos, il
povero messere non riusc a confidare il suo problema a nessuno,
divenne pelle ed ossa, cominci a prendere il vino dal greco e a berlo,
e alla fine non riusc pi a nascondere il suo amore alla gente
del quartiere. E la gente, che adorava le storie d'amore e amava e
rispettava molto anche il messere, dapprima prov rispetto per il
suo amore e, scherzandoci su un paio di volte, fece finta di non capire.
Ma poi, quando il messere, che non riusciva assolutamente a
dominare il suo incurabile dolore, cominci a ubriacarsi ogni sera
e a piangere a lungo seduto davanti alla porta della casa dove la
bella dalla pelle d'argento viveva felice con il marito, tutti ebbero
paura. L'innamorato sofferente piangeva ogni sera e loro non riuscivano
n a picchiarlo n a cacciarlo n a consolarlo. E il messere,
come un vero gentiluomo, senza offendere nessuno, piangeva
da solo. Pian piano la sua incurabile malinconia si trasmise all'intero
quartiere e procur tristezza e infelicit a tutti; persero la gioia
e, come la fontana che continuava a scorrere tristemente nella piazza,
lui divenne la loro fonte di tristezza. E cos, prima la parola
tristezza, poi la parola sfortuna, e poi l'idea di sterilit si diffusero
nel quartiere e la gente inizi a crederci davvero. Alcuni traslocarono
altrove, ad altri and male il lavoro, altri ancora persero
la voglia di lavorare e non riuscirono pi a maneggiare bene la
loro arte. Un giorno, quando il quartiere era rimasto ormai deserto,
il messere innamorato prese la moglie ed i figli e se ne and ad
abitare da un'altra parte, e la bella dalla pelle d'argento e suo marito
restarono completamente soli. La disgrazia di cui erano il motivo
aveva rovinato il loro amore e li aveva allontanati. Vissero insieme
per tutta la vita, ma non furono mai pi felici.

Stavo per dire che questa storia mi piaceva molto perch raccontava
quanto siano pericolosi le donne e l'amore ma, no, avevo
dimenticato di essere donna, adesso dovevo dire un'altra cosa. Per
esempio una cosa tipo:

Ah, come  bello l'amore!

Ma chi sono quegli sconosciuti che cercano di forzare la porta?
...
Capitolo cinquantacinquesimo. Mi chiamano Farfalla.

Quando vidi la folla, capii che i seguaci del predicatore di Erzurum
stavano massacrando i nostri allegri miniaturisti.
Tra la folla che assisteva all'assalto c'era anche Nero. Vidi che
aveva un pugnale in mano ed era accanto ad alcuni tipi strani,
Esther la famosa venditrice di corredi e altre donne con dei fagotti
in mano. Quando vidi che la gente che veniva condotta fuori dal
caff veniva picchiata senza piet e che la sala veniva distrutta
crudelmente, pensai di fuggire. Poi, forse perch stavano arrivando i
giannizzeri, gli uomini del predicatore di Erzurum spensero le fiaccole
e fuggirono.
Non c'era nessuno alla porta buia del caff, e nessuno guardava.
Entrai dentro: era tutto rotto e, camminando, calpestai frammenti
di tazzine, piatti, bicchieri, stoviglie e vetri. Una lampada
appesa ad un chiodo in alto sul muro non si era spenta durante la
confusione, ma illuminava solo le macchie di fuliggine sul soffitto
e non il pavimento completamente coperto di schegge, i tavolini
sfasciati, i pezzi di legno della panca.
Mi arrampicai sui cuscini, allungai la mano e presi la lampada.
Alla sua luce mi accorsi dei corpi stesi a terra. Quando vedevo un
volto coperto di sangue, non riuscivo a guardarlo, e mi avvicinavo
a un altro. Il secondo corpo gemeva, quando vide la luce gli usc
dalla bocca una voce da bambino, indietreggiai.
Era entrato qualcun altro. All'inizio mi spaventai, ma poi capii
che era Nero. Ci avvicinammo insieme al terzo corpo sdraiato
a terra. Quando accostai la lampada al suo volto, tutti e due vedemmo
quello che gi sospettava un angolo della nostra mente:
avevano ucciso il cantastorie.
Sulla faccia, che era truccata come quella di una donna, non
c'erano tracce di sangue, ma gli avevano pestato il mento, gli occhi,
la bocca dipinta di rosso e l'avevano stretto al collo, era pieno
di lividi. Aveva le mani dietro la schiena. Non era difficile immaginare
che mentre uno teneva quel vecchio vestito da donna per
le mani, gli altri l'avevano colpito in faccia per poi strangolarlo.
Chiss se nel frattempo avevano detto: Tagliategli la lingua, ha
malignato sul nostro maestro?
Porta qui la lampada, disse Nero. Sui macinini da caff, i setacci,
i pezzi di bilance e tazzine tra la fanghiglia dei caff rovesciati,
attorno al focolare, si riflesse la luce della lampada che tenevo
in mano. Nero, nell'angolo in cui ogni sera il cantastorie appendeva
i suoi disegni, alla luce della lampada, cercava gli attrezzi
del mestiere del morto, la cintura, il tovagliolo, il bastone.
Puntando sul mio viso la luce della lampada che mi aveva strappato di
mano, mi disse che voleva trovare i disegni. S, certamente, io ne
avevo fatti due per amicizia. Riuscimmo a trovare solo la papalina
di fattura persiana che la buonanima metteva sulla testa completamente
rasata.
Uscimmo nel buio della notte senza incontrare nessuno, passando
per la porta posteriore a cui si accedeva da un passaggio strettissimo.
Durante l'assalto, la folla e i miniaturisti dovevano essere
fuggiti da questa porta, ma i vasi rovesciati e i sacchi di caff per
terra dimostravano che anche qui c'era stata una colluttazione.
L'assalto al caff, lo spietato assassinio del maestro cantastorie,
il terribile buio della notte ci fecero avvicinare. Pensavo che
il silenzio tra Nero e me dipendesse da questo. Attraversammo un
paio di strade, Nero mi diede in mano la lampada perch la portassi
io, poi tir fuori il pugnale e me lo appoggi sul collo.
Andremo a casa tua, - disse. - La voglio perquisire. Per essere
sicuro.
L'hanno gi perquisita, gli dissi, e tacqui.
Provai umiliazione, non rabbia. Il fatto che credesse ai pettegolezzi
inventati su di me, non dimostrava che anche Nero era invidioso
come tutti? Dimostrava poca fiducia in s anche dal modo
in cui teneva il pugnale.
La mia casa si trova proprio nella direzione opposta a quella
della strada dove camminavamo dopo essere usciti dalla porta posteriore
del caff. Per questo, per non incontrare gente, girando
nel quartiere, tra le strade, una volta a destra una volta a sinistra,
e passando per giardini vuoti che avevano l'odore triste degli alberi
bagnati e solitari, tracciammo un ampio arco. A met del cammino,
eravamo arrivati in un certo posto, quando Nero disse: Ho
passato due giorni con Maestro Osman nella stanza del Tesoro a
guardare le meraviglie degli antichi maestri.
Rimasi a lungo in silenzio. Dopo un bel po', ad alta voce,
parlai anch'io: A una certa et, anche se il miniaturista si siede davanti
allo stesso leggio con Behzat, quello che vede farebbe gioire
solo i suoi occhi, darebbe serenit ed entusiasmo alla sua anima, ma
non arricchirebbe il suo talento. Perch la miniatura non si fa con
gli occhi ma con le mani, e le mani, non solo all'et di Maestro
Osman, ma anche alla mia, ormai imparano con molta difficolt.
Gridavo perch la mia bella moglie, che ero sicuro che mi stesse
aspettando, capisse che non ero solo e cos non incontrasse Nero,
ma non perch prendessi sul serio questo povero stupido presuntuoso
con il pugnale in mano.
Passando per la porta del cortile, mi parve di vedere la luce della
lampada che si muoveva in casa, ma adesso, grazie al cielo,
dentro era tutto buio. Entrare nella mia casa paradisiaca, dove passavo
il mio tempo e i miei giorni cercando i ricordi di Allah per disegnare
e, quando i miei occhi erano stanchi, a fare l'amore con la
mia bellissima amata, sotto la minaccia di un animale con il pugnale
in mano, mi sembr una violazione cos spietata della mia
intimit che giurai di vendicarmi di Nero.
Guard i miei fogli, una pagina che stavo per finire - i prigionieri
che ottengono la clemenza del sultano supplicandolo di liberarli
dalle catene dei debiti - i colori, i leggi, i coltelli, i temperini,
i pennelli, tutto quello che c'era sul mio tavolo da lavoro, e ancora
i fogli, gli strumenti per lucidarli, tra i portapenne e le scatole
per i fogli, l'armadio, le casse, sotto i cuscini, un paio di forbici,
sotto il morbidissimo cuscino rosso, e poi sotto il tappeto e ancora,
girando intorno, riguard negli stessi posti, avvicinando la lampada
che aveva in mano. Come mi aveva detto quando estrasse il
pugnale, non avrebbe cercato in tutta la casa, ma nella stanza dove
disegnavo. Non avrei potuto nascondere quello che volevo nascondere
nella stanza da dove mia moglie ci stava spiando adesso?
C'era un ultimo disegno del libro di mio zio, - disse. - L'assassino
l'ha rubato.
Era diverso dagli altri, - gli spiegai. - In un angolo, la buonanima
di tuo zio mi aveva fatto fare un albero. Dietro... In mezzo
e davanti ci doveva essere il ritratto di qualcuno, probabilmente
del Nostro Sultano. Lo spazio era pronto, ma non era ancora stato
disegnato. Dato che in questo disegno, come fanno gli europei,
gli oggetti sul fondo erano di dimensioni ridotte, mi aveva chiesto
di disegnare l'albero piccolo. Andando avanti, il disegno dava l'impressione
di guardare il mondo dalla finestra, non di guardare un
disegno. Capii allora che i contorni e la doratura di questo disegno,
fatto con il metodo europeo della prospettiva, costituivano la
cornice della finestra.
La cornice e la doratura le faceva Raffinato Effendi.
Se  questo che vuoi sapere, ho gi detto che non l'ho ucciso io.
Anche se uno uccide, non dice di aver ucciso, disse in fretta
e mi chiese cosa facessi nel caff durante l'assalto.
Aveva sistemato la candela un po' pi avanti rispetto al cuscino
su cui ero seduto, tra i miei fogli e le pagine che avevo disegnato,
in modo da illuminarmi il viso. Lui continuava a girare come
un'ombra nel buio, per la stanza.
Oltre a dire quello che ho gi detto a voi, e cio che in realt
andavo di rado al caff e ci ero passato per caso, gli dissi anche che
avevo fatto due dei disegni appesi al muro, ma in realt non mi
piaceva quel caff. Perch, - dissi, - se la miniatura non acquista
forza dal talento del miniaturista, dal suo amore per essa e dalla
sua voglia di abbracciare Allah, ma dal desiderio di umiliare e
penalizzare le cattiverie del mondo, alla fine umilia e penalizza se
stessa. Anche se umilia il predicatore di Erzurum, o Satana. E poi,
se in quel caff non fossero stati criticati i seguaci del predicatore
di Erzurum, forse stanotte non sarebbe stato assaltato.
Per ci andavi comunque, disse il meschino.
Ci andavo perch a volte mi capitava di divertirmi. Ma capiva
che parlavo onestamente? Noi figli di Adamo, anche se, grazie
alla nostra coscienza e intelligenza, sappiamo che una cosa 
brutta e sbagliata, possiamo allo stesso tempo provare piacere per
quella cosa, - aggiunsi. - Mi vergogno di provare piacere per quei
disegni mediocri, per quelle imitazioni, per le storie su Satana, sul
denaro, sui cani, raccontate in maniera rozza, senza rime.
Allora perch andavi in quel caff con i miscredenti?
Va bene, - risposi, dando retta ad una voce interiore, - a volte
anch'io ho un dubbio che mi rode come un tarlo, te lo dico: da
quando si sa apertamente, non solo da Maestro Osman ma anche
dal Nostro Sultano, che io sono il miniaturista pi abile e di talento
tra i maestri del nostro laboratorio, ho cominciato ad avere
talmente paura della gelosia degli altri miniaturisti che, per non
farmi affogare, ogni tanto vado dove vanno loro, sto con loro, cerco
di somigliare a loro. Capisci? E da quando hanno cominciato a
dire che sono un seguace del predicatore di Erzurum, perch nessuno
desse credito a questa diceria, frequento quel caff di vigliacchi
miscredenti.
Maestro Osman mi ha detto che fai molte cose come se dovessi
scusarti della tua abilit e del tuo talento.
Che altro ti ha detto su di me?
Che fai assurdi disegni su chicchi di riso e su unghie, perch
gli altri credano che tu, per amore della miniatura, hai abbandonato
la vita. Ha detto che, dato che ti vergogni del talento che Allah
ti ha donato, cerchi sempre di essere gradito agli altri.
Maestro Osman  al livello di Behzat, - dissi sinceramente.
- Altro?
Mi ha rivelato i tuoi difetti senza il minimo imbarazzo,
continu il vile.
Parlami dei miei difetti.
Ha detto che malgrado il tuo talento, non disegni per amore
della miniatura, ma per renderti gradito. La cosa che ti fa pi piacere
quando disegni  immaginare il piacere che prover chi guarder
il tuo disegno. Invece dovresti disegnare per il mero piacere
di disegnare.
Il fatto che Maestro Osman avesse rivelato liberamente quello
che pensava di me a un uomo che non era stato capace di dedicare
la propria vita alla miniatura ma al mestiere di scrivano, o funzionario
di un ministero, e all'adulazione, mi fer il cuore. Nero
poi aggiunse:
I grandi antichi maestri non hanno mai rinunciato a metodi e
stili coltivati negli anni sacrificandoli a beneficio di un nuovo sci,
dei piaceri di un nuovo principe o dei gusti di un'altra epoca, e per
questo motivo si accecavano eroicamente per non essere costretti
a cambiare metodo e stile. Voi, invece, con la scusa che cos vuole
il Nostro Sultano, per le pagine del libro di mio zio avete imitato,
bramosi e disonesti, i maestri europei.
Di certo, il grande Maestro Osman non voleva dire niente di
male. Vado a preparare una tisana di tiglio per te, mio ospite.
Passai nella stanza accanto. La mia amata, che indossava la camicia
da notte di seta cinese comprata da Esther, mi salt addosso
facendomi il verso: Vado a preparare una tisana di tiglio per
te, mio ospite!, e afferr la mia canna.
In fondo all'armadio pi vicino al nostro materasso, che lei aveva
preparato per terra, tra le lenzuola profumate di petali di rosa
trovai la mia spada con l'impugnatura tempestata di agata e la sfoderai.
 talmente tagliente che se ci butti sopra un fazzoletto di
seta lo fende in due, e se ci lasciassi cadere una lamina d'oro, la taglierebbe
a pezzi regolari, come se fossero tracciati con la riga.
Nascosi la spada sotto il vestito e tornai nello studio. Nero Effendi
era cos contento di potermi interrogare che girava ancora
attorno al cuscino rosso con il pugnale in mano. Misi una pagina
disegnata a met sul cuscino. Guarda questo, dissi. S'inginocchi
curioso, cerc di capire.
Gli andai alle spalle, lo assalii e lo feci cadere. Gli cadde il pugnale.
Lo presi per i capelli e, premendogli la testa a terra, gli appoggiai
da sotto la spada sul collo. Con il mio corpo pesante schiacciavo
il corpo delicato di Nero steso a pancia in gi, e con il mento
e la mano gli premevo la testa in modo che toccasse la punta
della spada. Una mia mano teneva i suoi capelli sporchi, l'altra appoggiava
la spada sulla delicata pelle del suo collo. Fu intelligente
e non si mosse assolutamente, sapeva che avrei potuto versare subito
il suo sangue. Mi innervosiva stare cos vicino ai suoi capelli
ricci, alla sua nuca invitante, a cui, in un altro momento, avrei voluto
dare un colpo insolente, alle sue brutte orecchie. Mi trattengo
a stento dall'ucciderti su due piedi, gli sussurrai all'orecchio
come se gli confidassi un segreto.
Mi piaceva che mi ascoltasse come un bambino ubbidiente senza
dire nulla: Conosci la leggenda del Libro dei Re, - gli bisbigliai.
- Feridun Sci commette un errore e divide in tre il suo paese,
lasciando le zone pi brutte ai suoi primogeniti e quella migliore,
la Persia, al figlio minore, Ires. Tur, deciso a vendicarsi,
inganna il fratello minore Ires di cui era geloso e, prima di tagliargli
la gola, proprio come faccio io adesso, lo tiene per i capelli e,
proprio come faccio adesso, si appoggia al fratello con tutto il suo corpo.
Senti il peso del mio corpo su di te?
Non rispose, ma vedevo che mi ascoltava dai suoi occhi che
guardavano come una vittima sacrificale, ormai ero ispirato: Io
sono fedele al metodo e allo stile persiano, non solo nella pittura,
ma anche nel mio modo di appoggiare la spada al collo e di tagliare
con precisione la testa. Un'altra rappresentazione del genere,
che piace molto, l'ho vista nei disegni che raccontano la morte di
Sci SiyavuS.
A Nero, che mi ascoltava in silenzio, raccontai a lungo di come
Siyavus, si era preparato alla vendetta nei confronti dei fratelli,
di come aveva bruciato tutto il suo patrimonio, aveva salutato
sua moglie e, montato a cavallo, era andato in guerra con il suo
esercito, di come aveva perso la guerra, di come venne trascinato
a terra per i capelli, in mezzo alla polvere del campo di battaglia
coperto di cadaveri, a pancia in gi come lui adesso e, alla fine, di
come gli venne appoggiato al collo un pugnale; mentre lo sci leggendario
era in questa situazione, amici e nemici discussero tra loro
se ucciderlo o meno, e lo sci sconfitto li ascoltava con la faccia
a terra. Chiesi alla mia vittima: Ti piace quel disegno? Il collo di
Siyavus, steso a terra viene tagliato da Geruy che gli si avvicina da
dietro e gli salta addosso appoggiandogli la spada sul collo come
faccio io, afferrandogli i capelli. Poco dopo, dove prima scorreva
il suo sangue rosso, usc del fumo nero dalla terra arida, e in quel
punto sbocci un fiore.
Rimanemmo un po' in silenzio ad ascoltare le urla lontane dei
seguaci del predicatore di Erzurum per le strade. La disgrazia e il
terrore che c'erano l fuori, subito ci avvicinarono, noi due, stesi
a terra uno sopra l'altro.
Ma in tutti quei disegni, - dissi stringendo di pi i capelli che
tenevo nel palmo della mano, - si sente la difficolt di disegnare
delicatamente due persone che si odiano e hanno i corpi intrecciati,
come noi.  come se il tradimento, la gelosia e la confusione
della guerra prima del magico e meraviglioso momento del taglio
della testa, fossero un po' troppo presenti nei disegni. Anche
i pi grandi maestri di Kazvin fanno fatica a disegnare due uomini
uno sopra l'altro, confondono tutto. Invece, guarda, noi due
siamo pi ordinati, pi fini.
La spada taglia, si lament.
Grazie, caro per aver parlato, ma non taglia. Faccio attenzione,
non vorrei compromettere la bellezza della nostra posizione. Gli antichi
grandi maestri, in tutte quelle rappresentazioni di amore, morte
e guerra, quando disegnavano i corpi avvinghiati come un unico
corpo, ci facevano solo venire le lacrime agli occhi. Guarda, la mia
testa si  avvicinata alla tua nuca come se fosse parte del tuo corpo.
Sento l'odore dei tuoi capelli e della tua nuca. Le mie gambe sono distese
attorno alle tue con tale armonia che chi ci vede potrebbe pensare
a un raffinato animale a quattro zampe. Senti l'equilibrio del
mio peso sul sedere e sulla schiena? Ci fu un silenzio, ma non spinsi
la spada, perch lui avrebbe potuto sanguinare. Se non parli,
potrei morderti quest'orecchio, gli bisbigliai all'orecchio.
Quando nei suoi occhi vidi che era pronto a parlare, gli ripetei
la domanda: Senti l'equilibrio del mio peso su di te?
S.
 bello? Siamo belli? - chiesi. - Siamo belli quanto i leggendari
eroi che si uccidono delicatamente a vicenda nei capolavori
degli antichi maestri?
Non lo so, - disse Nero. - Dovrei avere uno specchio.
Quando immaginai mia moglie che ci spiava dalla stanza accanto
alla luce della lampada del caff poco distante da noi, ebbi
paura di mordere veramente l'orecchio di Nero per l'eccitazione.
Tu, Nero Effendi, che sei entrato in casa mia e nella mia intimit
con il tuo pugnale per interrogarmi, - continuai, - adesso
senti la mia forza su di te?
Sento anche che hai ragione.
Adesso fammi la domanda che vuoi.
Raccontami come ti accarezzava Maestro Osman.
Quando ero apprendista, quando ero molto pi fine, delicato
e bello di adesso, mi saliva sopra come sono salito adesso io su di
te. Mi accarezzava le braccia, a volte mi faceva anche male, ma
tutto questo mi piaceva, perch ammiravo la sua cultura, il suo talento
e la sua forza e non pensavo male perch gli volevo bene.
Voler bene a Maestro Osman per me era la via che mi apriva all'amore
per la miniatura, i colori, i fogli, le penne, la bellezza della
pittura, e tutto quello che veniva disegnato, e poi il mondo e Allah.
Maestro Osman  pi di un padre per me.
Ti picchiava molto?, chiese.
Mi picchiava giustamente, e lo faceva in maniera obiettiva, come
deve picchiare un padre, ma allo stesso tempo mi picchiava anche
facendomi male, mi puniva per insegnarmi come deve picchiare
un maestro. Oggi mi rendo conto che ho imparato molte cose
meglio e pi velocemente grazie al dolore ed alla paura del righello
con cui mi colpiva sulle unghie. Quando ero apprendista, per non
farmi prendere per la frangia e farmi sbattere la testa al muro, non
facevo traboccare il colore, non consumavo inutilmente il liquido
d'oro, mi imprimevo per bene nel cervello la piega della zampa del
cavallo, correggevo l'errore di chi aveva tracciato i contorni, pulivo
i miei pennelli in tempo e imparavo a dedicare tutta la mia attenzione
e la mia anima alla pagina. Dato che devo alle botte ricevute
il mio talento e la mia maestria, adesso picchio i miei apprendisti
a cuor leggero. So che anche le botte ingiuste, se non feriscono
l'orgoglio dell'apprendista, alla fine gli torneranno utili.
Ma, comunque, quando picchi un apprendista dal bel viso,
dallo sguardo dolce, dal carattere d'angelo, a volte esageri solo per
il tuo godimento; capisci che anche Maestro Osman ha fatto cos
con te?
A volte mi colpiva dietro l'orecchio con lo strumento di marmo
per lucidare il foglio, e per giorni il mio orecchio ronzava e andavo
in giro mezzo sordo. A volte mi dava uno schiaffo e per settimane
la guancia mi bruciava facendomi venire le lacrime agli occhi.
Mi ricordo queste cose, ma voglio comunque bene al mio
maestro.
No, - disse Nero. - Ti arrabbiavi con lui. Per la rabbia che si
 accumulata pian piano dentro di te, ti sei vendicato disegnando
per il libro di mio zio, imitazione europea.
Tu non conosci affatto i miniaturisti.  esattamente il contrario.
Le botte ricevute durante l'infanzia legano il miniaturista
al suo maestro fino alla morte con un amore profondo.
 per gelosia fraterna che a Ires e a SiyavuS il collo venne tagliato
infidamente e crudelmente con la spada appoggiata da dietro
come adesso fai tu con me. E la gelosia dei fratelli nel Libro dei
Re  provocata sempre da un padre ingiusto...
 vero.
Il vostro padre ingiusto che vi fa litigare, adesso si prepara a
tradirvi, disse insolente. Ahh, basta, taglia, si lament. Grid
ancora un po' per il dolore. S,  un lavoro di un attimo tagliarmi
la gola e far scorrere il mio sangue come si fa con le pecore da sacrificare.
Ma se lo fai senza ascoltare quello che ti racconter - a
dire la verit non credo che tu lo possa fare, ahh, basta - rimarrai
sempre curioso di sapere cosa stavo per raccontarti. Molla un po'
la spada. La mollai un po'. Maestro Osman, che  stato testimone
dello sbocciare del vostro talento, dono di Allah, come un
fiore primaverile, e del suo trasformarsi in abilit grazie alle sue
attenzioni, seguendo ogni vostro passo, ogni vostro respiro fin dalla
vostra infanzia, adesso vi volta le spalle per proteggere il suo laboratorio
e il metodo ai quali ha dedicato tutta la vita.
Il giorno in cui abbiamo sepolto Raffinato Effendi ti avevo
raccontato tre storie per farti capire che brutta cosa  quel che si
chiama stile.
Ma erano storie sullo stile del singolo miniaturista, - intervenne
Nero attento. - Mentre invece l'agitazione di Maestro
Osman  volta a proteggere lo stile del laboratorio.
Raccont a lungo di come il sultano desse importanza al ritrovamento
del vigliacco che aveva ucciso Raffinato Effendi e suo
zio, e che a questo scopo gli aveva aperto perfino la porta del Tesoro
del Palazzo Interno, di come Maestro Osman stava sfruttando
questa occasione per sabotare il libro di suo zio e penalizzare
coloro che, tradendolo, avevano iniziato a imitare i maestri europei.
Mi disse anche del cavallo col naso tagliato, che Maestro
Osman dubitava di Oliva per il suo stile, ma che avrebbe consegnato
al boia Cicogna perch, come capo miniaturista, era sicuro
della sua colpevolezza. Sentivo che, sotto la pressione della spada,
diceva la verit e volevo baciarlo perch si era dedicato come un
bambino al suo racconto. Non ebbi assolutamente paura delle sue
parole. Perch il fatto che Cicogna si togliesse di mezzo significava
che sarei potuto diventare io il capo miniaturista dopo la morte
- che Allah la ritardi - di Maestro Osman.
Non mi inquietava la possibilit che queste cose potessero realizzarsi,
ma che potessero non realizzarsi. Il vuoto che sentivo tra
le parole della storia significava che Maestro Osman poteva sacrificare
Cicogna, cos come me. Pensare a questa incredibile possibilit
mi faceva una tremenda paura, e mi terrorizzava rimanere
senza un padre, senza un luogo dove andare. Riflettendoci, mi veniva
voglia di conficcare la spada nel collo di Nero, ma mi trattenni
e non discussi l'argomento n con lui n con me stesso.
Perch mai fare un paio di disegni assurdi per il libro di Zio Effendi
ispirandoci ai maestri europei avrebbe dovuto metterci nella posizione
di traditori? Pensai di nuovo che dietro la morte di Raffinato
Effendi ci fosse un complotto di Cicogna e Oliva contro di
me e tolsi la spada dal collo di Nero.
Andiamo insieme da Oliva, perquisiamo la sua casa e mettiamo
tutto sottosopra, - dissi. - Se ha l'ultimo disegno, almeno capiremo
che non dobbiamo pi avere paura di nessuno. Se non ce
l'ha, lo prendiamo con noi e assaliamo la casa di Cicogna.
Gli dissi di fidarsi di me e che il suo pugnale sarebbe bastato a
tutti e due. Gli chiesi scusa per non avergli offerto nemmeno una
tisana di tiglio. Mentre prendevo la lampada del caff da terra, per
un attimo osservammo tutti e due con sguardo pieno di significato
il cuscino su cui l'avevo gettato. Mi avvicinai con la lampada in mano
e guardai il taglio indistinto che aveva sul collo, sarebbe stato il
segno della nostra amicizia. Nero aveva perso un po' di sangue.
Per le strade si sentiva ancora il rumore dei seguaci del predicatore
di Erzurum e di quelli che li inseguivano, ma nessuno bad
a noi. Raggiungemmo presto la casa di Oliva. Bussammo alla porta
del cortile, bussammo alla porta della casa e, impazienti,
bussammo anche alle persiane. Non c'era nessuno, avevamo fatto cos
tanto rumore che sicuramente non poteva dormire. Fu Nero a
proporre quello che pensavamo entrambi. Entriamo?
Con la parte smussata del pugnale di Nero forzai il ferro della serratura,
poi, infilando il pugnale nella porta, spingendola e flettendo
la serratura, la rompemmo. Da dentro arriv odore di umidit, sporcizia
e solitudine di anni. Alla luce della candela vedemmo un letto
disordinato e, gettati alla rinfusa sui cuscini, cinture, panciotti, due
turbanti, camicie, il vocabolario persiano-turco di Nimetullah Effendi
dell'ordine dei dervisci naksbandi, il mobiletto per posare i turbanti,
del tessuto pettinato di doppia altezza, ago e filo, un piatto di
rame pieno di bucce di mela, tanti cuscini, un copriletto di velluto,
colori, pennelli e tutto il materiale per dipingere. Stavo per gettarmi
tra i fogli sul suo banco da lavoro, sulla carta indiana tagliata attentamente
e sulle pagine disegnate, quando mi trattenni.
Prima di tutto, perch sapevo che Nero era pi curioso di me,
e che non porta assolutamente fortuna ad un maestro miniaturista
frugare tra le cose di un altro meno dotato. Oliva non  abile come
si crede,  solo volenteroso. Cerca di compensare la sua mancanza
di abilit con l'ammirazione per gli antichi maestri. Ma le
vecchie leggende possono infiammare solo l'immaginazione del miniaturista,
 la mano che fa la miniatura.
Mentre Nero guardava dappertutto, perfino in fondo al cesto
della biancheria sporca, in tutte le casse, dentro le scatole, io, senza
toccare nulla, davo un'occhiata agli asciugamani di Bursa di Oliva,
al suo pettine di ebano, al suo asciugamano da hamam, sporco,
alle bottiglie di acqua di rose, a un ridicolo asciugamano di stoffa
indiana, alle sue giacche di maglia, al suo mantello pesante e
sporco, a un vassoio di rame tutto storto, ai suoi oggetti - economici
e trasandati rispetto ai soldi che guadagnava - e ai suoi tappeti
sporchi. Od Oliva era molto tirchio, o nascondeva i suoi soldi,
oppure li spendeva e spandeva da qualche parte...
 proprio una casa da assassino, - dissi colto da ispirazione.
- Non c' neanche un tappeto da preghiera. Ma non era quello
che avevo in mente. Ci pensai. Sono oggetti di un uomo che non
sa essere felice... Ma parte della mia mente intuiva che l'infelicit
e la vicinanza a Satana erano utili alla miniatura.
L'uomo, anche se sa come essere felice, non riesce a esserlo,
comment Nero.
Mi mise davanti una serie di disegni fatti su fogli grezzi di Samarcanda,
ispessiti da altri fogli che aveva tirato fuori dal fondo
di una cassa. Vedemmo un simpatico Satana proveniente dal lontano
Khorasan che sbucava da sottoterra, un albero, una bella donna,
un cane ed il disegno della morte che avevo fatto io. Erano i disegni
che ogni sera il cantastorie ucciso appendeva al muro quando
raccontava una storia indecente. Alla domanda di Nero, gli
mostrai il mio disegno della morte.
Anche nel libro di mio zio ci sono gli stessi disegni, disse.
Sia il cantastorie che il proprietario del caff avevano capito
che far fare ai miniaturisti i disegni da appendere ogni sera al muro
era pi intelligente. Il cantastorie faceva fare un disegno a noi
miniaturisti in fretta, ci chiedeva di spiegargli un po' della storia,
gli scherzi dei miniaturisti, poi inventava qualcosa anche lui e iniziava
subito il suo racconto.
Perch hai fatto questo disegno della morte che avevi gi fatto
per il libro di mio zio?
Lo voleva il cantastorie, era solo un disegno. Ma l'ho fatto
senza la cura che avevo dedicato al libro di tuo zio, in fretta, come
voleva la mia mano. Anche gli altri hanno disegnato per il cantastorie,
forse per scherzo, ci che avevano gi disegnato per quel
libro segreto, ma in modo rozzo e semplice.
Chi aveva disegnato il cavallo? - chiese. - Ha il naso tagliato.
Avvicinando la lampada contemplammo il cavallo ammirati.
Somigliava al cavallo fatto per il libro di suo zio, era stato disegnato
con meno cura e per un gusto pi modesto. Era come se qualcuno,
oltre a dare meno soldi al miniaturista e avergli messo fretta,
gli avesse fatto disegnare un cavallo rozzo e, forse proprio per
questo motivo, pi longevo.
Forse Cicogna sa chi ha disegnato questo cavallo, - dissi. -
Quello stupido presuntuoso non riesce a vivere senza ascoltare i
pettegolezzi dei miniaturisti e viene ogni sera al caff. Sono sicuro
che  stato Cicogna a disegnare questo cavallo.
...
Capitolo cinquantaseiesimo. Mi chiamano Cicogna.

Farfalla e Nero arrivarono a mezzanotte, sistemarono i disegni
a terra, uno a uno, e mi chiesero di dire chi li avesse fatti.
Sembrava il gioco che facevamo da piccoli, Di chi  il turbante.
Si disegnavano sui fogli i copricapi conici, i turbanti da maestro
di religione, da cavaliere, da donna, da boia, da dignitario di
corte, da scrivano e si chiedeva a chi appartenessero, poi le risposte
venivano confrontate con i nomi scritti su un foglio coperto
a faccia in gi.
Dissi che il cane l'avevo disegnato io. Avevamo raccontato tutti
la sua storia al cantastorie ucciso in quel modo vile. Spiegai che
era stato il simpatico Farfalla, che mi stava puntando il pugnale alla
gola, a disegnare la Morte sulla quale adesso ondeggiava la luce
della lampada. Ricordavo che Oliva, pieno di entusiasmo, aveva disegnato
Satana, forse era la sua storia, aveva detto la buonanima. Io
avevo iniziato l'albero, e i miniaturisti che erano venuti al caff avevano
disegnato le foglie. E raccontammo anche la storia dell'albero,
cos come quella del rosso, stessa cosa. Su un foglio era gocciolato
del rosso, il cantastorie diceva che non ci si poteva fare un disegno.
Facemmo gocciolare ancora pi rosso, poi tutti i miniaturisti,
oltre a disegnare qualcosa di rosso in un angolo del disegno, spiegarono
la storia, in modo che il cantastorie la raccontasse per noi.
Questo bellissimo cavallo, l'ha disegnato Oliva - bravo! - e la donna triste,
mi ricordo, Farfalla. In quel momento Farfalla mi tolse il pugnale
dal fianco e disse a Nero che era stato lui a disegnare la bella
donna, s, adesso se lo ricordava. Tutti avevamo disegnato i soldi
del mercato, invece i due dervisci, ovviamente, li aveva disegnati
Oliva, diretto discendente dei dervisci kalenderi. La loro dottrina
si basa sull'elemosina e sullo scoparsi i bei ragazzini, infatti il loro
sceicco, Evhad-d Dini Kirmani, duecentocinquant'anni fa aveva
scritto un libro su queste cose e aveva composto una poesia dove riconosceva
nei bei volti la bellezza di Allah.
Fratelli, maestri miniaturisti, scusate il disordine della mia casa,
ci avete colto di sorpresa, non abbiamo potuto offrirvi caff ambrato
n arance dolci perch mia moglie dorme ancora nella stanza accanto.
Mi dicevo, speriamo che non trovando ci che cercano nelle
ceste che aprono con curiosit e frugano fino in fondo, tra tessuti
pettinati in doppia altezza, stringhe, cinture estive di seta indiana e
mussola, cotonine persiane e grembiuli nelle casse e sotto tappeti e cuscini,
tra le pagine miniate che ho preparato per vari libri e le pagine
dei libri rilegati, non entrino improvvisamente nella stanza accanto
in modo che non sia costretto a sporcarmi le mani di sangue.
Devo comunque confessare che comportarmi come se avessi
molta paura di loro mi riempiva di piacere. Il talento del miniaturista
si basa sul fare attenzione alla bellezza del momento e a prendere
tutto sul serio, come sul prendere distanza con l'abilit di uno
scherzo tra se stessi e questo mondo che lo prende troppo sul serio,
facendo un passo indietro come per guardarsi allo specchio.
Cos, dato che me lo chiesero, dissi loro che s, il caff era affollato
come capitava spesso, durante l'assalto dei seguaci del predicatore
di Erzurum c'erano circa quaranta persone insieme a me: Oliva,
Nasir il miniaturista specializzato in contorni, il calligrafo Cemal,
due giovani maestri miniaturisti, giovani calligrafi che adesso
vivono con loro e il bellissimo apprendista Rahmi, altri begli apprendisti,
sei, sette persone tra poeti, ubriaconi, drogati e dervisci
e altri ancora che si erano aggiunti a questa folla felice e spiritosa
raggirando il proprietario del caff. Raccontai che quando inizi l'assalto,
fummo presi dal panico e, mentre l'inutile folla di curiosi raccolta
dal proprietario del caff cominci a fuggire in preda alla paura
di venire accusata di qualcosa dalle porte anteriori e posteriori, a
nessuno venne in mente di difendere coraggiosamente il caff ed il
povero vecchio cantastorie travestito da donna. Ero triste per questo?
S! Io, il pittore Mustaf, detto Cicogna, che ho dedicato sinceramente
tutta la vita alla miniatura, trovo necessario incontrare
ogni sera i miei fratelli miniaturisti da qualche parte, chiacchierare,
scherzare e giocare con loro, raccontarci storie, poesie, motti di spirito,
dissi, guardando negli occhi quel Farfalla dal cervello da gallina
che aveva assunto l'aria di un ragazzino grassottello con le lacrime
agli occhi che soffre molto di gelosia. Il vostro Farfalla, che ha
ancora gli occhi belli come quelli dei bambini, da apprendista era
una bellezza molto pi delicata e aveva una pelle stupenda.
Cos, dato che me lo chiesero, raccontai che il secondo giorno
che la buonanima dell'anziano cantastorie che lavorava girando di
citt in citt, di quartiere in quartiere, inizi a recitare, un miniaturista
appese al muro un disegno, forse per scherzo, e il cantastorie
chiacchierone, che se ne accorse, cominci a parlare come
se fosse il cane del disegno e tutto questo piacque molto. E cos si
continu ogni sera con i disegni fatti dai maestri miniaturisti e gli
scherzi bisbigliati all'orecchio del cantastorie. Le insinuazioni sul
predicatore di Erzurum venivano incoraggiate anche dal proprietario
del caff, un tipo di Edirne, sia perch rallegravano i miniaturisti
che temevano la rabbia del predicatore, sia perch portavano
nuovi clienti al caff.
Mi dissero di aver trovato i disegni che avevamo davanti e che
il cantastorie appendeva ogni sera dietro di s nella casa deserta di
nostro fratello Oliva, e chiesero il mio parere. Dissi che non c'era
bisogno di nessun parere, e che anche il proprietario del caff era un
derviscio kalenderi, un mendicante, un ladro, un vile barbaro come
Oliva. Spiegai che probabilmente Raffinato Effendi, che era
ingenuo e aveva una gran paura delle parole e specialmente di quelle
pronunciate dal predicatore, aggrottando le sopracciglia, durante
le prediche del venerd, aveva tentato di lamentarsi di loro con
i seguaci del predicatore di Erzurum. Oppure, con grande probabilit,
quando lui aveva cercato di avvisarli, ma cosa fate, non fate
cos, Oliva, che ha lo stesso carattere del proprietario del caff,
ha ucciso il povero doratore senza piet. E i seguaci del predicatore
di Erzurum, arrabbiati per questo, hanno ucciso Zio Effendi
considerandolo il responsabile della morte di Raffinato Effendi
per via del libro di cui, forse, lui aveva raccontato. E oggi, per ulteriore
vendetta, hanno assaltato il caff.
Ma quel ciccione di Farfalla e Nero, serissimo (sembrava un
fantasma), che frugavano uno a uno i miei oggetti con il piacere di
aprire ogni coperchio, di sollevare ogni pietra, quanta attenzione
prestavano alle mie parole? Quando, nella cassa di noce miniata,
trovarono i miei stivali, l'armatura e gli strumenti da guerra, vidi
la gelosia sul volto infantile di Farfalla e ripetei orgoglioso quello
che tutti sapevano bene. Io sono il primo miniaturista musulmano
che  andato in guerra con l'esercito e che, guardando attentamente,
ha disegnato ci che ha visto!
Quando Farfalla mi chiese di indossare l'armatura e fargli vedere
cosa mettevo sotto, senza sentirmi in imbarazzo, mi tolsi la
giacca foderata di pelliccia di coniglio nero, la camicia, i pantaloni
e le mutande. Mi piaceva farmi contemplare alla luce del focolare,
indossai le mutande lunghe e pulite che mettevo sotto l'armatura,
la pesante camicia rossa, le calze di lana, gli stivali di pelle gialla per
il freddo e, infine, gli schinieri. Poi infilai con piacere l'armatura
che avevo tolto dalla custodia. Come se dessi ordini a un paggio,
mi girai di schiena e feci legare strettamente a Farfalla i lacci dell'armatura
e gli feci mettere anche le spalline. Mentre indossavo le
polsiere, i guanti, il cinturone di pelo di cammello e, alla fine, l'elmo
dorato da cerimonia, dissi con orgoglio che, d'ora in poi, le scene
di guerra non sarebbero pi state disegnate come una volta.
Ormai non si possono disegnare i cavalieri di due eserciti in due file
una davanti all'altra girando la stessa sagoma una volta a rovescio una
volta a diritto. D'ora in poi, nei laboratori della dinastia ottomana,
le scene di guerra verranno disegnate con eserciti che si mescolano,
come i cavalli, le armature ed i morti insanguinati che ho
visto e disegnato io!
Il miniaturista non disegna ci che vede lui, ma ci che vede
Allah, disse Farfalla geloso.
S, ma l'altissimo Allah vede ci che vediamo noi, dissi.
Certo che Allah vede ci che vediamo noi, ma non lo vede come
noi, - continu Farfalla come se mi sgridasse. - Una guerra che
noi, stupiti, vediamo tutta confusa, lui la vede da vicino con due
eserciti ordinatamente in fila, uno di fronte all'altro.
Avevo una risposta, avrei voluto dirgli: Crediamo in Allah e
disegniamo solo ci che ci fa vedere lui, non ci che non ci fa vedere.
E invece me ne restai zitto, perch avevo paura che Farfalla
mi accusasse di imitare gli europei, o forse perch mi batteva
spietatamente sull'elmo e sulla schiena con il pugnale con la scusa
di provare la mia armatura. Trattenendomi pensavo di conquistare
quest'idiota dagli occhi belli e Nero e di salvarci cos dal complotto
di Oliva.
Mi dissero cosa cercavano appena capirono che non l'avrebbero
trovato qui. Un disegno rubato dal vile assassino... Dissi che a questo
scopo la mia casa era gi stata perquisita, e l'assassino intelligente
ormai l'avrebbe nascosto in un luogo assolutamente irraggiungibile
(pensavo a Oliva), ma quanta attenzione mi prestarono?
Nero raccont a lungo del cavallo con il naso tagliato, disse che i tre
giorni che il Nostro Sultano aveva dato a Maestro Osman stavano
per terminare. Quando io insistetti su ci che indicavano i cavalli
dai nasi tagliati, guardandomi negli occhi, Nero mi disse che Maestro
Osman, come indizio, aveva collegato questi cavalli a Oliva, ma
che sospettava pi di me, essendo certo delle mie ambizioni.
Apparentemente, erano venuti qui credendo che l'assassino fossi
io e per trovare la prova, ma, secondo me, questo non era il vero
motivo. Avevano bussato alla mia porta anche per solitudine e
disperazione. Quando avevo aperto, avevo visto che il pugnale che
Farfalla puntava verso di me gli tremava in mano. Avevano paura
che il vile assassino che non riuscivano a capire chi fosse, li cogliesse
all'improvviso in un angolo buio con il sorriso di un vecchio
amico e tagliasse loro la gola allo stesso tempo, l'idea che Maestro
Osman, d'accordo con il Nostro Sultano e il Tesoriere, li consegnasse
al boia disturbava il loro sonno, e inoltre la folla di seguaci
del predicatore di Erzurum l fuori li scoraggiava. Con questa agitazione,
avrebbero voluto che fossi loro amico. Ma Maestro Osman
aveva detto proprio il contrario. Adesso dovevo dimostrare a entrambi,
con delicatezza, che era vero quello che si auguravano anche
loro con tutto il cuore.
Dire che il grande maestro si sbagliava, che ormai era rimbambito,
avrebbe significato mettermi contro Farfalla. Perch mi sembrava
di vedere ancora negli occhi appannati del bel miniaturista
dalle ciglia di farfalla che batteva sulla mia armatura con il pugnale
in mano, le tenui fiamme dell'amore che provava nei confronti del
grande maestro di cui era il prediletto. Negli anni della mia giovinezza,
l'intimit tra quei due, tra maestro e apprendista, si insinuava
con enorme gelosia tra i miniaturisti, ma loro non ci badavano e
si guardavano negli occhi a lungo davanti a tutti, si accarezzavano
e si baciavano e poi, Maestro Osman, senza piet, dichiarava che
Farfalla era il miniaturista con la penna pi agile, il pennello pi solido
per i colori. Questo giudizio, spesso giusto, provocava tra i miniaturisti
gelosi interminabili giochi di parole accompagnati da allusioni
insolenti, insinuazioni diaboliche e gesti spinti per i quali venivano
usati penne, pennelli, calamai e portapenne. E infatti non
sono l'unico a pensare che Maestro Osman, dopo di s, voglia Farfalla
a capo del laboratorio.  da parecchio tempo che ho capito che
 questo che il grande maestro ha in testa, quando parla di quanto
sono litigioso, scontroso e ostinato. Giustamente pensa anche che,
rispetto a Oliva e Farfalla, io sono pi incline ai metodi europei e
non potrei rifiutare i nuovi desideri del Nostro Sultano dicendo gli
antichi maestri non avrebbero mai disegnato cos.
A questo punto so che con Nero posso avere una stretta collaborazione:
perch il nostro nuovo e agitato sposo doveva veramente
finire il libro di suo zio, non solo per conquistare il cuore
di Sekre e dimostrarle di poter prendere il posto di suo padre, ma
anche per ingraziarsi facilmente il sultano.
Cos, affrontai la situazione in un modo assolutamente inaspettato
per entrambi. Entrai in argomento dicendo che il libro di
Zio Effendi era un felice ed impareggiabile miracolo. Quando questa
meraviglia sarebbe stata finita, come aveva ordinato il Nostro
Sultano e come voleva Zio Effendi, tutto il mondo sarebbe rimasto
a bocca aperta di fronte alla forza e alla ricchezza del sultano
ottomano e di fronte all'abilit, all'eleganza e al talento di noi maestri
miniaturisti. Avrebbero avuto paura di noi, della nostra forza
e spietatezza, e allo stesso tempo, vedendo le cose che ci rattristano
e ci rallegrano, e come abbiamo imparato dai metodi europei, e i
nostri colori cos allegri e la nostra percezione dei minimi dettagli,
spaventati, avrebbero intuito ci che di rado intuiscono i sultani
pi intelligenti, cio, che noi siamo sia in un luogo nel mondo del
disegno, sia in un luogo molto lontano, tra gli antichi maestri.
Farfalla prima batt sulla mia armatura come un bambino che
vuole capire se  vera o meno, poi come un amico che vuole provarne
la solidit, e infine come un geloso incorreggibile che vuole
farmi male bucando in qualche modo l'armatura con entrambe le
scuse. In realt, capiva che ero pi abile di lui, inoltre, probabilmente
intuiva che Maestro Osman lo sapeva. Farfalla era un maestro
straordinario per il suo talento, dono di Allah, e fui ancora
pi orgoglioso della sua gelosia. Io non ero diventato maestro tenendo
in mano la canna del mio maestro, ma con la forza della mia
canna, e sentii che potevo fargli ammettere che ero superiore.
Alzai la voce e gli raccontai che, purtroppo, c'erano persone
che volevano sabotare il miracoloso libro del Nostro Sultano e della
buonanima di Zio Effendi. Maestro Osman era il padre, il maestro
di tutti, avevamo imparato tutto da lui! Ma, facendo un'indagine
nel tesoro del Nostro Sultano, dopo avere capito che il vile
assassino era Oliva, aveva cercato di nasconderlo per un motivo
ignoto. Ero certo che Oliva, non essendosi fatto trovare in casa,
si era nascosto nel convento abbandonato dei dervisci kalenderi
vicino a Fenerkapi. Il convento era un covo di infamia e immoralit,
ma non era questo il motivo per cui era stato chiuso ai tempi
del nonno del Nostro Sultano, bens per le interminabili guerre
con i persiani; una volta, Oliva si era vantato di sorvegliare il
convento chiuso. Se non si fossero fidati di me ed avessero pensato che
volevo ingannarli, dato che il pugnale in mano l'avevano loro,
avrebbero potuto punirmi l sui due piedi.
Farfalla mi diede ancora due pesanti colpi di pugnale a cui non
molte armature avrebbero resistito. Si gir verso Nero che mi dava
ragione, e che lo sgrid come si fa con i bambini. Mi avvicinai
a lui da dietro e stringendogli il braccio attorno al collo da dentro
l'armatura, lo avvicinai a me. Con l'altra mano gli piegai il braccio
e gli feci cadere il pugnale. In realt, non stavamo veramente
combattendo, ma neanche giocando. Raccontai una scena analoga
dal Libro dei Re.  una scena poco nota.
Nel terzo giorno dell'incontro tra l'esercito dell'Iran e l'esercito
del Turan allineati con tutte le armature e gli equipaggiamenti
uno davanti all'altro ai piedi del monte Hamaran, per sapere chi
fosse il misterioso guerriero persiano che ogni giorno uccideva
un grande guerriero del Turan, quelli del Turan mandarono l'abile
Sengil sul campo, - iniziai a raccontare. - Quando Sengil sfid
il misterioso guerriero, questi accett. Mentre gli eserciti delle due
parti, con le armature che sfavillavano al sole di mezzogiorno, li
guardavano trattenendo il respiro, i due si scontrarono cos velocemente
che le scintille che si sprigionarono dalle armature strinarono
la pelle dei cavalli, bench bardati. Il combattimento dur
a lungo. Il guerriero del Turan scocc le frecce, il guerriero persiano
us molto bene la spada e il cavallo e, alla fine, il misterioso
persiano, prima fece cadere Sengil del Turan dal cavallo tirandolo
per la coda, poi lo raggiunse mentre fuggiva e lo strinse da dietro
con l'armatura, prendendolo per il collo. Il guerriero del Turan,
curioso di sapere chi fosse il misterioso guerriero, mentre accettava
la sconfitta chiese disperatamente ci di cui tutti erano
curiosi da giorni: "Chi sei?" "Per te il mio nome  morte, - rispose
il misterioso guerriero. - Ma chi era?
Era il leggendario Rstem, intervenne Farfalla allegro come
un bambino.
Lo baciai sul collo. Abbiamo tradito tutti Maestro Osman, -
dissi. - Adesso, prima che lui ci punisca, dobbiamo trovare Oliva,
liberarci della serpe annidata tra noi e stabilire un solido accordo
in modo da affrontare insieme gli eterni nemici della miniatura e
coloro che ci vogliono consegnare frettolosamente al boia. Forse,
quando arriveremo l, nel convento abbandonato di Oliva, capiremo
che il vile assassino non  uno di noi.
Il povero Farfalla non disse nulla. Come tutti i miniaturisti che,
anche se di talento, pretenziosi, o con le spalle coperte, sono gelosi
e ostili tra loro, ma si cercano, in realt Farfalla temeva sia di andare
all'Inferno da solo sia di rimanere tutto solo in questo mondo.
Sulla strada per Fenerkapi, c'era una strana luce giallo-verde,
ma non era la luce della luna. Per via di questa luce, al posto del
solito panorama notturno costituito da cipressi, cupole, muri di
pietra, case di legno e rovine, aleggiava un senso di estraneit da
fortezza nemica. Salendo sulla collina, vedemmo un incendio lontano,
in un qualche luogo dietro la moschea di Beyazit.
Nel buio pesto, incontrammo un carro tirato da buoi mezzo
pieno di sacchi di farina che andava come noi verso le mura,
offrimmo due ake al conducente e ci salimmo sopra. Nero aveva
con s i suoi disegni, si sedette facendo attenzione a non rovinarli.
Mentre contemplavo sdraiato le nuvole basse illuminate dall'incendio,
sentii cadere la prima goccia di pioggia sul mio elmo.
Dopo un lungo viaggio, a mezzanotte, svegliammo tutti i cani
di quel quartiere desolato per trovare il convento abbandonato.
Anche se avevamo visto la fiamma delle lampade accese per colpa
nostra in qualche casa di pietra, fu solo la quarta porta a cui bussammo
ad aprirsi, e un vecchietto con la papalina in testa che alla
luce della lampada ci osservava come se avesse visto degli spettri,
senza assolutamente mettere il naso fuori, sotto la pioggia battente,
ci indic il convento abbandonato, aggiungendo con un certo
piacere che avremmo avuto a che fare con spiriti maligni, demoni
e fantasmi.
Nel giardino del convento ci accolsero l'odore di foglie marce
e la quiete dei cipressi orgogliosi, assolutamente indifferenti alla
pioggia. Prima guardai la copertura di legno del muro del convento,
poi, avendo trovato il modo di guardare attraverso la fessura
della persiana di una piccola finestra, vidi la spaventosa ombra di
qualcuno che pregava alla luce di una lampada, o forse faceva finta
di pregare per noi.
...
Capitolo cinquantasettesimo. Mi chiamano Oliva.

Dovevo alzarmi subito e interrompere le mie preghiere per aprire
la porta, o dovevo farli aspettare sotto la pioggia e continuare
a pregare? Quando capii che mi stavano spiando, recitai la mia
preghiera fino in fondo senza riuscire a concentrarmi. Quando
aprii la porta e mi trovai davanti i nostri Farfalla, Cicogna e Nero,
dalla bocca mi usc un grido di gioia. Fu con quell'entusiasmo
che abbracciai Farfalla.
Quante cose ci sono accadute, quante cose! - gemetti, affondando
la testa nella sua spalla. - Cosa vogliono da noi? Perch ci
uccidono?
Avevano addosso quella paura di staccarsi dal gregge che durante
la mia vita di miniaturista, di tanto in tanto, mi era capitato
di vedere negli altri maestri. Una volta nel convento non si
separarono mai.
Non abbiate paura, - dissi. - Qui possiamo nasconderci per
giorni.
Abbiamo paura pensando che, forse, la persona di cui dobbiamo
avere paura  tra noi, disse Nero.
Se penso a questo ho paura anch'io, - dissi. - Ho sentito queste
voci.
I pettegolezzi, dagli uomini del Comandante delle guardie imperiali,
erano giunti alla squadra dei miniaturisti e si diceva che
colui che aveva ucciso Raffinato Effendi e la buonanima di Zio
Effendi fosse tra noi che avevamo perduto la luce degli occhi per
quel libro che non era assolutamente pi segreto.
Nero mi chiese quanti disegni avessi fatto per il libro di Zio
Effendi.
Il primo  stato Satana. Gli ho disegnato un demonio sotterraneo
come lo disegnavano gli antichi maestri nei laboratori dei
khan del Montone Bianco. Il cantastorie apparteneva alla mia stessa
setta derviscia, perci avevo disegnato anche due dervisci.
Sono stato io a proporre a tuo zio di metterli nel libro, l'ho convinto
dicendo che nelle terre ottomane c' posto anche per questi
dervisci.
Tutto qui?, domand Nero.
Quando dissi che avevo fatto solo questi disegni, Nero and
verso la porta con l'aria di chi ha sorpreso un apprendista a rubare,
e prese da fuori un rotolo di fogli che non si erano bagnati con
la pioggia e lo mise davanti a noi tre come una gatta che mostra ai
suoi cuccioli un uccello ferito.
Li avevo riconosciuti subito mentre li portava sottobraccio. Erano
i disegni che avevo preso al caff durante l'assalto della notte.
Non chiesi come avessero fatto a entrare in casa mia e a trovarli. E
cos, insieme a Farfalla e a Cicogna gli mostrammo con calma, uno
a uno, i disegni che avevamo fatto per la buonanima del cantastorie.
E un cavallo, un bel cavallo, rimase da parte, solo. Non sapevo
neanche che fosse stato disegnato un cavallo, credetemi.
Non hai fatto tu questo cavallo?, chiese Nero come un maestro
con il bastone in mano, pronto a picchiare i suoi allievi.
Non l'ho fatto io, risposi.
E quello nel libro di mio zio?
Non ho fatto neanche quel cavallo.
Dallo stile abbiamo capito che eri stato tu a disegnare quel cavallo, -
disse. - E l'ha capito anche Maestro Osman.
Io non ho uno stile, - risposi. - Non lo dico per vantarmi, per
andare contro il vento che soffia negli ultimi tempi. Non lo dico
neanche per dimostrare la mia innocenza. Perch per me avere uno
stile  peggio che essere assassino.
C' una cosa che ti rende diverso dagli antichi maestri e dagli
altri, disse Nero.
Gli sorrisi. Aveva cominciato a raccontare le cose che penso che
voi tutti sappiate gi. Ascoltai con molta attenzione di come il Nostro
Sultano e il Tesoriere, insieme, cercavano di trovare una soluzione
per fermare gli omicidi, i tre giorni concessi a Maestro Osman,
il metodo della dama, le narici dei cavalli e il miracolo pi grande,
aver potuto ammirare quei libri irraggiungibili nel Tesoro del Palazzo
Interno. Nella vita di tutti ci sono dei momenti in cui mentre viviamo
una cosa capiamo che non la dimenticheremo per un lungo periodo.
Cadeva una triste pioggia. Come se fosse triste per la pioggia,
Farfalla aveva abbracciato il suo pugnale. Cicogna, con il dorso dell'armatura
bianco di farina e la lampada in mano, si era fatto coraggio
ed entrava nelle zone interne del convento. Questi maestri, le cui
ombre si aggiravano per i muri del convento come fantasmi, erano i
miei fratelli, quanto li amavo! Ero felice di essere un miniaturista.
Sai cosa vuol dire la felicit di sedere accanto a Maestro
Osman e guardare per giorni le meraviglie degli antichi maestri?
- chiesi a Nero. - Ti ha baciato? Ha accarezzato il tuo bel viso?
Ti ha preso per mano? Sei rimasto affascinato dal suo talento, dalla
sua sapienza?
Tra le meraviglie degli antichi maestri, Maestro Osman mi ha
fatto vedere che tu hai uno stile, - disse Nero. - Mi ha insegnato
che lo stile non  una cosa che il miniaturista sceglie di sua volont,
 il passato del miniaturista, sono i ricordi che ha dimenticato a
determinare questo difetto segreto. Mi ha anche dimostrato che, dato
che lo stile dei maestri europei si  diffuso in tutto il mondo,
questi difetti segreti, le debolezze di cui una volta ci si vergognava
molto e venivano tenuti nascosti perch non ci allontanassero dagli
antichi maestri, d'ora in poi verranno definiti con orgoglio
"caratteristica personale", "stile". D'ora in poi, a causa degli stupidi
che si vantano dei loro difetti, il mondo della pittura sar pi colorato,
ma pi stupido e, ovviamente, molto pi difettoso.
Il fatto che fosse cos orgogliosamente convinto delle sue parole
era la prova che Nero apparteneva a questa razza di stupidi.
Maestro Osman potrebbe spiegare come mai ho disegnato per
anni in maniera canonica le narici di centinaia di cavalli per i libri
del Nostro Sultano?, domandai.
Dato che lui rappresenta vostro padre come il vostro amato,
per l'amore e le bastonate che vi ha dato da quando eravate bambini,
lui non pu capire che vi ha fatti tutti simili a se stesso e tra
di voi. Lui voleva che il laboratorio del sultano ottomano avesse
uno stile, non voi. E voi, a causa dell'ammirazione per la sua ombra,
dimenticavate i difetti, le cose che non rispondevano a un modello,
le differenze che vi venivano da dentro. Quando hai avuto
la possibilit di disegnare per altri libri, per altre pagine dove gli
occhi di Maestro Osman non sarebbero arrivati, allora hai disegnato
il cavallo che avevi conservato dentro di te per anni.
La buonanima di mia madre era molto pi intelligente di mio
padre, - iniziai a raccontare. - Una notte in cui a casa piangevo
stanco non solo di Maestro Osman, ma anche delle bastonate degli
altri maestri severi e nervosi, dei colpi di righello che ci davano
i capisquadra per intimidirci, e dicevo che non volevo pi ritornare
al laboratorio, mia madre mi spieg che al mondo ci sono due tipi
di persone. Quelli che sono rimasti schiacciati dalle bastonate ricevute
durante l'infanzia e che rimarranno oppressi per sempre,
disse la buonanima di mia madre. Perch le botte uccidono il demonio
che hanno dentro. E poi quelli fortunati che superano le botte
senza uccidere il demonio che hanno dentro di s, ma spaventandolo
ed educandolo. E loro non dimenticano mai questo brutto
ricordo dell'infanzia, ma - non dirlo a nessuno, si raccomand mia
madre - dato che imparano ad andare d'accordo con Satana, sanno
essere furbi pi di chiunque altro, sanno cose che gli altri non
sanno, hanno amici, conoscono i loro nemici, intuiscono in tempo
gli intrighi orditi contro di loro e, questo lo aggiungo io, sanno anche
disegnare meglio. Quando non disegnavo i rami di un albero in
maniera armonica, Maestro Osman mi prendeva a schiaffi talmente
forte che mentre mi scendevano lacrime amare, davanti agli occhi
mi appariva un bosco. Subito dopo che mi aveva dato dei pugni
rabbiosi in testa dicendo che non vedevo il difetto in fondo alla
pagina, prendeva con amore in mano lo specchio e lo metteva
sulla pagina perch mi liberassi dall'abitudine dell'occhio e,
appoggiando la sua guancia alla mia, mi mostrava uno a uno i difetti
che, all'improvviso, apparivano nella pagina riflessa alla rovescia
nello specchio, con un amore tale che io non ho mai pi dimenticato
n quell'amore n quella figura. Quando mi svegliavo al mattino
dopo aver pianto nel mio letto con l'orgoglio ferito perch mi
aveva sgridato davanti a tutti e mi aveva picchiato sulle braccia con
il righello, lui mi baciava le braccia con un amore tale che credevo
veramente che un giorno sarei diventato un maestro leggendario.
Non ho disegnato io quel cavallo.
Noi, - disse Nero rivolgendosi a Cicogna, - cercheremo nel
convento l'ultimo disegno che ha rubato il maledetto assassino di
mio zio. Tu avevi visto l'ultimo disegno?
Era una cosa inaccettabile per il Nostro Sultano, per noi miniaturisti
fedeli agli antichi maestri, per ogni musulmano fedele alla
sua religione, dissi e tacqui.
Le mie parole lo stimolarono di pi. Lui e Cicogna presero a cercare
ovunque nel convento, misero tutto sottosopra. Li accompagnai
un paio di volte, per facilitare il loro lavoro. In una delle stanze
dei dervisci, dal cui soffitto gocciolava acqua, gli indicai la buca
che c'era per terra perch non ci cadessero e perch, se volevano,
la perquisissero. Infilai nella serratura la grande chiave di quella che
era la cella del padre spirituale della setta prima che i dervisci del
convento si separassero per unirsi ai bektashi. Quando videro che
nella stanza dov'erano entrati pieni di curiosit non c'era un muro
e pioveva direttamente dentro, non ci frugarono neanche.
Mi aveva fatto piacere che Farfalla non fosse d'accordo con loro,
ma intuivo che nel momento in cui avessero trovato una prova
per accusarmi, anche lui si sarebbe unito. Nero e Cicogna avevano
paura che Maestro Osman ci consegnasse al boia, dicevano
che dovevamo aiutarci a vicenda e andare dal Tesoriere con questa
forza, erano molto vicini. Avevo capito che ci che motivava
Nero non era solo il desiderio di fare un vero regalo di nozze alla
bella Sekre, trovare l'assassino di suo zio, ma anche mettere i
miniaturisti ottomani sulla strada dei maestri europei per finire il libro
dello zio con i nuovi soldi provenienti dal Nostro Sultano, e
imitare i maestri europei (pi che una bestemmia era ridicolo).
Ovviamente capivo che Cicogna, che sognava di diventare capo miniaturista
alla fine di questo complotto (perch tutti immaginavano
che Maestro Osman avrebbe voluto Farfalla come capo miniaturista)
ed era pronto a tutto per il proprio successo, voleva
liberarsi di noi come di Maestro Osman.
Per un attimo fui in preda alla confusione. Pensai a lungo, ascoltando
la pioggia. Poi, come chi cerca di superare la folla e consegnare
la propria supplica al sovrano e al gran visir, mi avvicinai
ispirato a Cicogna e Nero. Li feci passare per un'anticamera buia,
da una porta larga, e li condussi in quel luogo terribile che una volta
era la cucina. Chiesi se avessero trovato qualcosa in mezzo a
quelle rovine, ma non avevano trovato nulla. Non c'erano tracce
dei calderoni, delle batterie di pentole, dei mantici che i poveri
usavano per cucinare. Non avevo mai provato a pulire questo orribile
luogo pieno di ragnatele, polvere, fango, feci di cani e gatti
e detriti. Dentro, un continuo e forte vento la cui fonte era, come
sempre, incerta, indeboliva la luce della lampada illuminando e
oscurando le ombre.
Avete cercato, ma non avete trovato il mio tesoro segreto,
dissi.
Spostai la cenere usando come sempre il taglio della mano come
una scopa tra le rovine che trent'anni fa erano un focolare e
cos, facendolo cigolare e tenendolo per il manico, tirai il coperchio
di ferro del forno, adesso scoperto. Tenni la lampada vicino
alla piccola bocca del forno. Non dimenticher mai come Cicogna,
prima di Nero, si gett avanti per afferrare i sacchi di pelle.
Stavano per aprirli subito l, davanti alla bocca del forno, ma, dato
che ero tornato nella stanza grande e Nero aveva paura di rimanere
l da solo ed era venuto con me, Cicogna ci segu con le sue
lunghe gambe magre. Quando videro che il sacco conteneva le mie
calze di lana, i miei pantaloni, le mie mutande rosse, il mio panciotto
pi elegante, la mia camicia di seta, il mio rasoio, il mio pettine
ed altri oggetti, rimasero per un attimo indecisi. Dall'altro sacco
pesante che apr Nero vennero fuori una ad una cinquantatre monete
d'oro veneziane, le lamine d'oro che avevo rubato negli ultimi
anni in laboratorio, il mio quaderno di esempi che nascondevo
a chiunque e, tra le sue pagine, lamine d'oro rubate, disegni spinti
fatti in parte da me e in parte raccolti in giro, un anello di agata
ricordo della mia cara madre ed un ciuffo dei suoi capelli, le mie
penne ed i miei pennelli migliori.
Se, come credete, l'assassino fossi io, - dissi con stupido orgoglio,
- dal mio tesoro segreto non sarebbero uscite queste cose
ma quell'ultimo disegno.
Perch queste cose?, chiese Cicogna.
Quando gli uomini del Comandante delle guardie imperiali
hanno perquisito casa mia - proprio come hanno perquisito la tua
- si sono infilati in tasca senza alcuna vergogna due di queste monete
d'oro che ho risparmiato per tutta la vita. Ho pensato che saremmo
stati perquisiti ancora a causa del vile assassino, e infatti
avevo ragione. Se avessi quell'ultimo disegno, adesso sarebbe qui.
Quest'ultima frase era stata un errore, ma intuivo che si erano
comunque un po' tranquillizzati, non avevano paura che li strangolassi
in un angolo buio del convento. Mi avete creduto anche voi?
Eppure, questa volta, fui io ad agitarmi. Non perch gli amici
miniaturisti che conoscevo fin da quando ero bambino ormai sapevano
che da molto tempo accumulavo denaro, compravo e nascondevo
oro e inoltre avevano visto i miei disegni spinti e i miei
quaderni. In realt, mi pentivo di aver mostrato queste cose ai
miei amici in un momento di agitazione. Solo i misteri di chi vive
nella confusione totale possono essere chiariti cos facilmente.
In ogni modo, - disse Nero dopo un bel po', - decidiamo cosa
dire sotto tortura se Maestro Osman si disinteressa di noi e ci
consegna al Comandante delle guardie imperiali senza accusare
nessuno in particolare.
Sentivo che avevamo tutti addosso un senso di vuoto, una stanchezza.
Cicogna e Farfalla guardavano i disegni spinti sui miei quaderni
alla luce tenue della lampada. Avevano l'aria di fregarsene di
tutto, ed erano spaventosamente felici. Provai un forte desiderio
di guardare quella pagina, immaginavo molto bene quale fosse, mi
alzai e mi misi dietro di loro, osservai in silenzio il mio disegno spinto
con l'entusiasmo di far riaffiorare un ricordo felice rimasto lontano.
Anche Nero si aggiunse a noi. Chiss perch, ma il fatto di
guardare tutti e quattro insieme quel disegno mi tranquillizzava.
E non sono uguali il cieco e il veggente?, domand Cicogna
dopo un bel po'. Anche se quello che vedevamo era indecente,
alludeva al supremo piacere di vedere che ci aveva concesso Allah?
Ma Cicogna non capiva nulla di queste cose, non leggeva mai il
Corano. Sapevo che questo versetto del Corano veniva ricordato
spesso dai maestri di Herat. I grandi maestri usavano questo detto
in risposta alle minacce dei nemici della miniatura che sostenevano
che disegnare era proibito dalla nostra religione e che, il Giorno
del Giudizio, i pittori sarebbero stati mandati all'Inferno. Ma
fino a quel momento magico, non avevo mai sentito la frase che
usc spontaneamente dalla bocca di Farfalla.
Avrei voluto fare un disegno che mostrasse che il cieco e il
veggente non sono uguali!
Chi sono il cieco e il veggente?, chiese Nero con aria
innocente.
Farfalla disse: E non sono uguali il cieco e il veggente, e lo
ripet ancora nell'arabo del Corano per poi continuare:

Anche il buio e la luce non possono essere uguali,
Anche l'ombra e la calura non possono essere uguali,
E anche i vivi e i morti non possono essere uguali.

All'improvviso rabbrividii pensando alla fine che avevano fatto
Raffinato Effendi, Zio Effendi e nostro fratello il cantastorie
ucciso questa notte. Anche gli altri avevano paura quanto me? Per
un po' nessuno si mosse dal suo posto. Cicogna teneva il quaderno
ancora aperto in mano, ma sembrava che non vedesse il mio disegno
spinto, anche se lo guardavamo ancora!
Io avrei voluto disegnare anche il Giorno del Giudizio, - disse
Cicogna. - La resurrezione dei morti, la separazione tra colpevoli
e innocenti. Ma perch non riusciamo a disegnare il nostro
Corano?
Da giovani, quando lavoravamo nella stessa stanza del laboratorio,
proprio come facevano i maestri anziani per riposare gli occhi,
a volte alzavamo la testa dal banco di lavoro, dal leggio, e parlavamo
di un argomento completamente diverso che ci veniva in
mente. Proprio come facevamo adesso con il quaderno aperto davanti
a noi, anche allora, quando parlavamo di qualcosa che ci veniva
improvvisamente in mente, non ci guardavamo. Perch volgevamo
gli occhi fuori dalla finestra per riposarli. Non so se per
l'entusiasmo di ricordare la bellezza dei nostri giorni felici da apprendisti,
o per il sincero pentimento che provai in quel momento
perch era tanto che non leggevo il Corano, o per l'orrore dell'omicidio
che avevo visto la sera al caff, quando tocc parlare a me,
mi sentii confuso, il cuore cominci a battermi come di fronte a un
pericolo e, non venendomi in mente altro, all'improvviso dissi:
Ci sono dei versetti alla fine della sura della Vacca che intendono
questo, vorrei molto disegnarli: Signore, non ci riprendere
se dimentichiamo e sbagliamo. Signore, non ci imporre un carico
pesante come quello che imponesti a coloro che furono prima di
noi. Condona e perdona, abbi piet di noi. Abbi compassione di noi,
Signore. La mia voce all'improvviso divenne rotta e mi vergognai
delle lacrime che mi scendevano dagli occhi in modo del tutto inaspettato.
Forse perch avevo paura dello scherzo che avevamo sempre
pronto per proteggerci, per non dimostrare la nostra sensibilit
quando eravamo apprendisti.
Credevo che le mie lacrime si sarebbero calmate subito, ma non
riuscii a trattenermi e cominciai a singhiozzare. Piangendo, capivo
che gli altri si facevano prendere da sentimenti di fratellanza,
rovina e tristezza. Ormai nel laboratorio del sultano si sarebbe disegnato
alla maniera europea, i metodi e i libri a cui avevamo dedicato
tutta la nostra vita pian piano sarebbero stati dimenticati,
in realt sarebbe finito tutto, e se non ci acchiappavano e ci massacravano
i seguaci del predicatore di Erzurum, a renderci invalidi
sarebbero stati gli aguzzini del sultano... Ma mentre piangevo,
in un angolo della mia mente sentivo di non piangere per queste
ragioni e, tra singhiozzi e sospiri, continuavo ad ascoltare il triste
ticchettio della pioggia. Ma gli altri se n'erano accorti? Da una
parte piangevo sinceramente e dall'altra mi sentivo vagamente in
colpa perch facevo finta di piangere.
Farfalla mi si avvicin, mi mise una mano sulla spalla, mi accarezz
i capelli, mi baci sulla guancia, mi disse parole dolci.
Questo gesto di amicizia mi fece piangere pi sinceramente e con maggior
senso di colpa. Non riuscivo a guardarlo in faccia, ma chiss
perch mi ero fatto prendere dalla convinzione, sbagliata, che piangesse
anche lui. Ci sedemmo insieme.
Ecco, in questa atmosfera, ricordammo di essere diventati tutti
e due apprendisti nello stesso anno, la malinconia della strana
sensazione di essere strappati dalle nostre madri e iniziare all'improvviso
un'altra vita, il dolore delle botte ricevute gi dal primo
giorno, la gioia dei primi regali arrivati dal Tesoriere, i giorni in
cui tornavamo a casa di corsa. All'inizio raccontava solo lui e io lo
ascoltavo tristemente, ma poi, quando si unirono alla conversazione
anche Cicogna e Nero - che, nei primi anni del nostro apprendistato,
frequentava il nostro laboratorio - dimenticai il pianto
di poco prima e iniziai a parlare ed a ridere con loro.
Ricordammo le mattine d'inverno in cui gli apprendistati si svegliavano
presto, accendevano il focolare che si trovava nella stanza
pi grande del laboratorio e lavavano il pavimento con l'acqua
calda. Ricordammo come la buonanima di un vecchio maestro
senza ispirazioni, tanto prudente da disegnare in un giorno intero
una sola foglia d'albero, ci aveva sgridati per la centesima volta
senza assolutamente picchiarci, dicendo non guardate li, guardate
qui!, e quando, invece di quella foglia, ci aveva di nuovo sorpresi
a guardare le verdi foglie degli alberi primaverili che si vedevano
dalla finestra aperta. Ricordammo il pianto di un apprendista
magrissimo, lo si ud in tutto il laboratorio mentre camminava
verso la porta con il suo fagotto in mano, era stato mandato a casa
perch era diventato strabico a forza di lavorare troppo. Poi ci
venne in mente come era bello perch non era assolutamente colpa
nostra guardare un rosso mortale che colava su una pagina da
un calamaio di bronzo incrinato (era la scena in cui l'esercito ottomano
che occup Eres, dopo aver rischiato di morire di fame
sulla via di Sirvan, sulla sponda del fiume Kinik trova cibo per rifocillarsi);
ci avevano lavorato tre miniaturisti per sei mesi. Parlammo
con finezza e rispetto di quando tutti e tre avevamo fatto l'amore
con la moglie pi bella, una circassa, del pasci settantenne
che, per le sue conquiste, il suo potere e la sua ricchezza, voleva gli
affreschi sul soffitto di casa come nel padiglione di caccia del Nostro
Sultano, e di come, tutti e tre, ce n'eravamo innamorati.
Parlammo con nostalgia anche del piacere che dava la zuppa di lenticchie
che mangiavamo nelle mattine d'inverno davanti alla porta
socchiusa perch il suo vapore non ammorbidisse i fogli. Ma anche
della tristezza di allontanarsi dagli amici e dai maestri del laboratorio
quando si andava in un luogo lontano a fare l'apprendista,
obbligati dal nostro maestro. A un certo punto mi venne in mente
l'immagine pi dolce del mio caro Farfalla, quando aveva sedici
anni. Un giorno d'estate, mentre il sole che entrava dalla finestra
aperta batteva sulle sue braccia nude color miele, lui lucidava il foglio
muovendo velocemente la conchiglia che aveva in mano. E,
facendo distrattamente questo lavoro, ogni tanto si fermava per un
attimo, avvicinava gli occhi a un difetto sul foglio e lo esaminava
con attenzione, ripassava la conchiglia in quel punto con un paio
di movimenti diversi, riprendeva la posizione di prima e guardava
lontano dalla finestra con aria sognante mentre la mano andava su
e gi velocemente. Quello che non avrei mai potuto dimenticare
era il suo modo di guardarmi negli occhi, per un istante, prima di
tornare a guardare fuori dalla finestra, come facevo anch'io con gli
altri. Quello sguardo aveva sempre un unico significato, noto a tutti
gli apprendisti: se non sogni il tempo non passa.
...
Capitolo cinquantottesimo. Di me diranno che sono un assassino.

Mi avete dimenticato, vero? Ormai non ho pi motivo di nascondervi
che esisto. Perch parlare con questa voce che man mano
cresce dentro di me  diventato un bisogno irresistibile. A volte cerco
di controllarmi, ma temo che la tensione palpabile nella voce mi
tradisca. A volte mi lascio andare ed allora mi escono di bocca parole
che rivelano l'altra mia personalit, forse ve ne siete accorti: mi
tremano le mani, mi suda la fronte e capisco subito che questi sono
segni rivelatori. Eppure come sono felice qui! Mentre, seduti insieme
con i miei fratelli miniaturisti ci consoliamo a vicenda e rivanghiamo
venticinque anni di ricordi, non ci vengono in mente le inimicizie,
ma la bellezza e il piacere di disegnare. Nel modo in cui restiamo
seduti, convinti che la fine del mondo sia ormai imminente,
ricordando i bei giorni passati e accarezzandoci a vicenda con le lacrime
agli occhi, c' qualcosa delle donne dell'harem.
Ho preso questa similitudine da Ebu Said di Kirman che, scrivendo
le vicende dei figli di Tamerlano, tramand le storie degli
antichi maestri di Herat e di Shiraz. Centocinquant'anni fa, Cihan
Sci, sovrano del Montone Nero, sconfisse i piccoli eserciti dei
khan e degli sci della stirpe di Tamerlano in guerra tra loro, ne
distrusse i paesi, attravers tutta la Persia con i suoi vittoriosi eserciti
turkmeni per poi giungere in Oriente, e da ultimo, a Esterabad
sconfisse anche Ibrahim, nipote di Sci Ruh figlio di Tamerlano,
infine prese Gurgan e mand i suoi eserciti verso la fortezza
di Herat. Secondo lo storico di Kirman, questo grande colpo
inferto all'invincibile forza della stirpe di Tamerlano che per mezzo
secolo aveva dominato la Persia e met del mondo, dall'India a
Bisanzio, aveva generato un clima di catastrofe e rovina tali che
nella fortezza di Herat assediata nacque una confusione colossale.
Lo storico Ebu Said che, stranamente, amava ricordare ai suoi lettori
che Cihan Sci, sovrano del Montone Nero, nelle fortezze conquistate
uccideva senza piet tutti coloro che appartenevano alla
stirpe di Tamerlano, portava nel suo harem le donne scelte dall'harem
di sci e principi, separava i miniaturisti e, senza piet, ne
affidava un gran numero di loro come apprendisti ai suoi maestri,
a questo punto, dalla storia dello sci e dei suoi soldati che cercavano
di respingere il nemico dai bastioni della fortezza, era passato
alla storia dei miniaturisti che attendevano nel laboratorio, tra
penne e colori, la terribile e gi chiara fine dell'assedio. Aveva
scritto che i famosi e indimenticabili miniaturisti oggi ormai dimenticati,
che nominava uno a uno, non erano riusciti a fare altro
che abbracciarsi e piangere ricordando i bei tempi, proprio come
le donne dell'harem dello sci.
Anche noi, come le tristi donne dell'harem, ricordammo che una
volta il sultano ci mostrava un affetto pi sincero e durante le feste
ci regalava caftani foderati di pelliccia, borse piene di monete, ce li
dava dopo aver accettato le scatole multicolori e decorate, gli specchi
e i piatti, le uova di struzzo dipinte, i lavori di carta ritagliata, i
disegni di una sola pagina, i collage divertenti, le carte da gioco e i libri
che gli offrivamo noi. Dov'erano adesso i laboriosi miniaturisti
anziani che resistevano alle sofferenze e si accontentavano di poco?
Non si chiudevano in casa preoccupati di non mostrare agli altri come
disegnavano e non avevano l'ansia che venissero scoperti i lavori
fatti all'esterno e ogni giorno si presentavano al laboratorio. Dov'erano
gli anziani miniaturisti che, con modestia, avevano dedicato
tutta la vita a disegnare le fini decorazioni dei muri dei palazzi, le
foglie dei cipressi che, se le guardavi a lungo, capivi che erano tutte
diverse l'una dall'altra, e l'erba a sette foglie della steppa, che
riempiva i vuoti della pagina? Dov'erano i modesti maestri che accettavano
che ci fosse una saggezza e una giustizia nel fatto che Allah
ad alcuni concedeva solo talento e abilit, e ad altri pazienza e
rassegnazione, e non erano mai gelosi? Ricordando questi anziani
maestri, alcuni gobbi e sempre sorridenti, altri sognatori e ubriachi,
altri ancora che cercavano di sistemarci con le loro figlie zitelle, parlammo
di episodi dimenticati del laboratorio di quando eravamo apprendisti
e poi dei nostri inizi come maestri.
C'era un tipo lievemente strabico, specializzato in contorni, che
quando tracciava le righe appoggiava la lingua alla guancia - se la
riga andava verso destra la appoggiava alla guancia sinistra, se andava
verso sinistra alla guancia destra. C'era un miniaturista minuto
e sottile che quando faceva traboccare  colore diceva
pazienza, pazienza, pazienza, e rideva da solo. C'era un maestro doratore
che chiacchierava per ore con gli apprendisti di rilegatura del
piano di sotto e affermava che l'inchiostro rosso, se messo sulla
fronte, arrestava il processo di invecchiamento. C'era un maestro
nervoso che quando le unghie gli si riempivano dei colori che vi
stendeva per vederne la densit, fermava un apprendista a caso, anzi,
chiunque gli capitasse, e stendeva il colore sulle unghie di questo.
C'era un miniaturista grasso che si accarezzava la barba con le
pelose zampe di coniglio che si usavano per raccogliere la polvere
d'oro avanzata dalla doratura e ci faceva davvero ridere. Dov'erano?
Dov'erano adesso gli strumenti per lucidare i fogli che diventavano
quasi una parte del corpo degli apprendisti, venivano usati
per anni per poi essere gettati via in un angolo, le lunghe forbici
per tagliare la carta che gli apprendisti rovinavano giocandoci come
fossero spade, le assi da scrittura su cui erano incisi i nomi dei
grandi maestri perch non venissero confusi, il profumo di muschio
dell'inchiostro di china, il ticchettio delle brocche di caff che si
udiva nel silenzio, la nostra gatta soriana che ogni estate figliava e
noi che facevamo pennelli con i peli delle orecchie e della collottola
dei micetti, gli strati e strati di fogli indiani che ci venivano forniti
in abbondanza perch non rimanessimo mai fermi e potessimo
sempre scarabocchiare qualcosa come i calligrafi, il temperino per
cancellare gli errori con il manico d'acciaio che si usava solo con il
permesso del capo miniaturista perch fosse da esempio a tutto il
laboratorio quando si grattavano via gli errori pi evidenti.
Parlammo dell'errore commesso dal Nostro Sultano facendo lavorare
i miniaturisti a casa. Parlammo della squisita helva calda che
arrivava dalla cucina di Palazzo in inverno, quando il buio calava
presto, quando avevamo lavorato fino a farci dolere gli occhi alla
luce di lampade e candele. Ricordammo ridendo fino alle lacrime
l'anziano maestro di doratura rimbambito che aveva il tremore e
non riusciva a prendere in mano carta e penna e che veniva a fare
visita al laboratorio una volta al mese portando il dolce di pasta fritta
che la figlia cuoceva per noi apprendisti. Parlammo delle meravigliose
pagine di Memi il Nero, il predecessore di Maestro Osman,
trovate dopo il suo funerale, quando venne perquisita la sua cella
rimasta vuota per giorni, tra i fogli infilati nella cartella sotto il
materasso che stendeva a terra per fare il pisolino di mezzogiorno.
Ci raccontammo quali erano le pagine di cui andavamo orgogliosi
e che, se fossero state copiate, di tanto in tanto tireremmo
fuori per guardarle, proprio come Maestro Memi il Nero, le elencammo
e ne parlammo. Ricordammo di quando il cielo, nella parte
alta del disegno del Palazzo fatto per l'Hunername, era stato colorato
con acqua d'oro, e tra le cupole, le torri e i cipressi era venuto
fuori un panorama da fine del mondo, non per l'oro ma per
il colore, un colore da disegno elegante.
Raccontarono della strana sensazione e del solletico provati dal
Nostro Profeta mentre, dalla cima del minareto, saliva in cielo sottobraccio
a due angeli; era stato disegnato con colori cos seri che
anche i bambini che vedevano questo sacro panorama in un primo
momento ne avevano veramente paura, e poi ridevano con aria rispettosa
come se anche loro soffrissero il solletico. Raccontai di
come avevo delicatamente e rispettosamente messo in fila le teste
tagliate dal nostro ex Gran Visir mentre domava i ribelli saliti sulle
montagne ed avevo tracciato le sopracciglia corrugate dalla morte
e sui colli tagliati avevo messo il rosso, avevo disegnato le labbra
tristi che si chiedevano il senso dell'esistenza, i nasi che tiravano
un ultimo disperato respiro, gli occhi chiusi alla vita, uno a
uno, minuziosamente e, come farebbe un ritrattista europeo, avevo
disegnato tutti con piacere, non come ordinarie teste di morto,
ma ognuno con un volto diverso, conferendo una misteriosa atmosfera
di mistero. E poi parlammo con nostalgia delle rappresentazioni
di amore e di guerra che amavamo di pi, le meravigliose
bellezze e le raffinatezze che ci facevano venire le lacrime agli occhi,
erano i nostri indimenticabili e irraggiungibili ricordi. Ci passarono
davanti agli occhi giardini deserti e misteriosi dove nelle
notti stellate s'incontrano gli innamorati, alberi primaverili,
uccelli leggendari, il tempo che si ferma... Immaginammo guerre sanguinose,
vicine e spaventose come i nostri incubi, guerrieri fatti a
pezzi, cavalli insanguinati, bellezze che si pugnalano a vicenda,
tristi donne dalla bocca piccola, dalle mani piccole, dagli occhi a mandorla
che osservano quel che accade dalla finestra socchiusa...
Ricordammo i bei ragazzi, orgogliosi e felici, sci e khan avvenenti,
i loro regni e i palazzi demoliti da tempo. Come le donne che piangono
nell'harem di quegli sci, ormai sapevamo di essere passati
dalla vita al ricordo, ma, come loro, saremmo passati dalla storia
alla leggenda? Perch l'ombra della paura di essere dimenticati,
pi terribile della paura della morte, non ci trascinasse nel terrore,
ci chiedemmo quali fossero le rappresentazioni di morte che
pi amavamo.
E subito ricordammo Dehhak che, ingannato da Satana, uccide
suo padre. Ai tempi di quella leggenda, narrata all'inizio del Libro
dei Re, il mondo era stato appena creato, e tutto era cos semplice
che non c'era bisogno di spiegare nulla. Volevi del latte, mungevi
la capra e ne bevevi; volevi un cavallo, ci montavi sopra e te
ne andavi; volevi la cattiveria, arrivava Satana e ti convinceva ad
uccidere tuo padre. L'uccisione da parte di Dehhak di suo padre
Merdas, un nobile arabo, era bella perch senza motivo e perch
aveva avuto luogo a mezzanotte nel giardino di un meraviglioso
palazzo mentre le stelle d'oro illuminavano appena i cipressi e i
multicolori fiori di primavera.
Poi ricordammo come, dopo tre giorni di combattimenti, il leggendario
Rstem aveva ucciso suo figlio Suhrab che comandava
gli eserciti nemici, senza sapere che fosse suo figlio. Nella disperazione
e nel pianto di Rstem che, dopo avergli squassato il petto
a colpi di spada, capisce che Suhrab  suo figlio dalle polsiere
che gli aveva dato la madre molti anni prima, c'era qualcosa che
aveva colpito profondamente tutti noi.
Ma cosa?
Mentre la pioggia ticchettava tristemente sul tetto del convento,
io camminavo su e gi, e all'improvviso dissi:
O sar nostro padre, il nostro Maestro Osman, a tradirci e
farci uccidere, o saremo noi a tradire e far uccidere lui.
Fu il terrore, e non perch ci che avevo detto fosse sbagliato,
ma proprio perch era giusto e tacemmo. Mentre camminavo su e
gi, con l'ansia di mettere tutto a posto, dicevo tra me: adesso racconto
di come Siyavus, uccise Afrasyab, cos cambiamo discorso.
Ma  un tradimento che non mi spaventa. Racconta l'uccisione di
Cosroe. Va bene, ma come la racconta Firdusi nel Libro dei Re, o
come Nizami nel Cosroe e Sirin? La cosa che nel Libro dei Re infonde
tristezza  che Cosroe capisce con le lacrime agli occhi chi  l'assassino
appena entra nella stanza! Come ultimo rimedio, manda il
ragazzo che ha accanto a prendere dell'acqua, un abito pulito, una
spugna, il suo tappeto, dicendo che vuole pregare, e il ragazzo ingenuo
non capisce che il suo signore lo manda a chiamare aiuto e
va veramente a prendere ci che gli  stato chiesto. Una volta rimasto
solo nella stanza, l'assassino per prima cosa chiude a chiave
la porta. In questa rappresentazione, che si trova alla fine del Libro
dei Re, Firdusi descrive schifato l'assassino trovato dagli organizzatori
del complotto: un tipo puzzolente, peloso e con la pancia.
Continuando a camminare su e gi avevo la testa piena di parole
ma, come in un sogno, non mi usciva la voce.
Come in un sogno, sentii che gli altri bisbigliavano tra loro e
parlavano male di me.
All'improvviso, mi saltarono addosso tutti e tre. Mentre venivano
verso di me, mi fecero perdere l'equilibrio in maniera cos
violenta che, tutti e quattro, rotolammo a terra. Ci spingemmo,
lottammo sul pavimento, ma non dur molto. Io rimasi sotto,
sdraiato di schiena, e loro mi montarono sopra.
Uno si sedette sulle mie ginocchia. L'altro sul mio braccio destro.
Nero appoggi le ginocchia all'attaccatura delle mie braccia e,
sistemando con forza il suo didietro tra il mio petto e il mio stomaco,
si sedette sopra di me. In questa situazione non riuscivo assolutamente
a muovermi. Tutti meravigliati, riprendemmo fiato.
Ricordai questo: la buonanima di mio zio aveva un figlio schifoso,
era pi grande di me di due anni, spero che sia stato catturato
mentre assaliva una carovana e gli abbiano tagliato la testa.
Quest'invidioso, sentendo che ne sapevo pi di lui, ero pi intelligente
e raffinato di lui, trovava sempre una scusa per provocare dei
litigi, e se non li provocava, proponeva di fare la lotta, mi metteva
subito sotto, con le ginocchia sulle spalle e mi guardava negli
occhi proprio come faceva adesso Nero; poi faceva dondolare tra
le labbra uno sputo e, mentre lo sputo man mano aumentava di
volume e scendeva lento verso i miei occhi, io, schifato, pensavo
che prima o poi sarebbe caduto, cercavo di muovere la testa a destra
e a sinistra, e lui si divertiva molto.
Nero mi disse di non nascondergli nulla. Dov' l'ultimo disegno?
Confessa!
Provavo una tristezza e una rabbia soffocanti per due motivi: perch
non mi ero accorto che si erano messi d'accordo tra loro e avevo
parlato inutilmente; perch non avevo immaginato che la gelosia potesse
arrivare fino a questo punto e non ero scappato prima.
Nero disse che se non avessi tirato fuori l'ultimo disegno mi
avrebbero tagliato la gola.
Una cosa ridicola. Avevo serrato le labbra, come se, aprendo
la bocca, potesse uscire la verit. D'altra parte pensavo che non ci
fosse nulla da fare. Se si fossero messi d'accordo e avessero detto
al Tesoriere che l'assassino ero io, avrebbero risolto il problema.
La mia unica speranza era che Maestro Osman indicasse un altro,
tirasse fuori altri indizi, ma era vero ci che diceva Nero su di lui?
Potevano uccidermi qui, e poi consegnarmi?
Mi appoggiarono il pugnale alla gola. Vidi subito che Nero provava
un piacere che non riusciva a nascondere. Mi diedero uno
schiaffo in faccia. La lama tagliava? Mi diedero un altro schiaffo.
Riuscii comunque a ragionare. Se non dico nulla, non succede
nulla! Questo mi diede forza. Ormai non nascondevano la gelosia
che provavano nei miei confronti fin da quando erano apprendisti,
erano gelosi di me che per tutta la vita avevo palesemente colorato
meglio di chiunque altro, avevo tracciato le righe pi belle,
avevo fatto le miniature migliori. Li amavo perch erano cos gelosi
di me. Sorrisi ai miei cari fratelli.
Uno di loro - non voglio che sappiate chi ha fatto questa cosa
vergognosa - mi baci focosamente come se baciasse la sua amata
di cui sentiva la mancanza da tempo. Gli altri ci guardavano alla luce
della lampada che avevano avvicinato. Risposi al bacio del mio
caro fratello. Se arriviamo alla fine di tutto, sappiate che sono io che
faccio le miniature migliori. Trovate le mie pagine e guardatele.
Come se aver risposto al suo bacio l'avesse fatto davvero arrabbiare,
cominci a picchiarmi con rabbia. Ma gli altri lo trattennero.
Ebbero un attimo di indecisione. Il fatto che si fossero spintonati
fece arrabbiare Nero. Sembrava che non provassero rabbia
nei miei confronti, ma nei confronti della direzione in cui andava
la loro vita, e che volessero vendicarsi di tutto il mondo e di tutti.
Nero tir fuori un oggetto dalla sua cintura, un lungo ago dalla
punta molto acuminata. All'improvviso lo avvicin al mio occhio
e fece il gesto di infilarmelo dentro.
Il grande Behzat, il Maestro dei maestri, ottant'anni fa,
mentre Herat cadeva, cap che tutto era finito e, perch nessuno lo costringesse
a disegnare in un altro modo, si accec con onore, - disse.
- Dopo essersi lentamente infilato e sfilato dagli occhi questo
spillone da turbante, il magnifico buio di Allah lentamente scese
sulla sua cara creatura, sul miniaturista dalle mani miracolose.
Questo spillone pass da Herat a Tabriz insieme a Behzat ormai cieco
e ubriaco, per poi venire mandato in dono da Sci Tahmasp al padre
del Nostro Sultano, insieme a quel leggendario Libro dei Re. In
un primo momento, Maestro Osman non ha capito perch questo
spillone fosse stato inviato in dono. Ma oggi ha capito anche il malaugurio
e la logica ragionevole nascosti dietro questo crudele regalo.
Il Maestro Osman, dopo aver visto che ormai anche il Nostro
Sultano vuole un ritratto dipinto con il metodo dei maestri europei
e che anche voi che amava pi dei suoi figli lo tradivate,
stanotte, nella stanza del Tesoro, si  infilato questo spillone negli occhi,
proprio come Behzat. Adesso, se io acceco te, il vile che ha trascinato
alla rovina il suo laboratorio, cosa potrebbe accadere?
Che tu mi accechi o meno, alla fine per noi non ci sar comunque
pi posto, - dissi. - Se Maestro Osman diventa veramente
cieco, o se muore, e noi, sotto l'influenza europea, cominciamo a
disegnare come ci viene da dentro, con tutti i nostri difetti e con
tutta la nostra personalit e uno stile, somiglieremo a noi stessi,
ma non saremo noi stessi. Se invece resistiamo, continuiamo a disegnare
come gli antichi maestri, e solo disegnando come loro possiamo
essere noi stessi, il Nostro Sultano, che ha voltato le spalle
anche a Maestro Osman, trover qualcuno che ci sostituisca.
Nessuno ci guarder pi, la gente avr solo pena di noi. L'assalto al
caff aggiunger altro pepe alla situazione, perch met di tutta
questa storia verr certamente attribuita a noi miniaturisti che abbiamo
sparlato di Effendi il Predicatore.
Anche se avevo cercato di spiegare in vari modi che litigare tra
noi non sarebbe servito a nulla, fu tutto inutile. Non sembravano
avere affatto intenzione di ascoltarmi. Erano agitati, volevano risolvere
la faccenda in fretta, decidere prima dell'alba chi era il colpevole,
senza badare se fosse giusto o meno, credevano che non
sarebbero stati torturati e che le cose nel laboratorio sarebbero
continuate per anni come prima.
E comunque, quel che Nero minacciava di fare, non piaceva
agli altri due. Se saltava fuori che il colpevole era un altro e il Nostro
Sultano veniva a sapere che mi avevano accecato inutilmente?
Li spaventava anche l'intimit di Nero con Maestro Osman e
il fatto che ne parlasse in modo insolente. Cercarono di allontanare
lo spillone che Nero continuava a tenere pericolosamente davanti
ai miei occhi con rabbia furiosa.
Nero si agit come se gli avessero tolto di mano lo spillone e
noi ci fossimo messi d'accordo. Si spintonarono. Per sfuggire allo
spillone, potevo solo alzare il mento e buttare indietro la testa.
Poi tutto accadde velocemente, inizialmente non capii neanche
cosa fosse successo. Provai un dolore acuto ma limitato all'occhio
destro, per un attimo mi si intorpid la fronte. Poi tutto torn come
prima, ma il terrore si era gi impadronito di me. La lampada
si era allontanata, ma vidi comunque l'altro infilarmi con decisione
lo spillone, questa volta, nell'occhio sinistro. Aveva appena strappato
lo spillone dalla mano di Nero, ed era pi attento e minuzioso
di lui. Quando capii che lo spillone era entrato all'improvviso,
non mi mossi assolutamente, sentii lo stesso bruciore. L'intorpidimento
che avevo sulla fronte sembrava si fosse diffuso a tutta la testa,
ma quando usc lo spillone fin. Adesso guardavano i miei occhi
e poi la punta dello spillone. Come se non fossero sicuri di quanto
era accaduto. Quando la terribile cosa che mi era capitata fu ben
chiara, smisero di spingere, e il peso sulle mie braccia si allegger.
Cominciai a urlare come se ululassi. Non per il dolore ma per
il terrore di quel che mi era accaduto.
Non so per quanto urlai. Il mio urlo all'inizio non tranquillizzava
solo me, ma anche gli altri. La mia voce ci avvicinava.
Quando il mio urlo si prolung, li vidi agitarsi. Non provavo
dolore. Ma non riuscivo a togliermi dalla testa che mi avevano infilato
lo spillone negli occhi.
Eppure non ero ancora diventato cieco. Grazie a Dio riuscivo
a vedere che mi osservavano tristi e terrorizzati e le loro ombre si
muovevano indecise sul soffitto del convento. Questo mi rallegr,
ma nello stesso tempo mi spavent profondamente. Lasciatemi,
- gridai. - Lasciatemi vedere ancora, vi prego.
Raccontaci subito di come vi siete incontrati con Raffinato
Effendi quella sera e ti lasciamo, disse Nero.
Tornavo a casa dal caff, ho incontrato il povero Raffinato
Effendi. Era agitato, in uno stato pietoso. In un primo momento
mi ha fatto pena. Ma adesso lasciatemi, poi vi racconto. Mi si annebbia
la vista.
Non pu annebbiarsi subito, - disse Nero senza alcuna delicatezza.
- Maestro Osman ha individuato il cavallo dal naso tagliato
con gli occhi bucati, credimi.
Il povero Raffinato Effendi disse che mi voleva parlare e che
si fidava solo di me.
Adesso non provavo pena nei suoi confronti, ma nei miei.
Se ce lo racconti prima che il sangue si blocchi, al mattino potrai
contemplare il mondo per l'ultima volta a saziet, - disse Nero.
- Guarda, la pioggia si sta calmando.
Gli proposi di ritornare al laboratorio, ma capii subito che
quel posto non gli piaceva, anzi, che ne aveva paura. Mi accorsi
cos, per la prima volta, che Raffinato Effendi si era staccato e allontanato
molto da noi miniaturisti, dopo aver disegnato insieme
per venticinque anni, da quando eravamo apprendisti. Negli ultimi
otto, nove anni, da quando si era sposato, lo vedevo al laboratorio
ma non sapevo neanche cosa facesse... Mi disse che aveva
visto l'ultimo disegno. Era stato commesso un grande peccato.
Nessuno di noi avrebbe mai potuto farlo dimenticare. Secondo lui,
saremo tutti bruciati all'Inferno. Era agitato, molto spaventato,
provava la rovinosa sensazione di chi commette un peccato grave
senza rendersene conto.
Cos' questo peccato grave?
Quando glielo chiesi spalanc gli occhi come per dire, ma non
lo sai? Pensai che il nostro vecchio amico era davvero invecchiato.
Disse che il povero Zio Effendi nel suo ultimo disegno aveva usato
il metodo della prospettiva in maniera avventata. Pare che in
questo disegno le cose non fossero state disegnate secondo l'importanza
che hanno nella mente di Allah, ma come apparivano ai
nostri occhi. Ed era un grave peccato. E disegnare il Nostro Sultano,
il Califfo dell'Islam della stessa grandezza di un cane, era il
secondo peccato. Il terzo peccato era disegnare Satana della stessa
grandezza e per di pi renderlo simpatico. La pi grande bestemmia,
una volta utilizzato questo modo europeo di vedere le cose,
era stata fare un enorme disegno del Nostro Sultano e disegnarne
il viso con tutti i dettagli. Come fanno gli idolatri... Oppure come
i "ritratti" dei cristiani, che non sono riusciti a liberarsi dalle loro
abitudini idolatre, eseguiti sui muri delle chiese per poi prosternarcisi
davanti. Raffinato Effendi conosceva molto bene questa parola,
l'aveva imparata da Zio Effendi, e aveva giustamente creduto
che il ritratto fosse il peccato pi grande e che con il ritratto la
pittura musulmana sarebbe finita. Mi raccont queste cose mentre
camminavamo per le strade perch non eravamo andati nel caff
dato che - diceva - li si sparlava del nostro Predicatore Effendi e
della nostra religione. Di tanto in tanto si fermava e, come per chiedere
aiuto, mi domandava: tutto questo  vero, non c' soluzione,
bruceremo all'Inferno? Si disperava, aveva crisi di pentimento, e
all'improvviso decisi di non credergli assolutamente. Era un imbroglione
che faceva finta di disperarsi.
Come l'hai capito?
Conosciamo Raffinato Effendi da quando eravamo bambini.
 molto tranquillo, ma  silenzioso, sfuggente ed incolore. Come le
sue dorature. Mi sembrava di avere davanti una persona pi stupida,
pi ingenua e fiduciosa di lui, ed era troppo superficiale.
Anche lui frequentava i seguaci del predicatore di Erzurum,
disse Nero.
Nessun musulmano si dispera cos tanto per aver commesso
un peccato senza rendersene conto, - dissi. - Un buon musulmano
sa che Allah  giusto e ragionevole e prende in considerazione
l'intenzione della sua creatura. Solo gli ignoranti con il cervello da
gallina pensano di andare all'Inferno per aver mangiato carne di
maiale senza rendersene conto. Un vero musulmano sa che la paura
dell'Inferno non serve a spaventare se stesso ma gli altri. Ecco,
era questo che Raffinato Effendi stava facendo, voleva spaventarmi.
Era stato tuo zio a insegnarglielo, fu allora che lo capii.
Adesso, cari fratelli miniaturisti, ditemi onestamente, i miei occhi
sono gi congestionati, l'iride sta perdendo colore?
Portarono le lampade e me le appoggiarono sul viso, mi guardarono
negli occhi con l'attenzione e l'affetto di un medico.
Come se non fosse accaduto nulla.
L'ultima cosa che avrei visto al mondo sarebbero stati questi
tre che mi fissavano negli occhi? Capivo che fino alla fine dei miei
giorni non avrei mai dimenticato quei momenti e malgrado me ne
pentissi raccontavo, perch avevo ancora qualche speranza:
Tuo zio fece sapere a Raffinato Effendi che stava facendo una
cosa proibita. Coprendo l'ultimo disegno, mostrandone un angolo
e facendo fare un disegno a ognuno di noi e nascondendoci il
resto... Dando al disegno un'aura di mistero e di segreto, ha diffuso
la paura del peccato.  stato lui il primo, e non i seguaci del
predicatore che in vita loro non avevano mai visto libri miniati,
ad avere le ansie e l'agitazione del peccato, ed  stato lui a trasmetterle
anche a noi. Di cosa pu mai avere paura il miniaturista
con la coscienza pulita?
Ormai il miniaturista con la coscienza pulita ha molte cose di
cui avere paura, - disse Nero con aria saccente. - S, nessuno dice
nulla della miniatura, ma secondo la nostra religione il disegno 
proibito. I disegni dei maestri persiani, le meraviglie dei pi grandi
maestri di Herat, in fin dei conti, vengono visti come una parte degli
ornamenti dei bordi, nessuno potrebbe dire qualcosa su di essi
perch mettono in evidenza la bellezza della scrittura, le meraviglie
del calligrafo. E poi quante persone vedono la nostra miniatura?
Ma, avvalendosi dei metodi dei maestri europei, la miniatura che
facciamo non  pi miniatura ma comincia a diventare palesemente
disegno. Ecco,  questo che proibisce il Corano e non piace assolutamente
al Nostro Profeta. Il Nostro Sultano e mio zio lo sapevano
molto bene. Mio zio  stato ucciso per questo motivo.
Tuo zio  stato ucciso perch aveva paura, - dissi. - Proprio
come te, aveva cominciato ad affermare che la miniatura che faceva
non era contro la religione, contro il libro... Proprio quello
che cercano i seguaci del predicatore di Erzurum, che si farebbero
a pezzi pur di trovare qualcosa contro la religione. Raffinato
Effendi e tuo zio erano proprio fatti l'uno per l'altro.
E li hai uccisi tutti e due, vero?, disse Nero.
Per un attimo pensai che mi avrebbe picchiato e in quel momento
capii che anche il nuovo marito della bella Sekre non era affatto
addolorato per la morte di suo zio. Non mi avrebbe picchiato ma,
anche se l'avesse fatto, ormai non me ne importava pi nulla.
In realt, oltre a far preparare un libro influenzato dai miniaturisti
europei come voleva il Nostro Sultano, tuo zio voleva
anche far preparare un libro che fosse una sfida a tutti e contenesse
il timore del peccato, per poi vantarsene orgogliosamente.
Aveva adorato in modo servile i disegni dei maestri europei che
aveva visto nei suoi viaggi e aveva creduto veramente alle cose
che aveva raccontato a tutti noi per giorni e giorni, senz'altro ha
raccontato anche a te quelle sciocchezze sulla prospettiva e sul ritratto.
Secondo me, nel libro che facevamo non c'era nulla di dannoso
n di contrario alla religione... E lui, dato che lo sapeva, si
dava delle arie come se stesse facendo preparare qualcosa di pericoloso,
e questo gli piaceva molto... Fare una cosa pericolosa con
il permesso speciale del sultano per lui era importante quanto adorare
i disegni dei maestri europei. Se facessimo dei disegni da appendere
ai muri, s, quello sarebbe peccare. Ma in nessun disegno
per quel libro ho intuito qualcosa contro la religione, qualcosa di
miscredente, di empio, neanche il vago timore di qualcosa di proibito.
Voi lo avete intuito?
I miei occhi avevano appena perso forza ma, grazie al cielo, riuscivo
a vedere tanto da capire che la mia domanda li aveva lasciati
perplessi.
Non riuscite a decidere, vero? - chiesi con piacere. - Anche
se, in segreto, pensate che nei disegni che abbiamo fatto ci sia una
vaga idea di peccato, un'ombra di empiet, non lo potreste mai
ammettere apertamente. Perch sarebbe come dare ragione ai vostri
nemici, ai seguaci del predicatore di Erzurum, ai bigotti che
vi accusano. D'altra parte non potete neanche dire, con convinzione,
di essere innocenti come bambini, perch significherebbe
rinunciare all'abbagliante orgoglio che fa fare qualcosa di segreto,
misterioso, proibito, rinunciare alla possibilit di vantarvi un po'.
Sapete come ho capito che anch'io mi davo delle arie? Portando
a mezzanotte il povero Raffinato Effendi in questo convento!
Pensavo di averlo portato qui perch ci eravamo congelati camminando
per le strade. In realt mi piaceva che vedesse che ero un avanzo
dell'ordine dei kalenderi, un miscredente, peggio ancora, uno
pseudo-kalenderi. Pensavo che il povero Raffinato Effendi,
vedendo che ero l'ultimo superstite di una setta di pervertiti, di pederasti,
oppiomani e vagabondi, e che commettevo ogni indecenza,
avrebbe avuto ancora pi paura di me, avrebbe avuto pi rispetto
e, forse, avrebbe chiuso il becco per la paura. Invece accadde
il contrario. Oltre al fatto che questo posto non gli piacque, il nostro
amico d'infanzia dal cervello da gallina, decise immediatamente
che le accuse di empiet di cui aveva saputo da tuo zio erano
fondate. Cos, il nostro caro amico dei tempi dell'apprendistato
che prima diceva, aiutami, convincimi che non andremo
all'Inferno in modo che stanotte dorma tranquillo, con aria minacciosa,
cominci a dirmi, pu finire male. Diceva che nell'ultimo
disegno lo Zio si era allontanato molto dagli ordini del
Nostro Sultano, che questi non l'avrebbe perdonato, che i pettegolezzi
sarebbero arrivati all'orecchio del predicatore di Erzurum.
Era diventato quasi impossibile fargli credere che tutto andava per
il meglio. Capii che avrebbe raccontato le sciocchezze di Zio Effendi
a tutti quei suoi amici dal cervello da gallina che si erano appassionati
al predicatore di Erzurum, che avrebbe ingigantito le
cose dicendo che si bestemmiava contro la religione, che Satana
veniva mostrato simpatico e loro ci avrebbero creduto. Sapete come
sono gelosi gli artisti, come tutti gli artigiani. Adesso avrebbero
detto tutti insieme e con piacere: i miniaturisti peccano di
empiet. E poi, grazie alla collaborazione di Raffinato Effendi e
Zio Effendi, questa calunnia si sarebbe rivelata vera. Dico calunnia,
perch non credevo assolutamente a ci che diceva mio fratello
Raffinato sul libro e sull'ultimo disegno. Gi allora non permettevo
a nessuno, mai, di parlare male di tuo zio. E poi trovavo
molto giusto che la simpatia del Nostro Sultano, da Maestro
Osman, si fosse rivolta a lui, e anch'io credevo ai suoi lunghi racconti
sui maestri europei e sui loro disegni, anche se non quanto
lui. Pensavo sinceramente che noi miniaturisti ottomani potessimo
tranquillamente prendere qualcosa dai metodi europei, come
desideravamo e come vedevamo durante i viaggi, senza avere nulla
a che fare con Satana, e che questi disegni non ci avrebbero
assolutamente creato problemi. La vita era facile e, dopo Maestro
Osman, la buonanima di tuo zio, per me, era un nuovo padre in
questa nuova vita.
Non tornare su quel punto, - mi ordin Nero. - Prima racconta
come hai ucciso Raffinato.
Questa faccenda, - dissi capendo di non riuscire a usare la parola
uccidere, - l'ho organizzata non solo per noi, per salvare noi
stessi, ma per la salvezza di tutto il laboratorio. Raffinato Effendi
aveva capito di avere in mano un'arma di ricatto. Pregai e supplicai
il Sommo Allah che mi facesse vedere quanto era meschino questo
vile. Allah accett le mie preghiere e mi mostr l'infamia dell'infame:
gli proposi dei soldi. Mi vennero in mente queste monete
d'oro, ma, ispirato da Allah, inventai una bugia. Gli dissi che
non erano qui nel convento, ma nascoste in un altro luogo. Uscimmo.
Camminammo senza meta per le strade vuote, nei quartieri remoti
senza assolutamente sapere dove andare. Non avevo idea di
cosa fare, ero molto spaventato. Alla fine della nostra camminata
senza meta e senza direzione, quando passammo di nuovo per una
strada dove eravamo gi passati, il nostro fratello doratore Raffinato
Effendi che aveva dedicato tutta la vita alla ripetizione ed
all'aspetto esteriore, s'insospett. Ma intanto Allah ci aveva fatto trovare
in mezzo alle rovine e subito accanto a un pozzo cieco.
A questo punto capii che non sarei riuscito a raccontare il resto
e lo dissi. Anche voi, se foste stati al mio posto, avreste pensato
alla salvezza di tutti gli altri vostri fratelli miniaturisti e avreste
fatto la stessa cosa, esclamai con coraggio.
Quando sentii che mi davano ragione, mi venne voglia di piangere.
Stavo per dire che avevo voglia di piangere perch quell'affetto
che non meritavo mi aveva intenerito, ma non era cos. Stavo
per dire che era perch avevo sentito di nuovo il tonfo del suo corpo
sbattere sul fondo del pozzo dove lo avevo gettato, ma non era
cos. Com'ero felice prima di diventare un assassino, stavo per dire,
ma non era cos. Mi pass davanti agli occhi un cieco che passava
per il nostro povero quartiere quando ero bambino. Dai suoi abiti
sporchi tirava fuori un boccale di rame ancora pi sporco e diceva
a noi bambini che lo guardavamo da lontano accanto alla fontana
del quartiere: figlioli, chi di voi riempir d'acqua il boccale per questo
vecchio cieco? Se nessuno lo faceva, diceva: fareste un'opera
buona, figlioli, un'opera buona! Il colore delle pupille e dell'iride
era sbiadito e scomparso, avevano lo stesso colore della cornea.
Con l'angoscia di somigliare a quel vecchio cieco, raccontai anche
di come avevo ucciso Zio Effendi, lo feci in fretta e senza godermi
affatto il racconto. Non dissi n troppe verit n troppe bugie.
Una volta trovata una via di mezzo che non mi stringesse tanto
il cuore, mi resi conto che avevano capito che non ero andato l per
uccidere Zio Effendi. Oltre a capire che non l'avevo ucciso in maniera
premeditata, capirono anche che, dicendo che se non c' l'intenzione
non si va all'Inferno, stavo cercando scuse e pretesti.
Dopo aver consegnato Raffinato Effendi agli angeli di Allah, - dissi con
aria pensierosa, - le parole che pronunci nei suoi ultimi attimi divennero
un tarlo e cominciarono a rodermi. Essermi sporcato le mani
di sangue per l'ultimo disegno aveva reso quel disegno pi affascinante
ai miei occhi. Andai da tuo zio che non chiamava pi nessuno
a casa sua per il libro, perch mi facesse vedere l'ultimo disegno.
Non me lo mostr, si comport con me come se tutto andasse a gonfie
vele. Non c'era nulla per cui valesse la pena uccidere qualcuno,
neanche un disegno! Gli confessai di avere ucciso Raffinato Effendi
e di averlo gettato nel pozzo perch non mi disprezzasse e mi prendesse
sul serio. Mi prese sul serio, ma continu a disprezzarmi. Non
esiste un padre che disprezza il figlio. Il grande Maestro Osman si
arrabbiava molto con noi, ci picchiava molto, ma non ci ha mai disprezzati.
Fratelli, abbiamo sbagliato a tradirlo.
Sorrisi ai miei fratelli che mi guardavano attentamente negli occhi
come se ascoltassero le mie ultime parole sul letto di morte.
Provai la stessa sensazione di un fratello che sta per morire, anch'io li
vedevo allontanarsi da me, si facevano man mano pi opachi.
Ho ucciso tuo zio per due motivi. Perch aveva costretto il
grande Maestro Osman a imitare come una scimmia il miniaturista
europeo Sebastiano. E poi perch, per debolezza, volevo sapere
se avevo uno stile.
Cosa ti ha detto?
Ha detto che ce l'ho. Ma per lui questo non era un insulto,
ma certamente una lode. Ricordo che, d'un tratto, vergognandomi,
mi chiesi se fosse una lode anche per me. Da una parte vedo
lo stile come una sorta di degenerazione, di disonest, dall'altra
un tarlo mi rode. Non voglio avere uno stile, ma Satana mi provoca
e ne sono curioso.
Tutti, segretamente, vorrebbero avere uno stile, - disse Nero
con aria saccente. - Tutti vorrebbero anche un ritratto, come
lo ha voluto il Nostro Sultano.
 una malattia a cui non si pu resistere? - domandai. - Man
mano che questa malattia si diffonder, nessuno di noi potr resistere
ai metodi dei maestri europei.
Ma non mi ascoltavano. Nero raccontava la storia dell'infelice
signore turkmeno che and in esilio per dodici anni in Cina dopo
aver dichiarato il suo amore alla figlia dello sci. Non avendo un
ritratto della sua amata, che sogn per dodici anni, dimenticava il
suo viso tra le belle cinesi e la pena d'amore si trasformava in un
tormento profondo voluto da Allah. Sapevamo tutti che la storia
che raccontava era la sua.
Grazie a tuo zio ormai tutti abbiamo imparato la parola ritratto,
- dissi. - Speriamo, un giorno, di imparare anche a raccontare
la nostra vita come la nostra vita, senza aver paura.
Le storie appartengono a tutti, - disse Nero. - Non a uno solo.
E tutta la miniatura  la miniatura di Allah, - conclusi completando
i versi di Hatifi, il poeta di Herat. - Ma se si diffondono
i metodi dei maestri europei, tutti crederanno che raccontare
la storia degli altri come la propria sia segno di bravura.
E quello che vuole Satana  proprio questo.
Lasciatemi, basta, - urlai con tutte le mie forze. - Lasciate
che contempli il mondo per l'ultima volta.
Quando li vidi molto spaventati, tornai a essere pi fiducioso.
Nero si riprese: Tirerai fuori l'ultimo disegno?
Guardai Nero in modo da fargli capire che l'avrei tirato fuori,
mi lasci. Il cuore cominci a battermi forte.
Senz'altro avrete gi capito chi sono, cosa che, forse, cercavo
di nascondere. In ogni caso, non meravigliatevi del fatto che mi
comporti come gli antichi maestri di Herat. Loro non nascondevano
la loro firma perch non si sapesse chi erano, ma per il rispetto
che provavano per i maestri e per le regole. Camminai agitato
tra le stanze completamente buie del convento con la lampada
in mano, facendo strada alla mia pallida ombra. Sui miei occhi
aveva cominciato a calare il sipario del buio, o erano queste stanze,
queste anticamere a essere cos buie? Quanto tempo, quanti
giorni, quante settimane mi mancavano prima di diventare cieco?
La mia ombra e io ci fermammo tra i fantasmi della cucina,
nell'angolo pulito dell'armadio impolverato prendemmo i fogli e tornammo
velocemente indietro. Nero, per prudenza, mi aveva seguito,
ma non aveva preso il pugnale con s. Prima di diventare
cieco, avrei forse voluto prendere il pugnale ed accecare anche lui?
Sono contento di vederlo un'ultima volta prima di diventare
cieco, - affermai orgoglioso. - Voglio che lo vediate anche voi.
Guardatelo.
Cos, alla luce della lampada, mostrai quel disegno preso a casa
di Zio Effendi il giorno che lo uccisi. Dapprima li osservai mentre
guardavano curiosi e spaventati il grande disegno di due pagine.
Quando mi girai per guardarlo con loro, tremavo leggermente.
Perch mi era entrato negli occhi lo spillone da turbante, o forse
perch mi era venuta la febbre da estasi.
I disegni di albero, cavallo, Satana, morte, cane, donna, che avevamo
fatto tutti noi nell'ultimo anno, erano sistemati, grandi e piccoli,
nei vari angoli di queste due pagine secondo il nuovo metodo
che Zio Effendi aveva applicato senza alcuna esperienza in modo che
le dorature e le cornici di Raffinato Effendi buonanima non ci facessero
pi pensare di guardare la pagina di un libro ma tutto il
mondo, come alla finestra. Al centro di quel mondo, nel posto dove
avrebbe dovuto esserci il ritratto del Nostro Sultano, c'era il mio
ritratto, e per un attimo lo contemplai orgoglioso; mi dispiaceva un
po' averlo fatto cos poco somigliante, dopo aver lavorato male,
giorni e giorni, cancellandolo e rifacendolo, guardando lo specchio;
ma sentivo anche un entusiasmo incontrollabile, e non solo perch
il disegno, la pagina, mi aveva messo al centro di un mondo, ma mi
rendeva pi profondo, complicato e misterioso di quello che ero,
per un qualche diabolico motivo che non riuscivo a spiegarmi. Volevo
che i miei fratelli miniaturisti vedessero e capissero questo mio
entusiasmo e lo condividessero con me. Ero al centro di tutto come
un sultano od un re, ma ero anche me stesso. Questa situazione
mi riempiva d'orgoglio e allo stesso tempo di vergogna. Dato che
questi due sentimenti, in reciproco equilibrio, mi tranquillizzavano,
riuscivo a provare un piacere stupefacente per la mia posizione
in questo disegno. Ma perch questo piacere fosse completo, tutte
le rughe sul mio viso, tutte le pieghe del mio abito, le ombre, i foruncoli
e le pustole, tutto, a cominciare dalla barba fino al tessuto
dell'abito avrebbe dovuto essere perfetto e completo, insieme ai colori,
ai dettagli e all'abilit dei pittori europei.
Sui volti dei miei vecchi amici che guardavano il disegno,
invece, vedevo una sorta di paura e meraviglia, oltre a quel sentimento
che ci rodeva tutti, la gelosia. Insieme allo schifo e alla rabbia
che avrebbero provato nei confronti di chi era sprofondato nel
peccato, lo invidiavano con spavento.
Di notte, qui, guardando questo disegno alla luce della lampada,
ho capito per la prima volta che Allah mi aveva abbandonato,
e che nella mia solitudine solo Satana mi avrebbe mostrato amicizia,
- dissi. - Se fossi stato veramente al centro del mondo - ogni
volta che guardavo il disegno lo volevo davvero - mi sarei sentito
ancora pi solo, malgrado tutte queste cose che amo attorno a me,
la donna che somiglia alla bella Sekre e gli amici dervisci, la bellezza
del rosso che domina il disegno. Non ho paura di avere una
personalit e una particolarit, non temo che gli altri mi si prosternino
davanti, anzi, lo voglio.
Allora non sei pentito? - domand Cicogna con l'aria di chi
 appena uscito dalla preghiera del venerd.
Mi sento come Satana, e non perch ho ucciso due persone,
ma per il mio ritratto. Penso di aver ucciso quei due per poter fare
questo disegno. Ma la solitudine della mia nuova situazione mi
spaventa. Imitare i miniaturisti europei senza raggiungere la loro
abilit rende il miniaturista ancora pi schiavo. Voglio sfuggire a
questa situazione. In realt anche voi avete capito che ho ucciso quei
due perch tutto continuasse come prima nel laboratorio, l'ha capito
senz'altro anche Allah.
Ma questo creer a tutti problemi pi grandi, disse il mio caro
Farfalla.
Improvvisamente afferrai il polso dello stupido Nero che continuava
a guardare il disegno, lo strinsi con tutta la mia forza, piantandoci
le unghie con rabbia e glielo piegai. Il pugnale gli cadde di
mano. Lo raccolsi subito da terra.
Ormai non riuscirete a liberarvi dei vostri problemi neanche
consegnandomi al boia, dissi. Avvicinai la punta acuminata del
pugnale come se volessi infilarla negli occhi di Nero. Dammi lo
spillone da turbante.
Lo tir fuori e me lo diede, lo infilai nella cintura. Cominciai
a fissare i suoi occhi che guardavano ubbidienti.
Mi fa pena la bella Sekre che alla fine non ha trovato una soluzione
migliore che sposare te, - dissi. - Se non fossi stato costretto
a uccidere Raffinato Effendi per salvarvi dalle disgrazie, si
sarebbe sposata con me e sarebbe stata anche felice. Sono io quello
che ha capito meglio le storie e le capacit dei maestri europei
che suo padre ha raccontato a tutti noi. Perci ascoltatemi bene.
Qui non c' pi posto per i miniaturisti che vogliono vivere con il
loro talento e la loro onest, ormai  chiaro. Se proviamo a imitare
i maestri europei come volevano la buonanima di Zio Effendi
e il sultano, se non lo faranno quelli come Raffinato Effendi e i seguaci
del predicatore di Erzurum, la legittima paura che abbiamo
dentro ci tratterr e non riusciremo ad andare fino in fondo. E se
tentiamo di avere uno stile ed una personalit di tipo europeo e diamo
retta a Satana, andando fino in fondo, tradendo il passato, non
ci riusciremo mai, allo stesso modo in cui, nonostante il mio talento
e le mie conoscenze, io non sono riuscito a fare il mio ritratto.
Perch il disegno che ho fatto  primitivo, non mi somiglia, ho imparato
ancora una volta che per acquisire le capacit dei maestri
europei ci vogliono secoli... era una cosa che sapevamo gi tutti,
ma non ci avevamo riflettuto con la dovuta attenzione. Se il libro
di Zio Effendi fosse stato finito e mandato in dono, i maestri veneziani
ci avrebbero riso in faccia, e il loro riso sarebbe passato al
Doge veneziano e basta. Avrebbero detto, l'ottomano rinuncia a
essere ottomano, e non avrebbero pi avuto paura di noi. Come
sarebbe stato bello se avessimo seguito la strada degli antichi maestri!
Ma nessuno lo vuole, n il Nostro Sultano, n Nero Effendi
che  triste perch non ha il ritratto della sua cara Sekre. Allora
sedetevi qui e imitate per secoli i metodi europei! Firmate con alterigia
i vostri disegni di imitazione. Gli antichi maestri di Herat,
quando cercavano di disegnare il mondo come lo vede Allah, per
non mostrare di avere una personalit, non mettevano la firma.
Invece voi firmerete per non far credere di non avere una personalit.
Ma c' un'altra via d'uscita, forse hanno suonato anche alla
vostra porta, uno a uno: il sultano indiano Akbar raccoglie intorno
a s i miniaturisti pi abili del mondo spargendo oro e affetto. Adesso
 chiaro, non sar qui a Istanbul, ma nel laboratorio di Agra che
finiremo il libro che si prepara per il millesimo anno dell'Islam.
Per gonfiarsi d'orgoglio come te, un miniaturista deve prima
diventare assassino?, chiese Cicogna.
Basta essere il pi abile ed il pi dotato, risposi senza prenderlo
sul serio.
Lontano un gallo altezzoso cant due volte. Raccolsi il mio fagotto,
le mie monete d'oro, sistemai i miei quaderni di esempi e i
miei disegni nella cartella. Mi pass per la mente che li avrei potuti
uccidere uno dopo l'altro con il pugnale dalla punta acuminata
fisso sulla gola di Nero, ma amavo molto i miei amici d'infanzia,
eravamo stati insieme dai lontani tempi dell'apprendistato, anche
Cicogna che mi aveva infilato lo spillone da turbante in un occhio.
Urlando spaventai il caro Farfalla che si alz in piedi, lo feci
sedere. Quando fui certo di poter uscire dal convento sano e salvo,
mi affrettai a dire impazientemente la frase pomposa che avevo
pensato di pronunciare proprio sulla porta:
Questa mia fuga da Istanbul somiglier alla fuga di Ibni Sakir
da Baghdad sotto l'assedio mongolo.
Allora, invece di andare a Oriente, devi andare a Occidente,
disse Cicogna geloso.
Ad Allah appartengono l'Oriente e l'Occidente, dissi come
la buonanima di Zio Effendi, in arabo.
Ma l'Oriente  in Oriente, l'Occidente  in Occidente,
disse Nero.
Il miniaturista non deve gonfiarsi d'orgoglio, - disse Farfalla.
- Invece di pensare all'Oriente ed all'Occidente, deve solo disegnare
come gli viene da dentro.
 giusto quello che dici, - ribattei al caro Farfalla. - Mi  venuta
voglia di baciarti.
Avevo appena fatto un paio di passi verso di lui quando quell'invadente
di Nero mi salt addosso. In una mano avevo il mio
fagotto con la biancheria e le monete d'oro e sottobraccio la cartella
piena di disegni. Volendo proteggerli, non riuscii a salvarmi.
Mi lasciai afferrare per il braccio che teneva il pugnale. Ma anche
lui non fu fortunato, inciamp nel leggio e, all'improvviso, perse
l'equilibrio e invece di afferrarmi per il braccio, ci si trov appeso.
Mentre lo prendevo a calci con tutte le mie forze, gli morsi le
dita e riuscii a liberarmi di lui. Ulul dal dolore. Questa volta gli
calpestai sempre la stessa mano facendogli molto male e gridai agli
altri due brandendo il pugnale:
Sedetevi e non muovetevi!
Si sedettero. Infilai la punta del pugnale nella narice di Nero
come faceva Keykavus nella leggenda. Quando cominci a sanguinargli,
dai suoi occhi supplichevoli scese anche qualche lacrima
di dolore.
Dimmi adesso, - gridai. - Diventer cieco?
Secondo la leggenda, ad alcuni accade, ad altri no. Se Allah 
soddisfatto della tua miniatura, ti vorr accanto a s e ti conceder
il suo magnifico buio. Allora non vedrai pi questo misero mondo,
ma i meravigliosi panorami che vede lui. Se invece non  contento
della tua miniatura, continuerai a vedere come adesso.
La vera miniatura la far in India, - dissi. - Non ho ancora
fatto il disegno per cui Allah mi giudicher.
Non sognare troppo di sfuggire ai metodi europei, - disse Nero.
- Sai che Akbar Khan spinge tutti i suoi miniaturisti a firmare?
I preti gesuiti portoghesi hanno gi portato l i disegni e i metodi
europei. Ormai sono dappertutto.
Per chi vuole rimanere puro c' sempre qualcosa da fare e c'
sempre un posto dove fuggire, dissi.
S, diventare cieco e fuggire in paesi che non esistono,
disse Cicogna.
Perch vuoi rimanere puro? - chiese Nero. - Rimani come
noi e mscolati.
Per tutta la vita imiteranno gli europei per avere uno stile personale,
- dissi. - Non avranno mai uno stile personale perch imitano
gli europei.
Non c' altro da fare, disse quel disonesto di Nero.
Ovviamente, la sua unica felicit non era la miniatura, ma la
bella Sekre. Tolsi il pugnale con la punta insanguinata dal naso
di Nero e lo alzai sopra la sua testa come la spada di un boia che
si prepara a tagliare una testa.
Se volessi, adesso ti taglierei la testa, - dichiarai palesemente.
- Ma ti posso perdonare, per i bambini di Sekre e la sua felicit.
Trattala bene, non fare l'animale e l'ignorante con lei.
Promettimelo!
Te lo prometto, rispose.
Ti dono a Sekre, dissi.
Ma il mio braccio fece esattamente il contrario di quel che aveva
pronunciato la mia bocca. Colpii Nero col pugnale con tutto me
stesso.
All'ultimo minuto, sia perch lui si era mosso, sia perch io avevo
cambiato direzione al colpo, il pugnale non gli arriv sul collo
ma sulla spalla. Guardai spaventato ci che il mio braccio aveva
fatto in maniera del tutto spontanea. Il punto da dove estrassi il
pugnale conficcato nella carne divenne scarlatto, di un rosso puro.
Ebbi paura e mi vergognai di quello che avevo fatto, ma sapevo
anche che tra poco, se fossi diventato cieco su una nave,
probabilmente nei mari d'Arabia, non mi sarei trovato accanto nessuno
dei miei amici miniaturisti per vendicarmi.
Cicogna, giustamente spaventato che fosse il suo turno, fugg
nelle stanze buie. Gli andai dietro con la mia ombra e con la lampada
in mano, ma ebbi paura e tornai indietro. L'ultima cosa che
feci fu baciare e salutare Farfalla. Non riuscii a baciarlo intensamente
come avrei voluto perch tra noi c'era l'odore del sangue.
Vide che piangevo a calde lacrime.
In una specie di silenzio mortale interrotto solo dai gemiti di Nero,
uscii dal convento. Mi allontanai di corsa dal giardino bagnato
e fangoso e dal quartiere oscuro. La nave che mi avrebbe portato al
laboratorio di Akbar Khan sarebbe partita dopo la preghiera del mattino
e a quell'ora una barca l'avrebbe raggiunta per l'ultima volta
dal porto di Kadirga. Iniziai a correre con le lacrime agli occhi.
Quando passai silenzioso come un ladro per Aksaray, all'orizzonte
apparivano le prime luci del giorno. Di fronte alla prima
fontana di quartiere che incontrai, dopo essere passato per strade
secondarie, passaggi stretti e muri, c'era la casa di pietra dove
avevo passato la mia prima notte a Istanbul, venticinque anni fa.
L, vidi di nuovo dalla porta socchiusa il pozzo dove, venticinque
anni fa, all'et di undici anni, mi sarei voluto gettare sentendomi
in colpa per aver bagnato di notte il materasso che questo mio
lontano parente, buono e generoso, aveva preparato per ospitarmi.
Poi, a Beyazit, il negozio di orologi dove andavo spesso a far
aggiustare gli ingranaggi del mio orologio rotto, il negozio di bottiglie
dove compravo lampade di cristallo vuote, caraffe che pitturavo
per poi vendere di nascosto a gentiluomini, bottiglie che
decoravo con fiori e l'hamam dove una volta andavo abitualmente
perch era economico e poco frequentato, salutarono me e le
mie lacrime.
Anche intorno alle rovine del caff non c'era nessuno, cos come
nella casa dove mi auguravo con tutto il cuore che la bella Sekre
fosse felice con il suo nuovo marito, anche se forse in questo momento
stava morendo. Tutti i cani, gli alberi cupi, le finestre cieche,
i camini neri di Istanbul, i suoi cittadini laboriosi e infelici che,
all'alba, correvano alla preghiera del mattino e i suoi fantasmi che
da quando mi ero sporcato le mani di sangue mi guardavano sempre
in modo ostile quando camminavo per le strade, adesso che aveVO
confessato i miei omicidi e avevo deciso di abbandonare la citt
della mia vita, ormai mi guardavano amichevolmente.
Dopo aver superato la moschea di Beyazit, contemplai il Corno
d'Oro da una collina. L'orizzonte s'illuminava, ma l'acqua era
ancora scura. Due pescherecci, le navi da carico con le vele ammainate
ed una galea dimenticata, che dondolavano lente sulle onde
invisibili, mi dissero di non andare, non andare. Avevo le lacrime
agli occhi a causa dello spillone? Immagina la vita che farai
in India grazie alle meraviglie del tuo talento, mi dissi.
Cambiai strada, passai di corsa per due giardini fangosi e mi
avvicinai a una vecchia casa di pietra in mezzo al verde. Era la casa
dove ogni marted venivo a prendere Maestro Osman per accompagnarlo
al laboratorio quando ero ancora apprendista,
camminavo due passi dietro di lui tenendogli la borsa, la cartella, il
portapenne e l'asse da scrittura. Qui non era cambiato nulla, ma i
platani nel giardino e sulla strada erano talmente cresciuti che, nella
casa e nella strada, si notava il senso di prosperit, potere e ricchezza
dei tempi di Solimano il Magnifico.
Dato che ero vicino alla strada che scendeva al porto, diedi retta
a Satana e mi feci prendere dal desiderio di vedere per l'ultima
volta il palazzo del laboratorio dove avevo passato venticinque anni
della mia vita. Cos passai per la strada che facevo il marted
quando ero apprendista camminando dietro Maestro Osman, da
via Okular che in primavera profumava di tiglio da fare svenire,
davanti al forno dove il mio maestro comprava brek con carne per
tutti, dalla discesa con i filari di alberi di mele cotogne e di castagni
e di mendicanti, davanti alle serrande chiuse del nuovo mercato,
al barbiere che il mio maestro salutava ogni mattina, accanto all'orto
deserto dove d'estate arrivavano gli acrobati e mettevano le
tende per gli spettacoli, sotto le stanze maleodoranti degli scapoli
e le volte bizantine che puzzavano di muffa, accanto al Palazzo di
Ibrahim Pasci, alla colonna Serpentina che avevo disegnato centinaia
di volte ed al platano che ogni volta disegnavamo in maniera
diversa e arrivai all'Ippodromo, passai sotto i castagni e i gelsi su
cui di mattina cinguettavano allegramente passeri e gazze.
La pesante porta del laboratorio era chiusa. Non c'era nessuno
n alla porta n sotto le volte del portico. Per un breve attimo guardai
le persiane chiuse delle finestrelle dalle quali da apprendisti
contemplavamo gli alberi nei momenti di noia, quando qualcuno
mi ferm.
Aveva una voce stridula e acuta che graffiava le orecchie. Disse
che il pugnale insanguinato con l'impugnatura di rubini era suo
e suo nipote Sevket, con l'aiuto della madre, gliel'aveva rubato. E
questo, secondo lui, dimostrava che ero uno degli uomini di Nero
che avevano assalito la sua casa e rapito Sekre. Quest'uomo saccente
e rabbioso dalla voce stridula diceva di conoscere gli amici
miniaturisti di Nero e sapeva che sarebbe venuto al laboratorio.
Aveva una lunga spada che luccicava di uno strano rosso e, chiss
perch, tanti conti da fare con me e tante storie da raccontarmi.
Stavo per dirgli che si sbagliava, ma vidi l'incredibile rabbia sul
suo volto. Vidi anche che avrebbe fatto una mossa per uccidermi
con odio. No, frmati, avrei voluto dirgli.
Lui aveva gi fatto la sua mossa.
Io non riuscii neanche a puntargli il pugnale, riuscii solo ad alzare
la mano con cui tenevo il mio fagotto.
Il fagotto vol in aria. La spada scarlatta, senza rallentare, prima
mi tagli la mano, poi il collo e infine mi stacc la testa.
Capii che la mia testa si era staccata dai due passi strani che fece
il mio povero corpo stordito, da come dondolava stupidamente
il pugnale e dal tonfo della mia testa che cadde a terra facendo
zampillare il sangue dal collo.
Dal fango dove era caduta la testa non riuscivo a vedere n il mio
assassino n il mio fagotto pieno d'oro e dei disegni che avrei voluto
tenermi stretto. Erano rimasti dal lato della mia nuca, verso la discesa
che scendeva a mare e il porto di Kadirga che ormai non avrei
potuto raggiungere. La mia testa non si sarebbe pi girata a guardare
quelle cose come il resto del mondo. Li dimenticai e pensai a
quel che voleva la mia testa. Quello che pensavo prima che la spada
mi tagliasse la testa: la nave partir da Kadirga; tutto ci nella
mia mente si era unito all'ordine fai in fretta; e quest'ordine mi
ricordava una frase di mia madre di quando ero piccolo: fai in fretta.
Mamma, mi fa male il collo e non si muove nulla.
Allora era questo che chiamano morte.
Ma sapevo di non essere ancora morto. Le mie pupille forate
non si muovevano, ma con gli occhi aperti ci vedevo molto bene.
Quello che vedevo l da terra aveva riempito tutti i miei pensieri.
La strada era leggermente in salita. Il muro e le volte del laboratorio,
il tetto, il cielo e cos via.
Fu come se il momento che guardavo si fosse prolungato e capii
che vedere adesso era diventato una sorta di ricordare. Allora
mi venne in mente ci che provavo quando, un tempo, guardavo
per ore un bel disegno. Se lo guardi a lungo, la tua mente entra nel
tempo del disegno.
Adesso tutti i tempi erano diventati quel tempo.
Nessuno mi avrebbe pi visto e mentre i miei pensieri impallidivano,
la mia testa nel fango avrebbe guardato per anni questa
triste discesa, il muro di pietra, i gelsi e i castagni irraggiungibili
che erano poco lontani.
Questa interminabile attesa all'improvviso mi sembr cos dolorosa
e noiosa che desiderai uscire in fretta da quel tempo.
...
Capitolo cinquantanovesimo. Io, Sekre.

Passai una notte insonne a casa di un lontano parente di Nero
dove lui ci aveva mandato perch ci nascondessimo. Di tanto in
tanto riuscivo ad addormentarmi nel letto dove, con Hayriye e i
bambini, dormivamo tutti insieme in mezzo ai rantoli e ai colpi di
tosse, ma nei miei sogni inquieti ero inseguita continuamente da
donne e strane creature con le braccia e le gambe tagliate e riattaccate
alla rinfusa. Verso l'alba mi svegliai per il freddo e coprii
bene Sevket e Orhan, li abbracciai, li baciai sulla testa e, come ai
bei tempi in cui dormivo tranquilla a casa della buonanima del mio
caro padre, pregai Allah di mandarmi un sogno felice.
Non riuscii a prendere sonno. Vidi ci che vedevo sempre nei
miei sogni felici, mentre guardavo in strada tra le persiane della finestra
nella piccola stanza buia. Un uomo che sembrava un fantasma
stremato dai combattimenti e dalle ferite, con un bastone in
mano che brandiva come una spada, si avvicinava a me con aria
nostalgica e con un passo che pensavo di conoscere. Quando in sogno
facevo per abbracciare quest'uomo, mi svegliavo in lacrime.
Quando capii che l'uomo in strada era Nero, mi usc quell'urlo che
nei sogni non mi usciva mai.
Corsi ad aprire la porta.
Il suo viso era gonfio e viola per le botte. Aveva il naso lacerato,
pieno di sangue, e un'enorme ferita che gli partiva dalla spalla
e arrivava fino al collo. La camicia era completamente rossa di sangue.
Come il marito dei miei sogni, mi sorrideva, perch finalmente
era tornato a casa.
Entra, dissi.
Chiama i bambini, - disse. - Torniamo a casa.
Tu non sei in condizioni di tornare a casa.
Non avere pi paura di lui, - disse. -  Velican Effendi, il
Persiano.
Oliva... Hai ucciso quel poverino?
 fuggito in India con la nave che partiva da Kadirga, rispose
e, sapendo di non aver portato a termine il suo lavoro, per
un attimo abbass lo sguardo.
Riuscirai a camminare fino a casa? - domandai. - Fatti dare
un cavallo.
Sentii che una volta a casa sarebbe morto ed ebbi pena di lui.
Non solo perch sarebbe morto, ma anche perch non aveva mai
provato la felicit. Nella triste determinazione dei suoi occhi vedevo
che non voleva morire in questa casa e che, in realt, avrebbe
voluto sparire senza farsi vedere in questo terribile stato. Lo
fecero montare a forza su un cavallo.
Durante il viaggio di ritorno, passando per strade secondarie
con i nostri fagotti in mano, per la paura, in un primo momento i
bambini non osavano guardare in faccia Nero a cavallo. Ma, da sopra
il cavallo che avanzava lentamente, Nero riusc comunque a
raccontare come aveva rovinato il gioco del vile assassino che aveva
ucciso il nonno, e come avevano combattuto con la spada.
Vedevo che si stavano avvicinando a lui e pregavo Allah che Nero
non morisse.
Quando tornammo a casa Orhan url: Siamo arrivati a casa!,
con una tale allegria che capii che in quel momento l'Angelo
della Morte avrebbe avuto piet di noi e Allah ci avrebbe concesso
ancora del tempo. Ma, ad ogni buon conto, sapendo per esperienza
che  impossibile conoscere quando, perch ed a chi il Sommo
Allah pu prendere la vita, non nutrii troppe speranze.
Aiutammo Nero a smontare da cavallo con grande difficolt,
lo facemmo salire al piano di sopra tutti insieme, lo trasportammo
nella stanza con la porta azzurra di mio padre e lo mettemmo a letto.
Hayriye riscald dell'acqua e la port su. Strappando o tagliando
con le forbici io e Hayriye gli togliemmo la camicia insanguinata
attaccata alla pelle, la cintura, le scarpe, la biancheria intima,
tutto, fino alle mutande. Aprendo le persiane, il tenue sole
invernale che giocherellava sui rami del giardino entr nella stanza
e rispecchiandosi sulle brocche, le pentole, le scatole di colla, i
calamai, i pezzi di vetro e i temperini illumin la pelle color morte
e le ferite color carne di Nero.
Bagnai con l'acqua calda le pezze su cui passai la spugna e pulii
il corpo di Nero con attenzione, come se pulissi un antico tappeto
pregiato, lo feci affettuosamente e volentieri come se mi prendessi
cura di uno dei miei figli. Come un medico, gli pulii gli ematomi
sul volto senza premere, il taglio sulla narice senza fargli male,
la terribile ferita sulla spalla. Intanto, come facevo quando pulivo
i bambini da piccoli, sussurravo frasi assurde. Aveva tagli sul petto,
sulle braccia. Le dita della mano sinistra erano state morse ed
erano diventate viola. Gli stracci, passando sul suo corpo, si imbevevano
di sangue. Gli toccai il petto. Sentii sotto la mano la tenerezza
del suo ventre, mi fermai a guardargli il pene. Gi dal cortile
arrivavano le voci dei bambini. Perch alcuni poeti chiamano
il pene la penna di canna?
Quando sentii Esther entrare in cucina parlando allegramente
e misteriosamente come per portare nuove notizie, scesi gi.
Esther era cos agitata che cominci a raccontare senza neanche
abbracciarmi e darmi un bacio. La testa di Oliva era stata trovata
davanti alla porta del laboratorio insieme ai suoi disegni e al
suo fagotto. Stava per fuggire in India e aveva voluto andare per
un'ultima volta al laboratorio.
C'erano i testimoni. Hasan, vedendo l Oliva, aveva sguainato
la sua spada rossa e gli aveva tagliato la testa con un colpo solo.
Mentre lei raccontava, io pensavo al mio povero caro padre. Sapere
che l'assassino era stato punito mi liber dalla paura. Sentii che
la vendetta mi infondeva un piacevole senso di serenit e giustizia.
In quel momento fui molto curiosa di sapere come questa sensazione
venisse vissuta adesso da mio padre e, all'improvviso, tutto il
mondo mi sembr un palazzo con innumerevoli stanze che si aprivano
una sull'altra. Riuscivamo a passare da una stanza all'altra solo
ricordando e immaginando, ma la maggior parte di noi lo faceva
molto poco e rimaneva sempre ad aspettare nella stessa stanza.
Non piangere mia cara, - disse Esther. - Vedi, alla fine  andato
tutto bene.
Le diedi quattro monete d'oro. Se le mise in bocca una ad una
con libidine e le morse con ambizione e desiderio, goffamente.
Le monete d'oro false dell'infedele veneziano hanno invaso
ogni luogo, mormor sorridendo.
Appena se ne fu andata, dissi a Hayriye di non lasciare salire i
bambini. Andai su, chiusi a chiave la porta. Mi avvicinai al corpo
nudo di Nero e gli feci quello che mi aveva chiesto di fare nella casa
dell'ebreo impiccato la notte in cui era stato ucciso il mio povero
padre, pi che per desiderio per curiosit, con attenzione pi
che con paura.
Non posso dire di aver capito fino in fondo perch i poeti persiani
da secoli facciano similitudini tra la penna di canna e quello
strumento, tra il calamaio e la bocca di noi donne, cosa c' dietro
queste similitudini - la dimensione della bocca? Il misterioso silenzio
del calamaio? Che Allah sia un pittore? - le loro origini si
sono ormai perse a furia di essere ripetute. Ma l'amore dev'essere
una cosa che non va capita con la razionalit di chi come me fa
continuamente funzionare il cervello per difendersi, ma con
l'irrazionalit.
Allora vi confido un segreto. L, in quella stanza che puzzava
di morte, il coso che avevo in bocca non mi procurava nessuna eccitazione.
Quello che mi eccitava era sentire le urla allegre dei miei
figli che in cortile si spingevano dicendosi parolacce, mentre tutto
il mondo mi palpitava in bocca.
Nel frattempo, mentre la bocca era cos impegnata, i miei occhi
riuscirono a vedere Nero che mi guardava in faccia con uno sguardo
completamente diverso. Mi disse che non avrebbe mai pi dimenticato
la mia faccia, la mia bocca. La sua pelle odorava di foglio
ammuffito come certi vecchi libri, nei suoi capelli c'era tutto l'odore
di polvere e stoffa della stanza del Tesoro. Quando mi lasciavo
andare a toccargli le ferite, i gonfiori, i tagli, gemeva come un bambino,
e pian piano s'allontanava dalla morte e cos capii che mi sarei
legata a lui ancora di pi. L'amore prese velocit come le vele di
una barca che lentamente si gonfiano al vento, e come quella barca
austera si fece strada coraggiosamente verso mari sconosciuti.
Capivo da come teneva il timone, anche sulla soglia della morte,
che Nero aveva navigato molto in queste acque, chiss con quali
donne svergognate. Mentre io non sapevo se il braccio che baciavo
era mio o suo, se quello che prendevo in bocca era il mio dito
o tutta la mia vita, mezzo svenuto per le ferite ed il piacere, lui
controllava l'andamento del mondo con un occhio semiaperto e,
di tanto in tanto, mi guardava il viso ammirato prendendolo delicatamente
tra le mani, per poi osservarlo subito dopo come se fosse
il viso di una prostituta di Mingerya.
Nel momento del piacere, il suo grido, come quello degli eroi leggendari
che vengono passati a fil di spada nei disegni dello scontro
tra gli eserciti dell'Iran e del Turan, e il fatto che l'avesse sentito
tutto il quartiere, mi spaventarono. Ma come un vero maestro miniaturista
che riesce a progettare la disposizione e l'ordine di tutta
la pagina anche nel pi alto momento d'ispirazione in cui la mano
che tiene la penna di canna si muove direttamente per comando divino,
con una parte della sua mente Nero controll il nostro posto
nel mondo perfino al culmine dell'eccitazione.
Dirai che stavi mettendo della pomata sulle ferite del loro padre,
disse ansimando.
Questa frase non solo costitu il colore del nostro amore che
era cominciato nella strettoia tra la vita e la morte, tra il proibito
e il Paradiso, tra la disperazione e la vergogna, ma fu anche la scusa
del nostro amore. Nei ventisei anni successivi, cio fino a quando
una mattina non mor d'infarto cadendo accanto al pozzo, con
il mio caro marito abbiamo sempre fatto l'amore a mezzogiorno,
quando la luce del sole entrava nella stanza tra le persiane, i primi
anni ascoltando le allegre urla di Sevket e Orhan, e abbiamo sempre
detto mettere la pomata sulle ferite. Cos, i miei figli gelosi
che non volevo venissero strapazzati dalle richieste e dalla gelosia
di un padre rozzo e triste, hanno continuato a dormire nel
letto con me per tutti questi anni. Tutte le donne intelligenti sanno
che  molto pi bello dormire abbracciate ai propri figli che
dormire abbracciate a un marito debole e maltrattato dalla vita.
Noi, io e i miei figli, siamo stati felici, ma Nero no. Il primo
evidente motivo  che le ferite sulla spalla e sul collo non guarirono
mai completamente; come avevo sentito dire da qualcuno, il
mio caro marito era rimasto invalido. Quest'invalidit, aspetto
a parte, non gli aveva reso pi difficile la vita. Anzi, a volte sentivo
le donne che lo vedevano da lontano, lo definivano affascinante.
Ma una spalla di Nero rimase sempre pi bassa dell'altra e
il collo inclinato in un modo strano. Mi sono arrivati all'orecchio
anche i pettegolezzi di chi diceva che una donna come me avrebbe
sposato solo un uomo inferiore a se stessa, e che l'invalidit di
Nero, oltre a essere il motivo della sua infelicit, era il segreto motivo
della nostra felicit.
Come in ogni pettegolezzo, forse anche in questo c'era una parte
di verit. Ma il fatto di non poter girare per le strade di Istanbul
a testa alta su uno splendido cavallo con attorno schiavi, concubine
e servi come Esther diceva che avrei meritato, mi lasci sempre un
senso di mancanza e povert; inoltre, a volte sentii la nostalgia di un
marito forte e sano che guardasse vittorioso il mondo a testa alta.
Nero rimase sempre triste, qualunque ne fosse il motivo. A volte,
dato che vedevo che la sua tristezza non aveva nulla a che fare
con la spalla, credetti che ci fosse qualcosa di triste in un angolo segreto
dell'anima che lo incupiva anche nei momenti pi felici, quando
facevamo l'amore. Per placare questo spirito a volte beveva, a
volte guardava i disegni sui libri e s'interessava alla miniatura, a volte
stava con i miniaturisti e insieme a loro correva dietro ai ragazzini.
Oltre ai periodi in cui si distraeva divertendosi tra miniaturisti,
calligrafi e poeti con giochi di parole, doppi sensi, allusioni, metafore,
bei ragazzini e buffoni, ebbe anche periodi in cui dimenticava
tutto grazie al lavoro che era riuscito a ottenere come scrivano di
Egri Sleyman Pasci, segretario del Consiglio di Stato. L'interesse
di Nero per la miniatura e la pittura, con la morte del Nostro Sultano
di l a quattro anni e il rifiuto del nuovo Sultano Mehmet per
tutto ci che atteneva all'arte, si trasform da un piacere celebrato
apertamente in un segreto vissuto in solitudine dietro porte chiuse.
A volte apriva uno dei libri della buonanima di mio padre e guardava
un disegno fatto a Herat ai lontani tempi del figlio di Tamerlano,
s, quello che raccontava come Sirin si innamorava di Cosroe
vedendone il ritratto, ma non lo ammirava come una parte del felice
gioco di abilit che si viveva ancora adesso intorno al Palazzo, ma
con sensi di colpa e tristezza come se abbracciasse un dolce segreto
rimasto nei ricordi.
Nel suo terzo anno di regno, la regina d'Inghilterra mand al
Nostro Sultano un orologio miracoloso in cui c'era uno strumento
musicale con il mantice. Questo enorme orologio e i pezzi, gli ingranaggi,
i disegni, le statue che vennero tirate fuori dalla nave che
arriv dall'Inghilterra con una delegazione, dopo un lavoro di settimane
vennero montati su un pendio del giardino privato del sultano
che dava sul Corno d'Oro. La gente che si raccolse sui pendii
del Corno d'Oro e la folla che venne con le barche per contemplarlo
videro con meraviglia e ammirazione che il gigantesco orologio funzionava
con una terribile musica rumorosa, le statue ed i disegni che
si giravano intorno a vicenda con movimenti pieni di significato,
lo facevano da soli, con eleganza, seguendo il ritmo come se non
fossero stati creati dall'uomo, ma da Allah, e l'orologio annunciava
a tutta Istanbul l'ora con battiti simili a quelli di una campana.
Una volta Nero, una volta Esther, mi dissero che l'orologio per
cui il popolo di Istanbul, compresa la plebaglia e la massa degli stupidi,
provava un'ammirazione incondizionata, dato che mostrava la
forza dell'ateismo, era giustamente fonte di inquietudine per il Nostro
Sultano e per la squadra di bigotti attaccati alla religione. In un
periodo in cui pettegolezzi del genere abbondavano, il sultano successivo,
Ahmet, una notte, svegliandosi per ispirazione divina, aveva
preso una mazza ferrata e dall'harem era sceso nel giardino privato,
riducendo in briciole l'orologio e le sue statue. Coloro che portarono
la notizia e le voci aggiunsero anche che il Nostro Sultano in
sogno aveva visto il viso del Profeta in mezzo alla luce, e il Profeta
l'aveva avvisato che se avesse continuato a permettere che il suo popolo
ammirasse i disegni e, soprattutto, ci che imitava le creazioni
di Allah, si sarebbe allontanato dall'ordine divino. Allora il Nostro
Sultano aveva afferrato la mazza ferrata nel pieno del sonno. Il sultano
fece scrivere la vicenda al suo fedele storico su per gi in questo
modo. Commission un libro, La Crema delle storie, dando ai calligrafi
borse piene d'oro, ma non lo fece illustrare ai miniaturisti.
Ecco,  cos che appass la rosa rossa dell'entusiasmo per la miniatura
e la pittura che fior a Istanbul per un secolo, prendendo ispirazione
dalle terre di Persia. Il conflitto tra i metodi degli antichi
maestri di Herat e dei maestri europei che provoc litigi tra i miniaturisti
e pose interminabili domande, non trov mai una soluzione.
Si smise di disegnare, non si disegn pi, n come gli orientali n come
gli occidentali. I miniaturisti non si arrabbiarono e non si ribellarono
ma, come gli anziani che accettano silenziosamente una malattia,
pian piano presero atto della situazione, in maniera sobria, con
rassegnazione e tristezza. Non furono curiosi, non fantasticarono su
cosa facessero i grandi maestri di Herat e Tabriz che un tempo seguivano
con ammirazione e i maestri europei di cui imitavano i nuovi
metodi, restando indecisi tra gelosia e odio. Come di notte si chiudono
le porte delle case e la citt si abbandona al buio, anche la pittura
si abbandon alla solitudine. Senza piet, si dimentic che il
mondo una volta veniva visto in un modo completamente diverso.
Purtroppo anche il libro di mio padre non venne terminato. Le
pagine gi disegnate, dal luogo in cui Hasan le aveva fatte cadere,
passarono al Tesoro, dove vennero rilegate insieme ad altri disegni
del laboratorio con cui non avevano nulla a che fare da un bibliotecario
troppo zelante, per poi venire disperse tra diversi volumi
di esempi. Hasan fugg da Istanbul e scomparve, e non si ebbero
pi sue notizie. Ma Sevket e Orhan non dimenticarono mai
che fu loro zio e non Nero a uccidere l'assassino di mio padre.
Al posto di Maestro Osman, che mor due anni dopo essere diventato
cieco, Cicogna divent capo miniaturista. Farfalla, di cui
anche la buonanima del mio caro padre ammirava il talento,
dedic il resto della sua vita a fare decorazioni per tappeti, stoffe e
tende. Anche gli altri giovani maestri del laboratorio seguirono la
stessa strada. Nessuno si comport come se abbandonare la pittura
fosse una grave perdita. Forse perch nessuno aveva visto il proprio
ritratto fatto come si deve.
Per tutta la vita, io avrei segretamente voluto che venissero fatti
due disegni, ma non ho potuto dirlo a nessuno.
1. Avrei voluto che venisse fatto un mio ritratto. Ma sapevo che
non si poteva, neanche con molti sforzi, perch anche se avessero
visto la mia bellezza cos come era, nessun miniaturista del sultano
sarebbe purtroppo riuscito a credere che il viso di una donna potesse
essere bello, se non fosse stato disegnato con occhi e labbra
da cinese. Se mi avessero disegnato come una bella cinese, come
avrebbero fatto gli antichi maestri di Herat, forse coloro che mi conoscono,
vedendo il disegno, avrebbero individuato il mio viso dietro
quello della bella cinese. Ma coloro che verranno dopo di noi,
anche se potranno intuire che non avevo gli occhi a mandorla, non
potranno mai capire come fosse il mio viso. Oggi, durante la vecchiaia
che trascorro con la consolazione dei miei figli, come sarei
felice se avessi un disegno del mio viso fatto da giovane!
2. La cosa su cui riflette il poeta Sari Nazim di Ran in un suo
poema: avrei voluto che si facesse il ritratto della felicit. E questo
saprei bene come farlo. Avrei voluto che si facesse il disegno
di una madre con due figli, avrei voluto che mentre il pi piccolo
che lei, sorridendo, tiene in braccio per allattare, succhia sorridendo
felice il grande capezzolo della madre, gli sguardi del fratello
maggiore un po' geloso e quelli della mamma s'incontrassero.
Avrei voluto essere la madre di questo disegno, e poi avrei voluto
che il disegno venisse fatto con il metodo degli antichi maestri
di Herat che fermavano il tempo, disegnando un uccello in cielo e
dando sia l'impressione che volasse, sia che fosse felicemente appeso
in cielo per l'eternit. Lo so, non  facile.
Quello stupido di mio figlio Orhan, che cerca di trovare una
ragione per tutto, mi ricorda sempre che i maestri di Herat che
fermavano il tempo non potranno mai fare il mio ritratto, mi racconta
che i maestri europei che disegnano continuamente belle madri
abbracciate ai figli non potranno mai fermare il tempo e continua
a ripetermi da anni che il disegno della felicit non potr mai
essere fatto.
Forse ha ragione. L'uomo in realt non cerca il sorriso nel disegno
della felicit, ma la felicit nella vita. I miniaturisti lo sanno,
ma  proprio quello che non riescono a disegnare. Per questo
motivo, al posto della felicit nella vita mettono la felicit di poter
vedere.
Ho raccontato a Orhan questa storia che non si pu disegnare
pensando che un giorno potr scriverla. Gli ho dato senza imbarazzo
le lettere di Hasan e di Nero, e i disegni di cavalli con l'inchiostro
ad acqua trovati addosso al povero Raffinato Effendi. Lui
 sempre nervoso, di pessimo umore ed infelice, e non ha mai paura
di essere ingiusto con chi non ama. Perci, se ha descritto Nero
pi confuso di quello che , la nostra vita pi difficile di quello
che , Sevket cattivo e me pi bella e insolente di quello che sono,
mi raccomando, non credete a Orhan. Perch non ci sono bugie
che non inventerebbe per rendere pi bella la sua storia e fare in
modo di essere creduto.

1990-92, 1994-98.
...
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...
FINE.
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Cronologia.
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336-330 a. C. Dario regna in Persia.  l'ultimo re della dinastia degli Achemenidi, perder il suo impero con Alessandro Magno.
336-323 a. C. Impero di Alessandro Magno. Conquista della Persia e invasione dell'India.
622 Egira. La fuga del Profeta Maometto da Mecca a Medina, e anno zero del calendario musulmano.
1010 Libro dei re di Firdusi. Il poeta persiano Firdusi (circa 935-1020) present il suo Libro dei re al Sultano Mahmud di Ghazna. Gli episodi sulla storia e sulla mitologia persiana - tra cui l'invasione di Alessandro Magno, la storia dell'eroe Rstem e la lotta tra Iran e Turan - sono stati fonte di ispirazione per i miniaturisti musulmani fin dal XIV secolo.
1206-27 Regno del sovrano mongolo Gengis Khan. Invasione di Persia, Russia e Cina ed estensione dell'impero dalla Mongolia all'Europa.
1141 (circa) - 1209 In questo periodo, quello della sua vita, il poeta persiano Nizami scrive l'epopea romantica nota come Hamse (Quintetto). Il poema comprende Il tesoro dei misteri, Cosroe e Sirin, Leyla e Mejnun, Le sette effigi e il Libro di Alessandro il Grande, tutte storie che hanno ispirato pittori e miniaturisti.
1258 Saccheggio di Baghdad. Hulagu (sul trono dal 1251 al 1265), nipote di Gengis Khan, conquista Baghdad.
1300-1922 Impero Ottomano. Una potenza musulmana sunnita che regn sull'Europa sud-orientale, sul Medio Oriente e sul Nordafrica. Nel momento della sua massima espansione, l'impero raggiunse le porte di Vienna e i confini della Persia.
1370-1405 Regno del sovrano turco Tamerlano. Sottomesse le terre dove in Persia regnava il clan del Montone Nero, Tamerlano fece conquiste dalla Mongolia al Mediterraneo, comprendendo anche parte della Russia, dell'India, dell'Afghanistan, dell'Iran, dell'Iraq e dell'Anatolia (dove, nel 1402, sconfisse il Sultano ottomano Beyazit).
1370-1526 La dinastia Timuride. Fondata da Tamerlano, favor una brillante rinascita della vita artistica e intellettuale, regn in Persia, Asia centrale e in Transoxiana. Le scuole di miniatura di Shiraz, Tabriz ed Herat fiorirono sotto i timuridi. Nei primi anni del XV secolo Herat era il centro del mondo islamico nel campo della pittura islamica ed era l che viveva il grande Maestro Behzat.
1375-1467 Il Montone Nero. Federazione tribale turkmena che regn in alcune regioni dell'Iraq, dell'Anatolia orientale e dell'Iran. Cihan Sci, che regn dal 1438 al 1467, l'ultimo sovrano del Montone Nero, fu sconfitto da Uzun Hasan, khan del Montone Bianco nel 1467.
1378-1502 Il Montone Bianco. Federazione di trib turkmene che regn nel Nord dell'Iraq, in Azerbaigian e in Anatolia Orientale. Il sovrano del Montone Bianco Uzun Hasan (Hasan l'Alto) regn dal 1452 al 1478 ma non riusc a contenere l'espansione a oriente degli Ottomani.
Nel 1467, riusc comunque a sconfiggere Cihan Sci khan del Montone Nero e poi il timuride Abu Said nel 1468, espandendo i propri domni fino a Baghdad, a Herat e al Golfo Persico.
1453 Il Sultano ottomano Maometto il Conquistatore prende Istanbul. Fine dell'Impero Bizantino. Pi tardi Maometto il Conquistatore commissioner il proprio ritratto al pittore veneziano Gentile Bellini.
1501-1736 Impero Saffavide in Persia. La proclamazione dell'Islam Sciita come religione di Stato aiuta ad unire l'Impero. La capitale fu prima Tabriz poi Kazvin e ancora Isfahan. Il primo sovrano saffavide, Sci Ismail (1501-24), conquist le terre del Montone Bianco in Azerbaigian e in Persia. La Persia si indebol sensibilmente durante il regno di Sci Tahmasp I (1524-76).
1512 Il volo di Behzat. Il grande miniaturista Behzat emigra da Herat a Tabriz.
1514 Saccheggio del Palazzo del Settimo Cielo. Il Sultano ottomano Yavuz Selim, dopo avere sconfitto le armate safavidi a Saldiran, saccheggia il Palazzo del Settimo Cielo a Tabriz. Torner ad Istanbul con una splendida collezione di libri e miniature persiani.
1520-66 Solimano il Magnifico e l'epoca d'oro della cultura ottomana. Il regno del Sultano ottomano Solimano il Magnifico vede importanti conquiste e l'espansione dell'Impero a Oriente e ad Occidente. Nel 1529 la conquista port l'Impero fino all'assedio di Vienna e nel
1535 la conquista di Baghdad a scapito dei safavidi.
1556-1605 Regno di Akbar, imperatore Moghul dell'Hindustan. Discendente di Tamerlano e di Gengis Khan. Fond laboratori di miniatura ad Agra.
1566-74 Regno del Sultano ottomano Selim II. Firma di trattati di pace tra l'Austria e la Persia.
1571 Battaglia di Lepanto. Una battaglia navale di quattro ore tra le forze alleate cristiane e gli Ottomani che fa sguito all'invasione turca di Cipro (1570). Nonostante la sconfitta degli Ottomani, Venezia pot riscattare Cipro solo nel 1573. La battaglia ebbe un forte impatto in Europa e divenne il soggetto di dipinti di Tiziano, del Tintoretto e di Paolo Veronese.
1574-95 Regno del Sultano ottomano Murat III (nel corso del quale hanno luogo gli eventi narrati nel romanzo). Tra il 1578 e il 1590, il suo regno vide una serie di conflitti noti come la guerra Ottomano-Saffavide. Egli fu il sultano ottomano maggiormente interessato alla miniatura e ai libri, fu lui a commissionare a Istanbul i pi importanti libri miniati dell'epoca. I pi famosi miniaturisti ottomani, e tra questi Maestro Osman e i suoi discepoli, vi contribuirono.
1576 Sci Tahmasp fa un'offerta di pace agli Ottomani. Dopo decenni di ostilit, in occasione della morte di Solimano il Magnifico, il saffavide Sci Tahmasp offre doni al suo successore Selim II, un tentativo per incoraggiare una futura pace. Tra i regali inviati a Edirne, una straordinaria copia del Libro dei Re, la cui produzione aveva richiesto 25 anni. Il libro venne poi trasferito nel Tesoro del palazzo di Topkapi.
1583 A dieci anni dal suo arrivo a Istanbul, il miniaturista persiano Velican (Oliva) viene chiamato a lavorare per la corte ottomana.
1587-1629 In Persia regna il saffavide Sci Abbas I. Il regno ha inizio con la deposizione del padre Mohammad Khodabandeh. Abbas riduce il potere turkmeno in Persia trasferendo la capitale da Kazvin a Isfahan. Concluder la pace con gli Ottomani nel 1590.
1591 Vicenda di Nero e dei pittori della corte ottomana. Un anno dopo il millesimo anniversario dell'Egira (calcolato in anni lunari), Nero torna ad Istanbul dall'Oriente ed hanno inizio i fatti raccontati nel romanzo.
1603-17 Regno del Sultano ottomano Ahmet I. Ahmet I fu colui che distrusse l'orologio adornato da statue inviato in dono dalla Regina Elisabetta I.
...
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...
FINE.